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‘Bridgerton’ sta perdendo la sua scintilla?

O sta solo imparando ad accenderla in un altro modo? Nei nuovi episodi della quarta stagione, la coppia centrale Benedict-Sophie è stata un po' messa da parte per parlare (anche) di classe. E la quota hot si è spostata altrove

Foto: Liam Daniel/Netflix

«Ho sentito che Benedict Bridgerton è qui! È il mio fratello preferito», dice qualche sgallettata Regency al ballo in maschera a casa Bridgerton, episodio uno. Sì, Benedict (Luke Thompson) è sempre stato anche il mio preferito. E mi tocca dirlo, anche contro la mia volontà: dal capitolo incentrato su di lui mi aspettavo fuochi d’artificio da far impallidire il Duca di Hastings e il Visconte Anthony (a proposito: dov’è? Forse ancora in giro con Elphaba). E invece.

La prima parte della quarta stagione del fenomeno Netflix arriva dopo quasi due anni di attesa, con la solita promessa: rinnovare il rituale Jane Austen meets pornosoft, rifare il pieno di voyeurismo, orchestrare un’altra variazione pop su spartiti ottocenteschi. E l’apertura è frenetica, coreografata, scintillante come da manuale Shondaland. Lady Violet supervisiona, la servitù corre, le figlie (Eloise e Francesca) tornano a casa dalla Scozia e Benedict – the spare, come direbbe Harry, l’artista bohémien, il fratello libero ma anche eternamente irrisolto nei confronti dell’impegno – resta l’unico Bridgerton in età da matrimonio ancora sospeso, scapolo impenitente, per dirlo alla Lady Whistledown. È il suo turno finalmente, la sua stagione. Be’, dovrebbe.

Proprio quel gran ballo di cui dicevamo è il motore della storia, con le maschere che funzionano da sospensioni identitarie e autorizzazioni a bramare qualcuno, anche se non sai chi hai davanti. All’inaugurazione della stagione Benedict incontra una misteriosa Dama d’argento di cui non sa nulla, tranne che è l’unica “debuttante” di tutto il Ton che l’abbia mai davvero colpito. Lei, Sophie Baek (Yerin Ha) in disguise, guarda il lampadario di cristallo come se fosse la prima volta che vede un lampadario in vita sua. Lui guarda lei nello stesso modo. È tutto molto simbolico, tutto molto giusto, tutto molto… tiepido, come se Bridgerton avesse paura di sporcarsi davvero (ehm) le mani come prima.

Qualche passo di danza, forse mezzo (ma veramente mezzo) sfioramento e via, prima di mezzanotte (e cioè prima che i volti vengano svelati) la nostra deve tornare a casa. E per Sophie casa a Mayfair è quella di Lady Penwood. Sì, avete indovinato: la sua matrigna, per cui la nostra lava, cucina, stira, rammenda. Una maid come dicono gli inglesi, per noi una cameriera. È una variazione sul tema di Cenerentola che la serie cerca di rendere contemporanea, problematizzando i temi di classe e lavoro. E funziona, soprattutto quando la macchina da presa scende “al piano di sotto”: nelle cucine, nelle camere essenziali, nelle lavanderie, negli alloggi della servitù. Un po’ Downton Abbey, ma con il passo spedito di Bridgerton e il solito décor. E in effetti quello, diciamo, “sociale” è uno dei filoni più interessanti di questa stagione: l’idea che l’alto non possa esistere senza il basso, che il Ton sia una costruzione collettiva fatta di fatica invisibile, chiedetelo alla povera Varley. E allora via alla “Maids’ War”, la guerra delle cameriere, per accaparrarsi la migliore, con sgambetti clamorosi anche da parte delle signore più insospettabili.

