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“Blob”, l’ultimo baluardo della Tv satirica: 30 anni dopo

Il 17 aprile 1989 usciva dalla televisione un fluido informe, nato dalle mani di Enrico Ghezzi e Marco Giusti, che negli anni è diventato un momento cult, capace di prendere in giro tutto e tutti

Enrico Ghezzi. Foto di Leonardo Cendamo/Getty

Esattamente trent’anni fa, dal più narcisista dei mezzi di comunicazione di massa del nostro passato oramai remoto, ovvero la televisione, uscì Blob. A distanza di trent’anni, Blob resta tuttavia l’esempio massimo di flipping. Lo stadio terminale dello zapping di cui anche un imberbe youtuber capirebbe il genio comunicativo di fondo. Generato, non creato, da quella che è sempre stata la più disubbidiente delle reti nazionali, ovvero Rai Tre, il fluido mostrò subito i connotati dei due genitori cinefili – opposti e compensativi – alle spalle, Enrico Ghezzi e Marco Giusti. Il primo più vicino alla nouvelle vague e al surrealismo di Buñuel, il secondo fedele appassionato di “b-movies” con gente come Tomas Milian o Terence Hill come protagonisti. Due autori che purtroppo non si parlano più da anni e oggi si accapigliano per rivendicare la paternità del titolo. “Sono stato il primo a pensare a The Blob, film degli anni 50 conosciuto in Italia come Fluido Mortale”, sostiene Giusti. “Fui io a proporlo subito per il titolo e la sigla: non a caso Blob era una massa che assorbiva energia dagli uomini”, replica Ghezzi. Da qualunque parte vogliate stare, la tendenza univoca dei due era quella di svilupparsi come un virus patogeno del piccolo schermo, mentre il sottotitolo “Di Tutto, Di Più” ne prediceva la voracità onnivora.

Storia narra che il direttore della Rete propose l’applicazione di una formula della rubrica “Mattinale”, presente già da metà anni Ottanta su quel bel giornale che era Il manifesto, ma rapportato alla storia televisiva del giorno prima. I due accettarono, ma con una controproposta: creare venti minuti di Tv capace di ridere di sé stessa. Poco a poco Blob, da cosa, da fluido informe, da rigurgito della cena del giorno prima, prese così le sembianze di un quotidiano, con inserti di cartoni animati e cinema – come Cinico Tv di Ciprì e Maresco – impossibile da resistere. Una trasmissione televisiva in grado di dimostrare come ironia, satira e varietà sono di gran lunga inferiori agli eventi quotidiani.

Ne sa qualcosa Antonio Ricci che, dopo Blob, cambiò Striscia la Notizia, da contenitore di cosine frivole, infermiere giunoniche e conduttori col codino sullo stile di Drive In, a sberleffo dei Tg del giorno prima e sberleffo di tutto ciò gli capitasse a tiro subito dopo. Senza però avere un decimo del genio creativo dei due papà di Blob. Perché G&G erano (e sono) due critici militanti travestiti da enfants terribles (allora sui trenta, oggi qualcosina in più, ma portati benissimo), che citavano a ripetizione film culto e trash, unendoli a filosofia e mezzibusti del Tg, vita politica e critica della Tv, sequenze memorabili e infimi spot, gli scontri di piazza a Tienammen e Sandra Milo, tutto con un montaggio semplicemente azzeccatissimo. Inoltre loro due si integravano a tal punto da rendere spesso difficile l’attribuzione di un’idea all’uno o all’altro.

Perciò tutte le denunce le prendevano entrambi. Da gente poco incline all’ironia, tipo il notista del Tg2 Onofrio Pirrotta che si infuriò perché dopo di lui partì un “ma che bella faccia da cazzo” tratto dal film Tolgo il Disturbo con Vittorio Gassman, a gente irrimediabilmente permalosa come Silvio Berlusconi, accostato all’intervista a Fellini quando esclama “A cencio, ma vedi d’annà affanculo”, o Cossiga, doppiato dal nano di Twin Peaks, a gente semplicemente intoccabile come Biagi, accostato in un’intervista ad Andreotti allo spot “Locatelli fa le cose per bene”. Per non farsi mancare nulla, ci fu anche una bella accusa per vilipendio alla religione, o meglio “per tentata truffa ai danni della Presidenza del Consiglio dei ministri e per offese alla religione di Stato”, da cui sono stati (manco a dirlo) assolti.

Per fortuna c’era anche chi non protestava, chi si divertiva pure ad auto-segnalarsi dal momento che era “blobbabile”. In entrambi i casi, Blob è rimasto la trasmissione di videocritica con il più alto indice di gradimento della Tv nazionale, sostanzialmente disinteressato tanto alle denunce quanto, per assurdo, ad allargare l’audience con inclusioni di bassa macelleria televisiva. In molti in trent’anni hanno provato a metterlo in riga, a standardizzarlo, proponendo ai due puntate più lunghe o appuntamenti settimanali in prima serata, oppure un’oratoria meno intelligente o un citazionismo più vicino alla famiglia media italiana all’ora di cena, ma in molti si son visti rifiutare la lusinghiera offerta del giorno. Per Ghezzi e Giusti, Blob così avrebbe solo perso la sua ficcante efficacia mordi e fuggi. Meglio rischiare la sospensione – come capitò nel 2006 quando misero in onda Mulholland Drive di David Lynch diviso in spezzoni da 10 minuti col titolo “Lynchipit” – rimanendo fedeli alla linea (“anche quando non c’è”), che soccombere in un virtuosismo estetico e/o formale migliore ma sostanzialmente vuoto di contenuti.

Blob era e resta un mashup tra il linguaggio pop di Andy Warhol e quello sintetico dei cartoni Looney Tunes, il formato corto della cinematografia e una sorta di selfie continuo della Tv. E anche se oggi per Marco Giusti “Blob te lo puoi fare da solo su YouTube, Facebook o Instagram da casa”, la realtà è un pelino diversa. Saranno spezzoni pure divertenti, forse; ma sono anche assolutamente inutili senza le idee che ti fanno unire Carmelo Bene che dice “L’infinito è un infinito minchione” alla rassegna stampa di Rai Tre che legge “Il PDS vota Veltroni” a Gigi Marzullo che a mezzanotte chiede imperturbabile a Edwige Fenech “Lei fa la comunione?” sulle immagini di Ambra Angiolini che piange dal palco di Non è la Rai. Oppure, nei giorni successivi all’attacco alle Torri Gemelle, le immagini dello schianto degli aerei a una pubblicità del Grana Padano in cui si vede un coltellino da formaggio che come un proiettile va a colpire dei frutti. Un lavorio che ha dietro un sapere (far bene le cose) che oggi è andato perso. La differenza con Internet è quindi macroscopica.

In definitiva, da un lato abbiamo un programma sperimentale e rivoluzionario, che fa della tecnica del montaggio un mezzo per esaltare un fastidio mediante l’accostamento cinico d’immagini, e parole, sapientemente selezionate da un flusso di 60 ore di messe in onda fatte a pezzi in 8 ore. Un programma che ancora oggi, dopo trent’anni, risulta sperimentale e rivoluzionario. Dall’altro lato, salvo rarissime eccezioni, c’è un “Blob” involontario dettato dalla fortuna del malcapitato fruitore di frammenti condivisi e dal disagio collettivo in cui viviamo. Una maggiore cognizione di ciò non guasterebbe a nessuno.

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