‘Elle’ è il prequel che non aveva senso di esistere, e non gliene importa niente | Rolling Stone Italia
What, like it's hard?

‘Elle’ è il prequel che non aveva senso di esistere, e non gliene importa niente

Era necessario un coming of age sulla protagonista della 'Rivincita delle bionde’, prodotto da Reese Witherspoon? Domanda retorica: Elle Woods liceale, dalla Bel Air alla Seattle grunge del 1995, con tanti saluti alla continuity

‘Elle’ è il prequel che non aveva senso di esistere, e non gliene importa niente

Lexi Minetree nei panni di Elle

Foto: Prime Video

C’era bisogno di una teen comedy su Elle Woods adolescente? No, ma guardandola ho pensato la stessa cosa che mi ronzava in testa quando ho visto Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, e cioè: quanto sembrano belli, da fuori (o, in questo caso, da West LA), gli anni ’90 (ci torniamo). Parto da qui perché è esattamente il patto che Elle, la serie prequel (su Prime Video) della Rivincita delle bionde creata da Laura Kittrell (e liberamente ispirata al romanzo di Laura Brown, con Reese Witherspoon executive producer e ancora innamoratissima della sua creatura del 2001), chiede allo spettatore fin dal primo minuto: lasciare a casa la coerenza e scatenare la nostalgia.

Se pensiamo a Elle Woods come persona vera dentro una continuity vera, Elle non sta in piedi. La matricola che arriva a Harvard nel film era una principessa di Bel-Air ignara di tutto ciò che non fosse rossetto e sorority; scoprire ora che a sedici anni ha vissuto in mezzo ai rocker grunge e agli attivisti di Seattle è un buco di caratterizzazione che richiederebbe un’amnesia da soap opera per essere tappato. Non a caso, per com’è scritta, la protagonista sembra più imparentata con Cher Horowitz di Ragazze a Beverly Hills (che nel film ha, guarda caso, la stessa età) che con la vera Elle Woods, e Ragazze a Beverly Hills usciva proprio nel 1995, l’anno in cui è ambientato questo prequel. Un caso?!?!. Il “problemino” di sceneggiatura, comunque, alla serie non sembra importare. Perché se pensiamo a Elle Woods come IP infinitamente riavviabile alla Bond, allora ha perfettamente senso. Almeno commerciale, se non narrativo.

Elle - Official Trailer | Prime Video

Siamo appunto nel 1995, la nostra miss Woods sedicenne (Lexi Minetree, che imita Witherspoon con una precisione quasi inquietante, meglio lei della vera figlia di Reese, si è detto in giro) viene sbattuta dalla sua California rosa shocking a una Seattle grigia e piovosa dove tutti vestono uguale pur di sembrare individualisti. La notizia le arriva proprio la sera del suo sedicesimo compleanno: suo padre, chirurgo plastico a Beverly Hills, ha rovinato il naso di una star di Hollywood, scandalo, esilio da L.A., e quindi addio mansion, ma soprattutto addio gruppetto di amiche coordinate col cane in fuxia. I genitori, Wyatt (Tom Everett Scott) ed Eva (June Diane Raphael), reagiscono come reagirebbero due americani di mezza età a metà di quel decennio: lui suona l’instant classic Wonderwall (!), lei tira fuori il Rolodex (quella specie di rubrica telefonica/da scrivania, con schedine rotanti in ordine alfabetico: so Nineties!) per chiedere favori ogni volta che la figlia ha bisogno di qualcosa, per mammà Woods il metodo educativo più naturale del mondo.

Ah, la sigla è I’m Only Happy When It Rains dei Garbage, 1995, e da lì la serie non fa che infilare needle drop uno dietro l’altro: Radiohead, Soundgarden, gli INXS di New Sensation mentre Elle indossa una maglietta dei Nirvana pimpata con glitter e cuori e la sua BFF a 2mila chilometri di distanza va al Cinerama a vedere Seven. A un certo punto, qualcuno discute se Eddie Vedder sia meglio di Kurt Cobain, “be’, se avessi detto Chris Cornell…”, e capisci che siamo ufficialmente a Seattle, non in una cartolina di Seattle (pure qui, ci arriviamo).

Tom Everett Scott (Wyatt), Lexi Minetree (Elle) e June Diane Raphael (Eva). Foto: Prime Video

Un rischio c’è, ed è, ovviamente (l’avrete immaginato a questo punto), il catalogo. Xena, Buffy, L’attimo fuggente, Madonna in bianco e nero come in Truth or Dare: sono riferimenti così fitti che a tratti Elle sembra una sorta di moodboard che urla “sono ambientato negli anni ’90” più che un prequel. Persino l’amica lesbica di turno, Liz, inserita con la disinvoltura di chi scrive nel 2026 un episodio ambientato trent’anni prima, tradisce più il presente che il passato. Eppure il tono ironico, la protagonista che si presenta con “sono Elle, mi piacciono i caffè freddi, luglio, e la gente che si veste come se giocasse a tennis anche se non gioca a tennis” con l’armatura fatta di un rossetto L’Oréal, tiene tutto insieme meglio di quanto dovrebbe.

