Beef 2 è una delle cose migliori che troverete su Netflix in questo momento. Certo, ha i suoi difetti (ci torniamo), ma come sintetizza mirabilmente un collega: “Per la piattaforma è Bresson”. E allora perché non la stiamo guardando? Mi spiego: in Italia, mentre scriviamo questo pezzo, non è nemmeno nella top 10 delle serie, che vede in vetta la mediocre Unchosen, cult show deciso a sprecare il talento di Asa Butterfield, Siobhan Finneran e Christopher Eccleston. Al secondo posto il gran finale della nostra Lidia Poët, l’unica original italiana, che ovviamente ci sta. E poi Running Point, seconda stagione della comedy con Kate Hudson, che sarebbe pure carina se non giocasse troppo sul sicuro, Ronaldinho e Profilo falso, thrillerino colombiano pseudo erotico feat. altre amenità varie. Insomma, avete capito. Allora perché su Netflix le (poche) cose belle non le vediamo?
La prima stagione di Beef è uscita nel 2023, prodotta con A24, creata e scritta da Lee Sung Jin (già sceneggiatore di Dave e Silicon Valley) e starring Steven Yeun e Ali Wong nei panni di due sconosciuti che trasformano un banale incidente stradale in una guerra personale a bassa intensità e altissima distruzione. Dieci episodi per cui la critica è impazzita, otto Emmy e tre Golden Globe, attenzione sulla rappresentanza asiatica a Hollywood da non sottovalutare. E sì, ovviamente tutti ad aspettare la seconda stagione.
Che già dal cast, sulla carta, prometteva scintille, anzi, massacri (ma le star nelle serie attirano ancora? Spoiler: no). Oscar Isaac e Carey Mulligan, già coppia in crisi in Drive, qui sono Josh e Lindsay, manager e moglie millennial al collasso di un country club esclusivo a Ojai, con un matrimonio che si sta esaurendo senza che nessuno dei due si sia preso la briga di dichiararlo. Cailee Spaeny (quella di Priscilla) e Charles Melton (quello di May December) sono Ashley e Austin, due dipendenti Gen Z che li sorprendono durante una lite furibonda e decidono di usare il video come leva per ricattarli. Sullo sfondo Youn Yuh-jung (Oscar nel 2021 per Minari) nei panni di Chairwoman Park, la miliardaria coreana che possiede la baracca, con a fianco il protagonista di Parasite Song Kang-ho come secondo marito.
Il risultato? 2,4 milioni di visualizzazioni nella Top 10 di Netflix nella prima settimana. Quasi il sessanta percento in meno rispetto alla prima stagione, che aveva esordito con 5,8 milioni.
Certo, tre anni di gap tra i capitoli sono tanti, soprattutto nell’economia dell’attenzione dello streaming. La prima stagione era pensata come una limited series, Lee Sung Jin stesso ha spiegato di averla «scritta come una serie autoconclusa, con un punto fermo alla fine». Quando Danny e Amy finiscono nel letto d’ospedale nella scena finale, è un’immagine di chiusura, non un cliffhanger. Il pubblico l’ha recepito così. E tre anni dopo, nel 2026, una buona parte di quel pubblico non sa nemmeno che una seconda stagione esiste.
Poi c’è il fattore strutturale alla natura dell’antologia. Beef 2 non ha niente a che fare con la prima sul piano narrativo: personaggi diversi, storia diversa e setting diverso. In teoria questo dovrebbe essere un vantaggio, in pratica funziona solo se si comunica davvero che la serie è tornata. In Italia, ma forse non solo, probabilmente non esisteva una campagna marketing ad hoc: Beef 2 è arrivata senza alcun tipo di promozione visibile, senza un lancio editoriale e addirittura senza il piazzamento in prima pagina il giorno dell’uscita.
Un altro aspetto, forse più sottile, riguarda il tono. Lee Sung Jin ha dichiarato: «Il beef della stagione 1 è esplicito e aggressivo. Ho pensato che la stagione 2 dovesse essere l’inverso: un beef passivo-aggressivo, più fedele alla vita reale, specialmente in un contesto lavorativo». È una scelta coraggiosa e, a ben guardare, più sofisticata. Ma dove il primo capitolo partiva come un colpo di pistola (l’incidente, la reazione, l’escalation, il caos) il secondo ha bisogno di qualche episodio per scaldarsi. In un’epoca in cui l’algoritmo premia i contenuti che trattengono lo spettatore nei primissimi minuti, un incipit che costruisce invece di deflagrare è troppo d’auteur e poco “largo”, non scherziamo.
Poi, chiaramente, ci siamo noi. Lo spettatore medio dello streaming nel 2026 guarda la TV mentre fa altro: scrolla, cucina, risponde su WhatsApp, “ascolta” la serie più che vederla. È il fenomeno del casual viewing che Will Tavlin ha sezionato in un saggio fondamentale uscito su n+1 nell’inverno 2025: secondo le testimonianze raccolte da diversi sceneggiatori, una nota ricorrente degli executive Netflix sarebbe stata “fa’ che il personaggio annunci cosa sta facendo, in modo che chi guarda distratto possa seguire lo stesso”. Beef 2 è esattamente l’opposto: una serie che chiede attenzione, che costruisce per stratificazione. È un beef che pretende che tu sia presente, invece di averlo come rumore di fondo. Mentre lo spettatore italiano, dopo una giornata di lavoro, vuole una storia che si racconti da sola. E Beef 2 è proprio un’altra storia.

