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‘Berlino’ è tutto quello che desideravamo dalla ‘Casa di carta’ ma non avremmo mai osato chiederle

Più ci interessano le storie d’amore e più vogliamo saperne del colpo, al contrario di quello che avveniva nella serie originale, in cui cercavamo di dribblare gli amorazzi, sperando che si arrivasse al dunque. Qui il dunque è non sapere mai, neanche per una scena, se è la trama romantica che sta prendendo per i fondelli quella criminale, o viceversa

Foto: Tamara Arranz/Netflix

Se l’ultima stagione della Casa di carta aveva evitato coraggiosamente di buttare la trama in caciara gettandosi nelle braccia della locura (ne avevamo scritto qui), Berlino, prequel della Casa di carta (in uscita oggi su Netflix) ambientato romanticamente a Parigi, si tuffa invece di testa nel precipizio dell’amore.

Una delle scene che meglio caratterizzano il tono di Berlino avviene nella toilette di un elegante cocktail bar della rive droite. Molti anni prima delle vicende che lo porteranno a occupare la Zecca di Stato spagnola, Andrés de Fonollosa, detto appunto Berlino (Pedro Alonso), è già all’apice della sua carriera di ladro e di divorziato. Ha alle spalle innumerevoli furti riusciti e tre matrimoni falliti: chi è fortunato in rapina non sempre è fortunato in amore. Infatti, anche se il suo ultimo progetto criminoso si è appena rivelato un successo, quasi simultaneamente la donna che ama lo ha lasciato. Invece che darsi alla fuga, come farebbe qualunque professionista del suo calibro (e come infatti hanno fatto, peraltro per suo ordine, i suoi cinque complici), Berlino indugia alla ricerca di una scusa per rivedere la sua amata, guarda caso proprio a pochi passi dal luogo dello scasso. Al telefono e dall’altra parte della Francia Damián, il suo più esperto e fidato collaboratore, travestito da campeggiatore, gli sta spiegando che potrebbe essere stato beccato. Berlino è esterrefatto: «Io ti parlo di amore e tu mi parli della polizia. Che posto sta diventando il mondo?».

Alcune delle idee più originali della Casa di carta erano state riposte dal creatore Álex Pina nei flashback post-mortem di Berlino: leggeri, colti, sapidi, tanto diversi dai contorti affanni narrativi della trama principale. Berlino è uno di quei flashback che, in questo caso, non solo dura un’intera stagione ma ha anche più budget, più attori, più comparse, più location e, soprattutto, più idee che mai.

La nuova (vecchia) storia comincia così: Berlino e la sua banda hanno deciso di prelevare dal caveau della più importante e sicura casa d’aste di Parigi 63 gioielli provenienti da 34 città d’Europa e altrettante famiglie (tra regnanti, ex regnanti o solo schifosamente ricche), per un valore complessivo di 44 milioni di euro. Per farlo devono spiare ogni movimento del direttore della maison, il signor Polignac. Ma a Berlino basta una rapidissima sessione di telescopio puntato da un albergo di lusso sulla finestra del palazzo nobiliare di fronte per innamorarsi perdutamente della moglie della sua vittima, la messicana Camille (Samantha Siqueiros). Il povero Polignac non sa di essere il destinatario non di uno ma di due attacchi, che saranno sferrati però con differenti livelli di destrezza.

Il fatto è che per Berlino, dongiovanni narcisista e manipolatore, ma dotato di un suo codice d’onore sentimentale deviato, ogni amante potrebbe essere la donna della vita; mentre una rapina, anche una da 44 milioni, è solo un’altra rapina. Del resto: che cos’è l’amore se non esso stesso una rapina che operiamo ai danni delle riserve di raziocinio di cui tutti, chi più chi meno, disponiamo; ai gioielli della corona della logica che ci illudiamo di portare in testa?