E poi, certo, si parla di femminismo con la stessa disinvoltura con cui parla di Brad e Gwyneth, la it-couple dell’epoca. “Sono femminista, il che significa che sostengo i diritti delle donne, e anche i loro torti”, dice convintamente Shannon (Danielle Chand) a un certo punto, la ragazza “modaiola” del nuovo liceo che Elle vuole farsi amica, ed è probabilmente la battuta più Rolling di tutta la stagione. Ma pure quella in assoluto più anacronistica. Elle pare scritta un po’ da chi conosce gli anni ’90 per sentito dire, non tanto per esperienza e non decide mai se prendere in giro il fervore grunge o restituirlo con affetto sincero. La superficie è filologicamente onesta; la texture sociale invece è più fantasia del presente travestita da passato che ricostruzione. C’è anche qualcosa che la serie, come quasi tutta la nostalgia anni ’90 di oggi appiattita su un’estetica pop middlebrow (per dirla con Dwight Macdonald), non nomina mai, perché a interessare gli autori è l’opposizione estetica con la soleggiata California, non certo il lascito. La stessa Seattle è, nel 1995, una città che da un anno piange Kurt Cobain, morto suicida nell’aprile del ’94, e che nel luglio del ’93 aveva già perso Mia Zapata dei Gits, violentata e uccisa mentre tornava a piedi dal Comet Tavern, un omicidio rimasto irrisolto per quasi un decennio, che spinge la scena punk locale a organizzarsi nei corsi di autodifesa collettiva di Home Alive, fondato dalle sue amiche musiciste. Altro che flanella coordinata: nella vera Seattle, quella che miss Woods attraversa con la sua positività da cheerleader e il suo ottimismo a prova di pioggia, la gente moriva per davvero. Ma Elle non è quel tipo di show e, anzi, vende l’estetica di un decennio molto più duro di quanto la nostalgia di oggi sia disposta a raccontare. 


Lexi Minetree (Elle) e Liz (Gabrielle Policano). Foto: Prime Video

E così la Seattle della serie è tanto stereotipata quanto quella patinata di Frasier: la queen bee locale, Kimberly (Chandler Kinney), la liquida con un “pink isn’t a personality” che è la riga più tagliente della prima stagione, salvo poi essere lei stessa il prodotto di un unico, monolitico canone grunge-conformista. La contraddizione, tutti ribelli allo stesso modo tranne la bionda vestita di rosa colpevole del crimine di “conformismo”, sfiora pericolosamente la retorica reazionaria per cui la ragazza bianca, etero e femminile è la più oppressa della stanza. Per fortuna la scrittura se ne accorge abbastanza in fretta da correggere il tiro, quando i personaggi di contorno, Dustin (Zac Looker), skater-stoner-attivista che all’inizio fa da finto love interest, o Liz (Gabrielle Policano), la Lizbian (cit.) di cui sopra, escono dal cliché e iniziano a somigliare a persone reali.

Nel terzo episodio, tra i titoli di coda, compare una dedica a James Van Der Beek, che interpreta il sovrintendente scolastico Dean Wilson, candidato sindaco: sì, è la sua ultima performance. L’attore è morto a febbraio, a 48 anni, per un cancro colorettale, dopo aver finito le riprese ma prima che Elle arrivasse in streaming. Guardarlo oggi, con quella faccia da eterno Dawson invecchiato dentro il costume di un politico di provincia anni ’90, fa uno strano effetto: la nostalgia della serie, che fino a quel momento era solo estetica, la playlist azzeccata, i vestiti giusti, diventa per un attimo concreta, con tutto il peso che la parola “ultima volta” porta con sé.

Lexi Minetree (Elle) e Dustin (Zac Looker). Foto: Prime Video

Il resto è meccanica da franchise, gestita con più cura che ispirazione: un tirocinio a Cosmopolitan da guadagnarsi, raccolte fondi per il personale scolastico sottopagato, una segretaria licenziata ingiustamente, una cospirazione che arriva fino al preside. E gli easter egg obbligati, l’adozione del chihuahua Bruiser abbandonato dai vicini di casa perché “i colori della terra non stavano più bene con il loro nuovo arredamento”, una battuta buttata lì su “hai mai pensato di fare l’avvocato”, oscillano tra il delizioso e l’imbarazzante, ma va detto: capitalizzare sull’affetto per La rivincita delle bionde è l’unica ragione per cui questa serie esiste.

Alla fine rimane Elle, puntino rosa shocking nell’oscurità atmosferica e un po’ fittizia di Seattle, un personaggio che, esattamente come lo show che la contiene, sembra bloccato a metà tra quello che pensava di dover essere e quello che potrebbe davvero diventare. Che poi, a pensarci, è la storia di ogni sedicenne trapiantata in una città che non la capisce. Solo che questa, almeno, sa già come andrà a finire: Harvard, un’aula di tribunale, e un bend and snap che la storia del cinema non ha più smesso di citare. “What, like it’s hard?”.