Credo che sia ora di farsene una ragione: portare il teen dramma fuori dal territorio teen per eccellenza, e cioè la scuola come spazio generazionale più che accademico, non funziona. Gossip Girl lo ha scoperto al college, Riverdale lo ha trasformato in un caso clinico, The O.C. ci ha messo due stagioni a capirlo, persino gli episodi speciali di Skins non hanno tenuto botta. Il liceo è una macchina narrativa perfetta: ti chiude dentro e non ti lascia scampo. Tutti sono costretti a stare insieme, le gerarchie sono visibili e crudeli, le emozioni sono amplificate dall’impossibilità di fuga. Fuori i personaggi devono reggersi da soli. E spesso non reggono, perché sono costruiti per quello spazio specifico. Euphoria è forse il caso più estremo, perché i suoi protagonisti erano già al limite dell’allegoria: Rue la dipendenza, Jules la possibilità, Nate il potere, Cassie il desiderio che si autodistrugge. L’East Highland High School li faceva collidere, li costringeva a significare qualcosa. Portarli all’esterno senza un nuovo contenitore altrettanto forte li lascia terribilmente sospesi.
Ecco, nei primi minuti della terza stagione (dal 13 aprile su HBO Max, Sky e NOW), c’è una delle sequenze più belle che la serie abbia mai prodotto e che sembra anche, involontariamente, la sua metafora perfetta (almeno per questo primo episodio): Rue che guida una macchina su una rampa improvvisata sopra il muro tra Messico e Stati Uniti. Cinematograficamente siamo dalle parti di Kelly Reichardt che incontra Traffic. Narrativamente è uno specchio di quello che verrà: si scoprirà infatti dopo che miss Bennett attraversa regolarmente il confine senza problemi. La scena esiste perché è magnifica. Fine. Il catorcio con cui Rue traffica fentanyl resta letteralmente a mezz’aria, né da una parte né dall’altra, in un silenzio mozzafiato.
Euphoria non è più una storia su degli adolescenti, ma non è ancora diventata qualcos’altro. Sta lì, in bilico, con un’estetica di nuovo curatissima e una scrittura che non ha ancora deciso dove vuole davvero arrivare. E questo, più di qualsiasi questione specifica di trama o personaggio, è il vero nodo del ritorno. Un po’ come quelle reunion scolastiche che sono sempre una delusione, perché l’adolescenza è il periodo dei sogni (o degli incubi), e tornare a fare i conti con come eravamo, e soprattutto quello che ne è rimasto, non piace a nessuno. L’idea infatti è quella del dove-sono-finiti, mancano solo i cartellini col nome per riconoscere anche quelli che sono “invecchiati” peggio: cinque anni dopo il finale, i personaggi si sono lanciati nel mondo con risultati variabili e storie che sembrano scelte in base a quello che Sam Levinson voleva esplorare in questo momento: in buona sostanza, il mercato del sesso nella sua interezza.
Rue Bennett era la it girl tossica, la narratrice inaffidabile. Adesso è un corriere della droga, con i palloncini di fentanyl nello stomaco e l’aria da protagonista di un western contemporaneo che Levinson abbraccia con entusiasmo totale (e Hans Zimmer pure). Zendaya fa quello che fa Zendaya: centra il personaggio in modo così esatto da rendere quasi invisibile il dubbio copione che le mettono in mano. Rue resta il suo ruolo di culto, più di Dune, più di Challengers, più di qualsiasi cosa il suo status da megastar le abbia consegnato nel frattempo. Il problema, insomma, non è lei.

Foto: HBO/Sky
Cassie Howard, aka la bella autodistruttiva. La ritroviamo che convive con Nate nei sobborghi, sogna un matrimonio in grande e ha aperto un OnlyFans vestita da cagnolina per finanziarlo. È ridicola, patetica, esattamente il tipo di personaggio che Sydney Sweeney sa rendere tragico senza farlo diventare caricatura. Levinson le lascia spazio per smontare la propria immagine pezzo per pezzo, e lei lo fa meglio che in qualsiasi blockbuster degli ultimi due anni. Il guaio è che la serie si ferma un secondo di troppo, come se non sapesse più dove guardare: se nella direzione del personaggio o in quella del suo corpo. E la differenza, tristemente, si sente. Alla reunion è quella che sorride troppo e ordina un secondo drink prima che arrivi il primo.

