Dove siamo finiti, Enzo Tortora? | Rolling Stone Italia
applausi e sputi

Dove siamo finiti, Enzo Tortora?

‘Portobello’ di Marco Bellocchio rilancia il dibattito sull’uomo dalle “due vite”. Una da eroe della Tv, l’altra da protagonista di uno dei più gravi casi di malagiustizia del Paese. Da cui forse non abbiamo ancora imparato niente

Dove siamo finiti, Enzo Tortora?

Fabrizio Gifuni è Enzo Tortora in ‘Portobello’ di Marco Bellocchio

Foto: Anna Camerlingo

Pur annoverato tra i padri fondatori della televisione italiana, Enzo Tortora si trovava a suo agio con la carta stampata, e già questo elemento potrebbe far intuire la differenza e la distanza che separava Tortora da quel mondo di celebrità televisive che pure lui stesso stava plasmando, a partire dalla sua prima esperienza di conduzione insieme a Silvana Pampanini nel 1956 di quello che può essere definito il primo talent show della televisione italiana: Primo applauso.

Tortora venne infatti allontanato nel 1969, all’apice della propria carriera, dalla televisione pubblica in seguito ad alcune dichiarazioni rilasciate al settimanale Oggi in cui definiva in modo ben poco lusinghiero la dirigenza Rai. Il licenziamento fu in tronco e non gli furono nemmeno riconosciuti dall’emittente i crediti per l’ottenimento del tesserino da giornalista professionista, da Tortora estremamente agognato. Perché in fondo essere conduttori televisivi per lui non significava professionalmente poi molto.

Da quel momento l’attività di Tortora fu principalmente pubblicistica, occupandosi per conto de La Nazione di cultura e spettacolo fino a rientrare in televisione con le prime reti private. Solo nel 1976 la Rai lo riaccoglierà al suo interno e alla conduzione di Portobello, una delle trasmissioni di più grande successo della televisione italiana, uno spettacolo che teneva incollati ai televisori quasi trenta milioni di spettatori.

Fabrizio Gifuni alias Enzo Tortora in una scena della serie. Foto: Anna Camerlingo

Fino a quel momento Enzo Tortora è il ritratto di un uomo di successo, ma anche profondamente ostinato, oltre che totalmente disinteressato a ottenere un consenso trasversale nella politica e là dove importa essere tenuti da conto e protetti. Tortora è molto amato dal pubblico e questo gli basta, ma al tempo stesso resta una figura estremamente puntigliosa, quasi odiosa. Così che, in un Paese che ricerca facili consensi ma anche scontate contrapposizioni, Tortora finisce per apparire una figura anomala e come tale sostanzialmente divisiva.

Tortora non concede mai ammiccamenti e soprattuto appare estremamente severo e poco conciliante, spesso anche fino all’antipatia. Le sue opinioni sono spesso tranchant, e anche se non si pone mai – da buon liberale – come paladino del popolo contro il potere, come faranno dopo di lui molti altri fustigatori televisivi, di certo non insegue convenienze e non si attira mai particolari simpatie dai piani alti.

Sintetizza perfettamente la parabola esistenziale di Tortora il titolo del bellissimo e accurato saggio di Vittorio Pezzuto a lui dedicato, Applausi e sputi – Le due vite di Enzo Tortora (Piemme). Già, perché proprio di due vite si deve parlare, ed entrambe pubbliche. La prima fatta di successi televisivi, la seconda di una conclamata persecuzione giudiziaria.

Che la giustizia italiana sconti qualche problema di mala gestione è una cosa nota nella nostra società da molto tempo, ma è anche un tema che risulta sempre trasversale a tutte le principali istituzioni del Paese, che così come vengono rumorosamente denunciate al tempo stesso vengono anche sostanzialmente accettate. Perché in fondo non si sa mai: meglio non turbare il manovratore e magari cogliere all’occasione qualche favore utile.

È una modalità da Italietta fascistoide, che ciclicamente si affaccia negli anni repubblicani, un ricorso va detto sempre più frequente. Basti ricordare il bel film del 1971 di Nanni Loy con protagonista Alberto Sordi, Detenuto in attesa di giudizio, che già metteva in scena una gestione della giustizia più da regime totalitario che da democrazia e ritraeva l’arretratezza globale italiana dalle carceri fino alla sua opinione pubblica.