Oscar Isaac e Carey Mulligan in ‘Beef’. Foto: Netflix
Veniamo al merito, che è il motivo per cui stiamo scrivendo questo pezzo. La serie è ambientata interamente nell’universo claustrofobico di Monte Vista Point, un country club di lusso in California che funziona come microcosmo di classe, genere e generazione. Josh Martin (Isaac) è il general manager, uomo dalla stabilità precaria, sposato con Lindsay (Mulligan) in una recita coniugale che entrambi continuano ad alimentare. Ashley (Spaeny) e Austin (Melton) sono la coppia giovane, fidanzata, che vive all’interno del club come staff di rango inferiore: lei alla reception, lui istruttore di fitness con ambizioni da personal trainer.
Ashley e Austin assistono a una lite violenta tra Josh e Lindsay, la filmano, e decidono di usare il video come merce di scambio. Vogliono l’assicurazione sanitaria per lei, una promozione per lui. Da lì il titolo prende vita nella sua accezione più sotterranea: non la guerra frontale e carnale della prima stagione, ma il lento avvelenamento dei rapporti di potere e il ricatto come forma di intimità distorta.
Lee Sung Jin costruisce la stagione attorno a quattro coppie che rappresentano quattro generazioni (Silent, Boomer, Millennial, Gen Z) e le fa collidere. Ma il gesto più intelligente è quello di (ri)prendere la struttura del thriller di classe e renderla più barocca, più piena di personaggi e di storyline. È anche il difetto principale: la stagione è a tratti troppo affollata e contorta. Ci sono momenti in cui le sottotrame si moltiplicano al punto da disperdere la tensione invece di concentrarla, fino al gran finale “coreano” che pare un po’ forzatamente appiccicato.

Charles Melton e Cailee Spaeny in ‘Beef 2’. Foto Netflix
Eppure le performance sono (quasi tutte) di serie A. Oscar Isaac fa cose notevoli con un personaggio che potrebbe essere insopportabile, un uomo che si percepisce come vittima del sistema mentre è esattamente il sistema, e riesce a tenerlo in equilibrio tra il grottesco e il patetico. Carey Mulligan è sempre Carey Mulligan, anche se forse le manca un po’ quel tocco weirdo che ci si aspetterebbe da Lindsay, ma com’è che si dice? Avercene. Il vero punto debole è Cailee Spaeny: la stessa diafanìa che con Sofia Coppola poteva sembrare sottrazione, qui diventa inerzia. Ashley è una Gen Z che ricatta i suoi capi, le serve grinta, e Spaeny invece pare sempre mezzo tono sotto. Melton, al contrario, ha presenza e pare davvero in bilico fra responsabilità sentimentale e heritage coreana. Ma l’MVP è Youn Yuh-jung: Chairwoman Park è il personaggio più interessante della stagione, villain inattesa e perfettamente calibrata, e ogni sua scena ha quella densità che i personaggi secondari di solito non si guadagnano.
Torniamo alla domanda di partenza. Perché su Netflix le cose belle non le vediamo? La risposta breve è: perché forse Netflix non vuole che le vediamo (?). O almeno: il sistema con cui distribuisce la sua attenzione non è pensato per premiare la qualità, ma per massimizzare il coinvolgimento immediato.
L’algoritmo della(/e) piattaforma(/e) premia i contenuti che generano visualizzazioni nel brevissimo termine. Una serie che parte lenta, che non ha un hook immediato è penalizzata strutturalmente. Uno show antologico che torna dopo anni con un cast completamente nuovo è penalizzato due volte: non può fare affidamento sull’attaccamento ai personaggi, e deve combattere contro l’indifferenza di un servizio che non ha interesse a spiegare al pubblico perché dovrebbe darle una chance.
Il problema non è solo Netflix. Tutte le piattaforme, da Prime a Disney+, hanno smontato la curatela editoriale in favore dell’algoritmo. Ma Ted Sarandos e soci sono stati i primi, e restano quelli che lo fanno con più convinzione ideologica. Quello che vedi in prima pagina non è scelto da un editor, è scelto da un sistema ottimizzato per il comportamento di massa. Se una serie parte piano, viene scalzata dai contenuti che partono forte. E una volta scalzata, non torna. È un meccanismo che favorisce le produzioni con un marketing aggressivo pre-lancio e punisce quelle che si affidano al passaparola, che è storicamente il modo in cui le serie migliori costruiscono il proprio pubblico, penso a Baby Reindeer.

Youn Yuh-jung in ‘Beef 2’. Foto: Netflix
Diamo a Netflix quel che è di Netflix: ha prodotto Beef 1, e adesso Beef 2. Ha messo i soldi, ha tenuto Lee Sung Jin in casa con un accordo pluriennale, gli ha lasciato la libertà di rifare tutto da capo con un cast nuovo. Sul piano produttivo, è esattamente quello che il cinema d’autore chiede a un’industria. Il problema arriva dopo, quando la serie è finita ed esce nel mondo: lì pare quasi che la macchina che l’ha prodotta smetta di sostenerla. Il paradosso è che con Beef 1 Netflix ha dimostrato di saper produrre esattamente il tipo di contenuto che costruisce il suo pubblico in modo organico: la prima stagione ha più che raddoppiato i propri ascolti dalla prima alla seconda settimana (da 5,8 a 12 milioni di views) proprio grazie al passaparola.
Qui Lee Sung Jin ha costruito una serie antologica che ha il coraggio di ricominciare da capo ogni volta, di non capitalizzare sul riconoscimento dei personaggi, persino di fidarsi che il tono e la visione siano sufficienti a portare il pubblico con sé. È il tipo di scommessa che il cinema d’autore fa ogni volta. Ed è il tipo di scommessa che l’algoritmo non sa valorizzare, e che noi, sempre più distratti, abbiamo dimenticato di guardare.










