Bisogna prendere ‘Emily in Paris’ per quello che è, ma almeno fateci divertire | Rolling Stone Italia
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Bisogna prendere ‘Emily in Paris’ per quello che è, ma almeno fateci divertire

La terza stagione della serie con Lily Collins è probabilmente la meno riuscita delle tre. Perché perde gran parte dell’ironia camp e non vuole scegliere (esattamente come i suoi protagonisti). La nostra recensione

Lily Collins nella terza stagione di ‘Emily in Paris’

Foto: Netflix

“Tutti vogliono guardare una storia su due persone che cercano di combattere la loro naturale attrazione l’una per l’altra”, dichiara galante chef Gabriel (Lucas Bravo) mentre passeggia nella notte parigina con Emily (Lily Collins) in una scena della terza stagione di Emily in Paris.

Gabriel e Emily hanno appena lasciato la scomodissima proiezione all’aperto della rom-com Come farsi lasciare in 10 giorni e stanno passeggiando per i boulevard, scambiandosi giusto qualche sguardo. È vero: l’alchimia tra loro è palpabile, soprattutto quando finiscono davanti a una specie di installazione color rosa chewing-gum perfetta per una story di Instagram. Ma quello che una volta sembrava un divertente tuffo in un magico universo (im)possibile, con la stagione 3 sembra diventato ormai diventato una decisione in stallo, che nessuno vuole prendere.

Questa frustrante indecisione sembra riguardare ogni aspetto della terza stagione della serie creata da Darren Star e disponibile, come le precedenti, su Netflix. Quando avevamo lasciato Emily e il team di Savoir alla fine della seconda stagione, Sylvie (Philippine Leroy-Beaulieu) aveva appena mollato la società di marketing insieme al resto dei suoi dipendenti; un atto radicale e – come vedremo in questa stagione – del tutto miope con il quale voleva rinnovare la sua fiducia nei confronti del designer Pierre Cadault (Jean-Christophe Bouvet). Emily, dopo essersi sentita rifiutata dai colleghi con cui era riuscita a legare moltissimo, è felice di sapere che vogliono che anche lei faccia parte del nuovo gruppo.

Attenzione: seguono spoiler

Ma, come al solito, Emily ha sentimenti ambivalenti. Quando la terza stagione comincia, non ha ancora deciso se vuole restare a lavorare per la sua capa di Chicago, Madeline Weaver (Kate Walsh), se vuole rimanere a Savoir, o se invece vuole seguire Sylvie nella nuova società. Allo stesso modo, vuole impegnarsi con l’aitante banchiere inglese Alfie (Lucien Laviscount), ma continua ad essere “distratta” da Gabriel. “Vuoi forse avere tutto?”, le chiede a un certo punto Sylvie. “È una cosa così americana…”.

Camille (Camille Razat) e Mindy (Ashley Park), le migliori amiche di Emily, sono coinvolte altrettanto passivamente in storie con persone da cui sono attratte, ma con cui non riescono o non vogliono fare sul serio. Per Camille è l’artista greca Sofia (Melia Kreiling); per Mindy è Nicolas de Leon (Paul Forman), rampollo del proprietario della holding del lusso JVMA – e uno che, a differenza del suo fidanzato precedente, subisce la pressione data dall’essere l’erede di una così grande fortuna. La ultrasexy Sylvie porta benissimo la sua età e la sua esperienza come fossero una medaglia, perciò è frustrante vederla utilizzare lo stesso approccio “laissez-faire” anche nei confronti della sua vita sentimentale, facendo ben poco per evitare che il suo giovane amante fotografo non se ne vada ogni due per tre e finendo ogni tanto a letto col suo ex marito.

La cosa che però fa più innervosire di questa nuova stagione è che, anche quando un personaggio è costretto a prendere una decisione, è sempre la più prevedibile, e in ogni caso non provoca nessuna conseguenza. Madeline decide di tornare a Chicago e ha un’accesa discussione con Emily, per la quale è stato fatto un biglietto di ritorno. Emily, che finalmente fa una scelta, decide di continuare la sua avventura parigina. Madeline sembra andare su tutte le furie – avrebbe voluto un Emily in Chicago? – ma finisce per abbracciare la sua giovane (ex) impiegata e augurarle un futuro roseo nella Ville Lumière. In modo del tutto simile, quando Emily, Sylvie e il testo del team francese provocano un putiferio durante una sfilata di Cadault, l’ira di Nicolas, che guida il brand del designer, rientra molto in fretta. È incazzato per mezzo episodio, poi tutto torna alla normalità per Emily & Co. E anche quando Mindy si arrabbia con Emily per averla messa in mezzo nelle sue questioni di lavoro, la collera dura meno di un café.

Lily Collins/Emily con Ashley Park/Mindy e Camille Razat/Camille. Foto: Netflix

Forse gli unici personaggi che mostrano una vera capacità di azione sono gli uomini della serie, e solo quando devono lottare per i loro traguardi professionali. Cadault, il vecchio stilista che ha venduto il suo marchio, e il suo storico rivale Gregory Dupree (Jeremy O. Harris) bisticciano per il controllo creativo della maison. Gabriel lotta con le unghie e con i denti per guadagnare una stella Michelin, finendo col sacrificare le relazioni con gli amici. (Emily, dal canto suo, continua ad essere una workaholic – “Sei così brava nel tuo lavoro”, continuano a dirle le amiche – ma senza raggiungere veri e propri obiettivi, a parte indossare i brand che ama di più e comunicarlo al mondo via social.) Sylvie, il personaggio più forte del mucchio, passa l’intera stagione a respingere offerte che non vuole, o a ridursi a ricattare la gente.

Parte di ciò che aveva reso le due stagioni precedenti così coinvolgenti era la capacità, da parte di Star e dei suoi collaboratori, di indovinare un registro scopertamente ironico e uno sguardo sul mondo della moda “larger than life”. Quest’ultima stagione sembra invece far soccombere tutti alla normalità, sia nelle scelte di vita che in quelle di stile. E se il finale schiera i personaggi in quello che sembra essere il primo vero conflitto di questa stagione, arriva comunque troppo tardi: neanche l’ultimo cliffhanger riesce a produrre una vera tensione drammatica. “Non scegliere è comunque scegliere”, dice Alfie nel primo episodio, rimproverando a Emily di non aver messo lui prima del lavoro. Star, scegliendo di non andare più a fondo nei suoi personaggi, li lascia vagare in modo confuso per il loro mondo incantato. Un mondo sempre in Technicolor, sempre camp, ma senza quel più quel brio che aveva reso Emily in Paris una piccola delizia.

Da Rolling Stone USA