Fabrizio Gifuni/Enzo Tortora con Pier Giorgio Bellocchio (al centro) in una delle scene ambientate in carcere. Foto: Anna Camerlingo

Tanto che, a quasi quarant’anni dalla morte di Tortora, più ancora che indignare il suo caso sembra da sempre spaventare, tanto da essere utilizzato come attizzatoio contro ogni azione giudiziaria che, guarda caso, va a orientarsi verso centri più o meno di potere; e al tempo stesso si tende a denunciarne la vergognosa assenza quando l’urgenza è più puramente ideologica e indirizzata verso i ceti più bassi della società.

Sono le quattro del mattino del 17 giugno del 1983 quando Enzo Tortora viene arrestato e ammanettato all’Hotel Plaza di via del Corso a Roma, e da allora sembra che si sia preferito dare forma a un eroe più che a una vittima, in un’alternanza isterica che vede contrapporsi ancora oggi magistratura e politica, entrambe incapaci di assumersi la responsabilità del proprio ruolo. Emblematico è che oggi la figura di Tortora, che non afferì mai a nessuna delle due grandi famiglie dell’Italia del Dopoguerra (quella democristiana e quella comunista), finisca per mettere d’accordo tutti in modo da non colpire più nessuno, una forma di cinica quanto miserabile comune condoglianza.

Molte cose da allora sono mutate. E anche se non è forse possibile pensare che si possa replicare un caso di così devastante malagiustizia come fu quello di Tortora, non è cambiata la sensazione di un paese familista e clientelare sulla destra, mentre la sinistra patisce nell’amichettismo (Fulvio Abbate docet). Un Paese dentro al quale proprio non si può evitare di fregarsene dei gruppi e delle conventicole (anche se ormai ridotte spesso a un lamento da Caterina va in città, con il lagnoso Iacovoni), degli amici degli amici e dei parenti degli amici degli amici. Un Paese in cui la soglia di sopravvivenza può essere garantita più dalle occasioni che dalle competenze e in cui la capitale resta inesorabilmente la città più fascista d’Italia come la definì Goffredo Parise, una cloaca fatta di potere e poteruncoli alla deriva perenne.

Fabrizio Gifuni nei panni di Enzo Tortora durante il processo. Foto: Anna Camerlingo

Portobello di Marco Bellocchio (qui la nostra intervista) si pone come un oggetto narrativo fondamentale per comprendere quel caso e quell’Italia, in particolare per chi non visse quei giorni terribili in cui chiunque, in una sostanziale unanimità, decise che sì, Tortora era colpevole, o comunque che sì, qualcosa doveva pur aver fatto. Tanto poi la conclusione era che comunque no, non era un uomo simpatico. Portobello avrà probabilmente la forza di restituire alla memoria un uomo che fu platealmente solo e abbandonato non da chi avrebbe dovuto volergli bene, ma da chi avrebbe dovuto garantire i diritti costituzionali e da chi come suo concittadino avrebbe dovuto mantenere quanto meno una presunzione d’innocenza per un uomo fino a quel momento non solo con la fedina penale pulita, ma privo di opacità e di ombre. Ma probabilmente Portobello – e non gliene si può certo fare una colpa – non avrà la forza di rilanciare un dibattito liberandolo dalle chincaglierie della retorica e della propaganda.

Gli applausi e gli sputi assumono il medesimo valore di un conformismo pronto a battere le mani e a berciare a seconda dell’onda del momento, una violenza gratuita dall’impatto devastante, sicuramente sulla vita di Tortora, ma anche sulla vita democratica di un Paese che può sempre denunciare le proprie istituzioni più o meno inadempienti e più o meno corrotte, ma non pare mai pronto a riconoscere un infantilismo sciatto e reazionario che caratterizza la propria opinione pubblica e la propria negletta borghesia. Applausi e sputi è in definitiva il massimo e il meglio che è stato in grado di offrire il Paese a Enzo Tortora.

È come se fossimo ancora fermi a quel 20 febbraio del 1987, quando tornando in televisione come uomo innocente e ripulito da tutto il fango di cui era stato schizzato, Enzo Tortora pose la semplice domanda: «Dunque, dove eravamo rimasti?». Dove eravamo rimasti? E anche: ma dove siamo finiti?