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‘Esterno notte’, interno Bellocchio

Tra seduta di psicanalisi collettiva e racconto della ‘sliding door’ ancora simbolo di questo Paese, l’opera monumentale di Marco Bellocchio presentata a Cannes (e subito al cinema prima di andare in tv) ci riguarda tutti

Fabrizio Gifuni è Aldo Moro in ‘Esterno notte’ di Marco Bellocchio. Foto: The Apartment/Rai Fiction

Il sequestro Moro come più grande seduta psicanalitica collettiva di questo Paese. Tirare fuori la psicanalisi è da sempre e per sempre una condanna, per Marco Bellocchio. Ma c’è una scena in Esterno notte – la serie che sarà in autunno su Rai 1 e che intanto va a Cannes e subito dopo in sala (le prime tre puntate dal 18 maggio, le altre tre dal 9 giugno) – a dimostrare che, nemmeno stavolta, è una forzatura. È quando lo psichiatra a colloquio dal Ministro dell’Interno Cossiga dice che molti dei suoi pazienti provano ammirazione per i brigatisti che hanno rapito il presidente della Democrazia Cristiana. Perché «hanno fatto il salto». Si sono lanciati laddove nessuno, teoricamente, avrebbe osato mai. Nell’indicibile. Nello scuro. Nella notte.

Salto nel vuoto è il titolo di uno dei film più psicanalitici di Bellocchio (era il 1980, protagonisti erano i “fratelli” Michel Piccoli e Anouk Aimée). Il salto che s’intendeva in quel film scardinava le regole sociali, famigliari, quelle del (buon) costume piccolo borghese, dell’ordine delle case (in ordine) e delle cose (improvvisamente sottosopra). Il salto che ha fatto l’Italia nella primavera del 1978 è stato parimenti uno sconquasso dello stato, e dello Stato, costituito. C’era il male sul pianerottolo (letteralmente: qui gli spioncini che inquadrano i vicini terroristi), e la vertigine diventava da minaccia sommersa a esondazione pubblica. Fino al rapimento Moro, appunto, il simbolo di tutto, il punto di non ritorno.

Le tracce di questa autoanalisi nazionale Bellocchio le dissemina ovunque. C’è lo psichiatra, appunto. C’è la moglie di Cossiga colpita da “male oscuro”. Ci sono i manicomi cari al regista. C’è pure un ragazzo che, nel delirio psicotico e maniacale che colpì l’Italia nei giorni successivi all’agguato di via Fani, mostra i pugni a un poliziotto che lo ferma per strada e gli urla addosso: «Arrestatemi! Ho ucciso mio padre!». I pugni che erano in tasca ora sono rivelati, le mani sono stese davanti alla responsabilità personale e pubblica. Come le mani di, ancora, Cossiga: lui ci vede delle macchie manifestarsi, allargarsi, come il sangue di Lady Macbeth, che sconterà l’ergastolo privato di una colpa che non laverà via più.

C’è ancora qualcosa da dire sul sequestro Moro? Probabilmente no, ma se la materia la (ri)prende in mano Bellocchio, che torna dopo quasi vent’anni sui luoghi di Buongiorno, notte, si capisce che è rimasto un potenziale di osservazione e di indagine inesauribile. Insieme alla seduta d’analisi collettiva, l’altro punto di Bellocchio è dirci che il caso Moro è, allora e per sempre, la più grande sliding door nella Storia di questo Paese. E difatti la serie comincia immaginandosi Moro liberato. Moro è stato rilasciato dai suoi aguzzini, sta in un letto d’ospedale, e di fronte ha il solito Cossiga (il sempre notevole Fausto Russo Alesi in anti-mimesi ronconiana), Andreotti (Fabrizio Contri, in direzione opposta al Divo) e Zaccagnini (Gigio Alberti, ottima e inaspettata scelta). Quei tre lo osservano quasi dispiaciuti di ritrovarlo in vita. Lui li tranquillizza: “Mi dimetterò da tutto, non accetterò più nessun ruolo politico”. Come a dire che, comunque sia andata, la colpa di quello che è successo è della Democrazia Cristiana. È appunto la DC, la vera Lady Macbeth di questa tragedia.

È la tesi di quest’opera monumentale che vuole tenere insieme tutto, in un impianto alla Rashomon che, di puntata in puntata (sei in totale), adotta via via il punto di vista di tutti gli attori in campo: la famiglia che per pudore e rigore non piange quasi mai (la moglie Eleonora è Margherita Buy) e i brigatisti che invece sono la parte mélo-drammatica (bravi Daniela Marra, Gabriel Montesi, Davide Mancini). E poi la Chiesa, con Paolo VI (Toni Servillo) che si castiga e offre l’ovvia prospettiva cristologica sulla vicenda: nelle consuete divagazioni oniriche bellocchiane, il Papa vede Moro che regge la croce – sullo sfondo posticcio della Roma Antica di Cinecittà: bellissimo.

Il (nuovo) Moro di Bellocchio è, anzitutto e soprattutto, un Moro in assenza. Ed è magnifico Fabrizio Gifuni nel suo essere presentissimo senza esserci quasi mai, almeno fino all’ultima puntata che è la sintesi di tutto: psicanalisi e sliding door. Nel titolo, del resto, non c’è più “buongiorno” ma “esterno”. Perché in fondo quella (questa) non è la storia di Moro: è la storia di tutti gli altri, quelli che stanno fuori e che invece sono dentro, allora e ancora. E la storia nostra, che facciamo un altro salto là dove non si dovrebbe essere mai stati, dove non si vorrebbe tornare più.

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