Dobbiamo davvero credere a Harry e Meghan? | Rolling Stone Italia
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Dobbiamo davvero credere a Harry e Meghan?

È una domanda retorica. E la docuserie Netflix conferma il talento degli ex duchi di poco talento nel portarci dentro il loro storytelling fatto di vittimismo e attivismo da Instagram. Con una grande comicità involontaria, ma anche col pieno senso del tempo che stiamo vivendo

Un frame di ‘Harry & Meghan’

Foto: da Netflix

Le tre parole più involontariamente comiche, certamente surreali, di questo spettacolino le pronuncia Meghan Markle, già duchessa di Sussex. Definisce un “orchestrated reality show” l’intervista con cui lei e Harry, già principe conte e barone (molto rampante), annunciavano il loro fidanzamento ufficiale alla stampa britannica. Come se quello che stiamo guardando – Harry & Meghan, la docuserie Netflix (più serie che docu) primo frutto dell’accordo milionario tra la fu Royal Couple e l’Algoritmo – non fosse esattamente la stessa cosa. Una perfetta messinscena, solo stavolta completamente “presso sé stessi”.

Dei meriti pressoché nulli dei due, uno è però inconfutabile: la capacità di farci credere (o, quantomeno, di far credere alla più parte della platea mondiale) che quello che loro ci stanno raccontando sia la realtà reale. Esempi a caso: Meghan che parla di Suits come se fosse stato, televisivamente parlando, una specie di Friends e che si presenta come “io, grandissima diva di Hollywood” quando tutti sappiamo la sua irrilevanza prima dell’ingresso a Palazzo; l’ingresso a Palazzo che è stato il remake di Indovina chi viene a cena?, in barba agli odi razziali veri; il tentativo di portare la modernità (no: l’attivismo formato Instagram) dentro il suddetto Palazzo mandato ovviamente a monte dai reali brutti e cattivi – ogni volta che quei due si lamentano del fatto che la monarchia è troppo conservatrice, penso a tutti quelli che puntualmente si indignano perché il Papa non appoggia i matrimoni gay.

Il vittimismo (meglio se un po’ mitomane) è, oggigiorno, la chiave di qualsivoglia storytelling privato, figuriamoci quando si tratta di biografie pubbliche autorizzate dagli stessi soggetti ritratti. Non c’è, in quest’epoca di lagne condivise, documentario di cantante o attore o personalità d’arte varia in cui il protagonista non pianga dall’inizio alla fine, o in cui non tiri fuori le parole abuse o mental health. Ormai è un genere a sé, coi suoi codici, il suo linguaggio. Ma con Harry e Meghan siamo alle Olimpiadi del “poveri noi” – però mentre ti sorridono i tramonti e i colibrì ti fanno ciao.

Del resto, Harry ha ereditato da mamma Diana il ruolo di volpe inseguita da quel branco di cani da caccia che sono i media; o, se vogliamo credere che il duca sia più intelligente di come si mostra, di persona che ha compreso benissimo che l’essere celebrità in quanto tale (no: in quanto eternamente principe o principessa, ma questo è il dato che conviene sempre omettere) ti faccia monetizzare potenzialmente molto di più, nel tempo in cui i reali inglesi devono continuamente e faticosamente convincere i loro sudditi di valere il prezzo delle tasse.

Anche per questo Harry & Meghan è il trionfo della superficie sulla storia (con e senza maiuscola), il reel che ci ipnotizza, e tutto quello che c’è sotto – vero o falso non importa – chi si prenderà la briga di confermarlo. È tanto più facile e carino fermarsi ai ritardi del primo appuntamento, ai filtri di Snapchat, alle tutine da pinguino, al “ci siamo dovuti conoscere come tutti quanti voi” (però facendo glamping in Botswana), ai goffi tentativi di inchino davanti alla conservatricissima – pure lei! pensa te! – nonna Elisabetta (che, per fortuna sua, è morta prima di questo inelegante sfottò). Ancora nulla o quasi – ma arriverà – sulla fuga dal regno in stile Edoardo VIII e Wallis Simpson, solo senza nazismo (in realtà Harry parla, finalmente, delle famose divise di carnevale; e anche lì col cuore in mano, “ero molto giovane, ho sbagliato, sono uno di voi” – ehm, no).

“I membri della famiglia reale hanno declinato qualsiasi invito a commentare i fatti riportati nella serie”, si legge nel cartello all’inizio di ogni episodio. “Nessun membro della famiglia reale, né a Buckingham Palace né all’ufficio stampa del principe William a Kensington Palace, è stato contattato per commentare la serie”, ha prontamente replicato un portavoce della Corona. È un altro dettaglio comicissimo, bellissimo, che si porta con sé Harry & Meghan, che riconferma come oggi chi fa da sé – con i suoi filtri, i suoi tag, le sue stories in evidenza – fa per tre (anzi, per cento: ovvero i milioni di dollari che Markle e consorte potrebbero guadagnare dal contratto quinquennale con Netflix).

Voglio immaginare che l’unico royal che s’è preso la briga di guardare questa roba sia Camilla. Camilla che si versa un bicchiere di sherry, si fa qualche sommessa risata e ogni tanto urla, rivolta alla luce che viene dallo studio: “Carlo, c’è alla tv tuo figlio, quello che dice che siamo peggio dei Corleone, quello che Eton era peggio di Dachau”. Pronta, il giorno dopo, a rimettersi a fare il suo lavoro vero.