La banda di ‘Berlino’. Foto: Tamara Arranz/Netflix

Così mentre, da una parte, Andrés – dipendente patologico dal sentimento quanto dal denaro – da ladro di eclatante successo, capace di programmare ed eseguire piani estremamente complicati (li chiama “illusioni degne di Houdini”), sembra dare per assodata la riuscita di un furto pur arduo; dall’altra corre tutti i rischi possibili per succedere in quella che, nel videogame multiplayer che è la sua esistenza, solo apparentemente è una side quest. Nello scegliere tra le due opzioni che, nella sua filosofia, muovono il mondo: “il denaro o l’amore”, Berlino non sembra avere il minimo dubbio. Trascura il piano, diserta i preparativi per la sua attuazione, distoglie capitoli di budget, pedina e intercetta per motivazioni passionali, impiega perfino il suo apprendista ladro Roi (Julio Peña Fernández) come improvvido wingman in un bar. Per lui, il vero colpo è diventato fare colpo su Camille. Anzi, Berlino sembra quasi cercare inconsciamente, anche grazie alle notevoli difficoltà logistiche e organizzative derivanti proprio dall’insorgere di quel sentimento a chilometro zero rispetto al luogo da svaligiare, lo stimolo per rendere più interessante la riuscita della rapina pecuniaria. Non sa, in questo al pari di Polignac, che rischio sta correndo.

A questo livello di difficoltà, già decisamente hardcore di per sé, si aggiunge un dettaglio non secondario. Le scelte di casting da parte della produzione – e, di conseguenza, di Berlino nella composizione della sezione giovanile della banda, degne di Temptation Island – sembrano una sorta di habitat ideale per la sexual tension. Non si fa in tempo a chiudere la prima riunione preparatoria che sono di fatto già predestinate due coppie di bellissimi e fisicatissimi, ciascuno col suo specifico bagaglio di traumi, complessi e fisime da sublimare nel rapporto con l’altro. Ad esempio c’è Keila, la sexy nerd occhialuta che conosce solo l’amore virtuale; e c’è Bruce, il palestrato un po’ maschilista e ignorantello ma feromonicamente rilevante. Berlino di fatto riapre la diatriba storica sull’opportunità o meno delle distrazioni sessuali nei ritiri calcistici.

Mentre per l’intreccio della Casa di carta poteva valere la metafora di un film porno in cui l’atto sessuale era procrastinato, per colpa di dialoghi non propriamente sublimi, per cinque lunghi anni; Berlino è una commedia romantica a episodi incrociati, che porta a casa i risultati in modo molto più puntuale, ma senza mai annoiare. In breve, tutto quello che accade alle anime e ai corpi dei nostri antieroi in una sfera sentimentale e fisica non è solo funzionale alla trama, ma è la trama stessa, molto più della rapina che rimane di fatto sullo sfondo, un po’ come quando, dopo le prime puntate della storica trasmissione di Fabio Fazio Che tempo che fa?, ci siamo resi conto che la meteorologia era solo un pretesto per fare un talk show.

Perfino il raziocintantissimo Damián – insieme a Berlino, veterano spaiato della banda – a un certo punto sembra perdere la brocca. Insospettito da una brutta telefonata con la moglie, giocherà, da ladro patentato, a fare il detective, con tanto di relative bacheche, puntine da disegno e pezzi di spago per unire i puntini di un inevitabile inganno.

Foto: Tamara Arranz/Netflix

I momenti più gustosi di Berlino sono quelli in cui i ladri sembrano voler fare tutto tranne che una rapina. In teoria può sembrare un concetto creativo banale, ma è l’esecuzione impeccabile e sempre originale di esso la vera specialità della serie, insieme a quella di un eccellente gruppo di attori. In Berlino vince un’agilità davvero stupefacente nella gestione di questa maionese narrativa che non rischia mai di impazzire, e permette di passare da un piano all’altro (dovere e piacere, testa e cuore, preparazione e improvvisazione) in modo così inventivo e riuscito che potremmo quasi azzardare che Berlino stia alla Casa di carta originale come Better Call Saul sta ad Avvocati andata in onda su Rai 2 nel 1998.