Foto: HBO/Sky
Nate Jacobs era il bullo privilegiato. È diventato un mezzo fallito che ha ereditato l’azienda del padre (ma “chi vuole costruire oggi nel sud della California?”, ci si chiede giustamente a un certo punto), crudele per abitudine più che per vocazione. Jacob Elordi nel frattempo è stato nominato all’Oscar per Frankenstein e ha conquistato il mondo con Cime tempestose: sa di aver superato il contesto in cui si trova. Nate era un villain magnificamente scritto in quel privilegio maschile incarnato, nella tossicità come sistema. Adesso minaccia la colf in una scena che avrebbe voluto essere nera e riesce solo a essere spiacevole. Elordi fa quello che può con quello che ha, che è meno di quello che merita.

Foto: HBO/Sky
Della Jules Vaughn di Hunter Schafer, che era il cuore queer della serie, nel primo episodio sappiamo solo che ha un sugar daddy, una variazione sull’ossessione dell’economia sessuale che Levinson ha chiaramente deciso di esplorare a questo giro. Alla reunion è quella che tutti speravano di rivedere e che invece delude, ma non certo per colpa sua.
Lexi Howard (Maude Apatow) era la secchiona con il taccuino ed è quella che ce l’ha fatta: coerentemente con il suo passato da drammaturga scolastica, lavora in una writers’ room hollywoodiana (capitanata da Sharon Stone, #tuttovero), una delle poche evoluzioni che tengano. Maddy Perez invece fa la talent manager per la star dello show di Lexi, il che invece sembra un’esigenza di copione più che una scelta del personaggio. Al revival del liceo è quella di cui non riesci a ricordare cosa faccia esattamente, ed è un peccato per Alexa Demie.

Foto: HBO/Sky
Nessuno di loro però è il vero problema. Il vero problema è la serie che li contiene, o meglio, che non li contiene più. Euphoria non è mai stata sobria: l’estetica ipersatura, i monologhi straripanti, le coreografie visive che sembrano clip musicali interpolate in un drama erano e restano parte del contratto. Levinson sa fare spettacolo e intrattenere, ha dimostrato di riuscirci persino nel disastro conclamato di The Idol, e il direttore della fotografia Marcell Rév trasforma ogni sequenza in cinema. I paesaggi western che questa stagione abbraccia come nuova ossessione visiva sono indiscutibilmente belli, ma sono fini a sé stessi. Proprio come l’eccesso, che nelle prime due stagioni aveva invece una funzione: l’iperrealismo emotivo degli adolescenti, quella sensazione che ogni questione sia letteralmente di vita o di morte, trovava nel barocco visivo di Levinson il suo equivalente formale. Era assurdo affiancare lo spettacolo teatrale di Lexi a una sparatoria, ed era anche geniale. Adesso i personaggi non so’ più ragazzi (semicit.) e si trovano in situazioni oggettivamente gravi (traffico di droga, sex work, dipendenze), in cui l’eccesso visivo (basti pensare alla scena in cui Rue ingoia ovuli pieni di droga e poi li, ehm, recupera) non ha più niente da amplificare, perché ha perso il suo centro.
Levinson dice che la stagione si ispira al terzo passo degli Alcolisti Anonimi (affidarsi a una forza più grande di sé). Rue flirta con il Cristianesimo nelle conversazioni col suo sponsor Ali (Colman Domingo). Il fantasma di Angus Cloud, che rivive in Fezco chiuso in carcere a scontare una condanna a 30 anni, aleggia su tutto. L’intenzione è facilmente leggibile: un affresco sull’America del tardo capitalismo, dove i corpi sono merce e la dipendenza è un sistema. È il tipo di ambizione che ti fa venire voglia di credere alla serie. Poi guardi quello che succede sullo schermo e l’esecuzione va per i fatti suoi.

Foto: HBO/Sky
“Il bello di questo Paese è che qui chiunque può reinventarsi”, dice la miglior new entry della stagione, Adewale Akinnuoye-Agbaje (già Mr. Eko di Lost), nei panni di un magnaccia col cappello da cowboy per il quale finirà per lavorare Rue. Ma se a farlo è il teen drama per eccellenza della Gen Z diventato fenomeno culturale, l’effetto è quello di una reunion scolastica di cui non avevamo bisogno. Quella in cui a un certo punto ti guardi intorno e capisci che non hai più niente da dirti con nessuno.
È pure vero che Euphoria ha dimostrato in passato di saper cambiare registro a metà stagione, penso alla seconda che, nonostante la sua sfrenatezza, aveva momenti di grazia improvvisa. Forse quel centro di gravità arriverà. Forse Sam Levinson sa dove sta andando. Forse la reunion finisce meglio di come è cominciata. Forse.
