Tornando a Lady Penwood: ricordate la dolce Cho Chang di Harry Potter? Ecco qui Katie Leung è diventata una villain domestica molto convincente, crudele, una madre tossica. Così come funzionano le scaramucce tra Lady Danbury e la regina Charlotte (le sempre meravigliose Adjoa Andoh e Golda Rosheuvel, anche a ‘sto giro con delle parrucche pazzesche) che ormai sembrano un matrimonio di lungo corso: si conoscono troppo bene per fingere, stanno dentro al cosiddetto cerimoniale, ma si punzecchiano per restare vive. È lì, spesso, che la scintilla si riaccende. Non tanto (o non ancora… speriamo) nella coppia protagonista, ma ai margini, nei dialoghi laterali, negli sguardi che non dovrebbero essere di contorno.

Il giorno dopo il ballo, Benedict prova a disegnare la Dama come una delle sue ragazze francesi (semicit.), O almeno vorrebbe. Il desiderio viene continuamente promesso e rimandato, fino alla scena clou accompagnata da Bad Idea Right? di Olivia Rodrigo, per cui ci fanno sudare praticamente tutte le quattro puntate disponibili, situazione hot anticipata solo da un bagno nel lago con il nostro Bridgerton preferito a torso nudo. Nel frattempo la quota erotica della stagione si sposta altrove: Penelope e Colin, ormai sposati, si prendono lo spazio fisico che a Benedict e Sophie viene negato e lo stesso vale per Francesca e Kilmartin (più o meno, ma non spoileriamo). E, soprattutto, funziona meravigliosamente la tensione tra Lady Violet e Lord Marcus Anderson: lo faranno o non lo faranno? Lì sì che ci sono imbarazzo di fronte alle regole sociali, desiderio adulto, tempo che passa e corpi che lo sanno. C’è materiale per una miniserie intera solo su di loro, ed è un segnale non proprio rassicurante per i protagonisti (sigh).

E poi c’è l’affaire Lady Whistledown: da quando sappiamo chi c’è dietro la penna più affilata del Ton, il meccanismo forse si è un po’ inceppato. La cattiveria si è addomesticata, quella che era una voce onnisciente, irriverente, capace di ribaltare gerarchie e mettere in crisi l’intero sistema, ora deve muoversi con il freno a mano tirato. Non solo perché Penelope è cambiata si è innamorata, è diventata madre ma perché Lady Whistledown deve ormai stare ai giochi della Regina Charlotte, diventare strumento, quasi ufficio stampa della Corona. Da coscienza sporca e anarchica della serie a megafono controllato del potere: una parabola coerente, probabilmente, ma di certo poco eccitante. È come se Bridgerton avesse deciso di rinunciare alla sua arma più punk proprio mentre il mondo che racconta si fa più rigido, più politico. Il risultato è che anche il gossip – che era il vero carburante narrativo dello show – perde veleno. E senza quella voce a sparigliare le carte, tutto il resto rischia di sembrare più educato, più composto, più… boring – per dirla con Ilya Rozanov –, proprio mentre Heated Rivalry prova a prendersi pure il pubblico di Bridgerton.

La serie fa bene a interrogarsi, ad allargare il campo, a raccontare amicizie femminili, sorellanze imperfette, relazioni che non passano solo dal matrimonio. Il problema è che, nel farlo, sembra aver perso fiducia nella propria arma principale: quella scintilla pop, sensuale, eccessiva, che trasformava il romance in evento. La divisione bizzarra della stagione, spezzata e diluita, certamente non aiuta. Il corteggiamento tra Benedict e Sophie si raffredda, la tensione evapora, e quando finalmente dovrebbe bruciare resta appena in the shallow (chi sa, sa). E peccato, perché la chimica tra Thompson e Ha ci sarebbe, ma (per ora) è stata un po’ messa da parte. Guys, ripigliatev’ tutt’ chell’ ch’è ’o vuost.

Forse è un momento di transizione, una stagione che chiede pazienza. O forse Bridgerton sta diventando qualcos’altro: più consapevole, più interessata alle strutture che alla sua la raison d’être sfacciatamente pruriginosa. Tutto assolutamente legittimo. Ma per una storia che ci aveva insegnato a credere nel desiderio come motore narrativo la domanda resta: Bridgerton sta perdendo la sua scintilla, o sta solo imparando ad accenderla in un altro modo?

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