L’amore tra rapinatori e non solo, che aveva reso forzosamente temerario il già farraginoso progresso della trama della Casa di carta, ora rende l’esito della rapina di Berlino più interessante anche per noi spettatori, non fosse che per le ripercussioni che esso potrebbe avere sulle vicende sentimentali in atto. Più ci interessano le storie d’amore e più vogliamo saperne del colpo, proprio al contrario di quello che avveniva nella serie originale, in cui cercavamo di dribblare gli amorazzi, sperando che si arrivasse al dunque. Qui il dunque è non sapere mai, neanche per una scena, se è la trama romantica che sta prendendo per i fondelli quella criminale, o viceversa. Ad esempio, a tratti sembra che l’istupidimento o almeno l’imprevedibilità che derivano dall’amore giochino a vantaggio dei ladri, perché la dabbenaggine di alcune loro azioni spiazza perfino la spietata, draculesca ispettrice che dà loro la caccia.

Un’immagine di backstage di ‘Berlino’. Foto: Tamara Arranz/Netflix

Così come La casa di carta era claustrofobica, Berlino è dialetticamente tesa a un equilibrio tra interni ed esterni, tutti fotografati meravigliosamente: dalle vere catacombe parigine alle corse d’auto clandestine su pista di decollo, girate in notturna; dalle albe sui Pirenei ammirate sul tetto di un tir ai tour in mountain bike per giorni e giorni di nient’altro che boschi e batticuore.

Un’altra differenza di Berlino con La casa di carta (in cui alcune motivazioni pseudo-grilline dei criminali costituivano un elemento di complessiva debolezza) è che è quasi completamente scevro di un sottotesto politico. Significativamente, il momento musicale più importante di Berlino non è una cover di un canto partigiano come Bella ciao, ma la versione spagnola di Felicità di Al Bano e Romina, che Berlino e Damián cantano in una sessione di karaoke dopo essersi imbucati a un matrimonio. Era dai tempi di Quo vado? con Checco Zalone che non aveva luogo una strumentalizzazione drammatica così ficcante di un brano di Al Bano. Quello che nella Casa di carta era un messaggio confusamente populista lascia il posto a un inno alla relativa semplicità del sentimento amoroso.

Foto: Tamara Arranz/Netflix

Inoltre in Berlino si ride molto, specialmente quando si fa della satira interculturale franco-iberica. «Mi ha dato un green pass per scoparmi sua moglie. Vaffanculo all’amore libero francese!», imprecherà tra sé e sé Berlino. Quando una giovane e smaliziata Alicia Sierra verrà coinvolta nelle indagini, cercherà invano di spiegare alla sua controparte parigina come sia stato possibile che una coppia di rapinatori suoi conterranei, con in tasca un collier di diamanti rossi da quattro milioni di euro, cercasse di imbucarsi in una discoteca: «L’attitudine spagnola è festeggiare».

Berlino potrebbe essere, in definitiva, tutto quello che avremmo desiderato dalla Casa di carta ma non avremmo mai osato chiederle; anche perché, se lo avessimo fatto, tra urla, improperi, spari, esplosioni, sottotrame traballanti, barocchismi narrativi, non ci avrebbe di certo ascoltato. Non sappiamo se Berlino resterà una miniserie di otto puntate; o se proseguirà con altre avventure nel metaverso che può diventare il passato di un personaggio complesso e ben scritto come Berlino; o se sarà semplicemente il primo di una pletora di spin-off dedicati ad altri personaggi e altrettante capitali del mondo. Sappiamo però due cose. La prima è che con questo nuovo prodotto la Spagna si impone ulteriormente – insieme alla Corea del Sud – come una delle più straordinarie nazioni produttrici di audiovisivi ad alto budget ed elevato ingegno del mondo. La seconda è che le scelte degli autori di Berlino rappresentano un diritto che molti thriller troppo disperatamente thriller dovrebbero rivendicare: una seconda chance di rinascere commedia.

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