«Se una cosa ci fa ridere, la prendiamo anche se è una cialtronata»: ecco come funziona la fabbrica di Zelig | Rolling Stone Italia
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«Se una cosa ci fa ridere, la prendiamo anche se è una cialtronata»: ecco come funziona la fabbrica di Zelig

Una lunga chiacchierata con Gino, Michele e lo storico co-autore Giancarlo Bozzo per capire la formula segreta del cabaret (non solo) televisivo più longevo di sempre. Le scoperte, le polemiche (leggi: Pietro Diomede)… e una battuta su Checco Zalone e Beppe Grillo. Anzi, due

Foto press

«Dite la verità, voi vi divertite da matti», esordisco io. Il primo sorride sornione. Il secondo pure. Il terzo anche. A (non) parlare sono Gino, Michele e Giancarlo Bozzo: le tre vecchie canaglie della risata, formalmente note come “gli autori che hanno creato Zelig”. Ma si tratta per l’appunto di un’etichetta. Il terzetto è prima di tutto un triumvirato dell’ironia, che ha dettato le regole del cabaret andandosi a prendere tutt’ chell che è ‘o nuost. Per dire, dopo essersi divertiti con Emilio e il Drive In, hanno trasformato uno scalcagnato locale simil “latteria di Bucarest” (copyright Pedro Almodóvar, poi ci arriviamo) nella Mecca del cabaret. Da lì ci hanno tirato fuori uno show seguitissimo, ossia Zelig, da cui sono passati praticamente tutti i volti che contano della comicità: Checco Zalone, Antonio Albanese, Silvio Orlando, Aldo Giovanni e Giacomo, Paolo Rossi, Ale & Franz, Ficarra e Picone, Teresa Mannino, Lella Costa, il Mago Forest, Teo Teocoli, Gene Gnocchi, Antonio Ornano, Enrico Bertolino, Anna Maria Barbera, Flavio Oreglio, Zuzzurro & Gaspare, Gioele Dix…

La maggior parte di questi continua a lavorare per loro perché Zelig mica ha chiuso i battenti. Dopo cinque anni di pausa è tornato su Canale 5 in modalità show evento: poche puntate, al mercoledì in prime time, che alternano azzeccate new entry, come Max Angioni, a vecchie glorie. Per inciso, se quest’ultime battono la fiacca si beccano un richiamo da Bozzo, aka il poliziotto cattivo. Sempre lui passa in rassegna lo stuolo di aspiranti comici che si presentano, ogni anno, alla corte milanese: i prescelti lavorano poi con lui, Gino, Michele e il loro gruppo autoriale, ribattezzato “Bastardi senza gloria”.

Giancarlo Bozzo. Foto press

Quest’anno quante persone hanno bussato alla vostra porta?
Bozzo:
Quattrocento. Abbiamo organizzato cinque giornate di provini, esaminando una cinquantina di candidati alla volta, nonché quindici serate di open mic, per un totale di 150 comici. Quindi, appunto, arriviamo a toccare i 400 candidati in totale.

Tutto avviene rigorosamente in presenza: il web è sopravvalutato?
Bozzo: Monitoriamo anche il mondo online e, se c’è qualcuno che ci piace, lo convochiamo qui. La formula davvero vincente resta però l’open mic: serate di cabaret, con pubblico pagante, dove i provinanti si esibiscono dal vivo. Gli spettatori sono la vera prova del fuoco: le loro reazioni confermano o smentiscono le nostre impressioni. Alla luce della performance, scegliamo quindi i migliori: su per giù, una cinquantina. Questi iniziano a frequentare i nostri laboratori, qui a Milano. La cadenza è settimanale. Si lavora per un’intera stagione e alla fine prendiamo i migliori dieci: cinque calcano subito il palco di Zelig, gli altri li teniamo in caldo per l’anno seguente, perché magari devono ancora perfezionare qualcosa. Insomma, la nostra è una vera e propria macchina industriale, operativa tutto l’anno, come Sanremo. Ora che la pandemia sta scemando, speriamo di riaprire i laboratori anche nelle altre città, perché non tutti riescono a prendersi l’impegno di andare e tornare da Milano ogni settimana. Per esempio, Lipari veniva una volta ogni quindici giorni da Palermo…
Gino: A piedi, peraltro.
Michele: E comunque di solito ad accedere alla prima serata sono i ricchi di famiglia (ride, nda).

Certo che 400 aspiranti comici, peraltro in un solo anno, sono tantissimi. C’è davvero tutto questo talento in circolazione?
Gino:
Ma quale talento e talento! Dov’è? Io non lo vedo. Come in tutti i settori della vita, i veri fuoriclasse sono rari. Quando ci imbatteremo per esempio nei nuovi Aldo Giovanni e Giacomo? Sono passati trent’anni e noi ancora non li abbiamo incontrati. O il nuovo Checco Zalone? Sono trascorsi dieci anni e ancora tutto tace. Purtroppo sono cose che non si possono programmare.
Bozzo: La nostra fortuna è stata quella di aver iniziato con Zelig in un periodo dove c’era molto talento in giro e pochi spazi per riconoscerlo. Il nostro locale era uno dei pochi luoghi dove si faceva ricerca, e quindi siamo riusciti a tirare fuori tanti nomi: da Claudio Bisio ad Antonio Albanese, passando per Ale & Franz, Teo Teocoli…
Gino: La mia sensazione è che oggi ci sia un appiattimento. Il fenomeno della stand-up comedy ha fatto sì che chi sa scrivere e si intende di comicità – ma di fatto non c’entra nulla con il comico, come noi tre, per dire – trovi la forza e la giustificazione di salire sul palco. A quel punto chi li ascolta si diverte, perché i loro testi sono spassosi, ma quello è un altro mestiere: sono dei reader, ossia dei lettori, non dei comici.

Però, lasciatevelo dire: siete simpatici e tutto quanto, ma a occhio sembrate esigentissimi…
Bozzo:
Be’, certo! Siamo molto esigenti. Detto questo, però, nessuno di noi rifiuta a priori di vedere qualcuno, e soprattutto non esiste il “le faremo sapere”. Al termine dei provini spieghiamo personalmente a ciascuno le ragioni dei nostri sì/no/forse. È un gesto di rispetto e una linea che caratterizza tutto il nostro lavoro. Nei laboratori, per esempio, i comici sono seguiti dal nostro gruppo di autori, noti anche come “Bastardi senza gloria”.

Deduco che si sobbarcano gigantesche rogne. Corretto?
Bozzo:
È fondamentale che la linea culturale comica sia coerente. Io faccio un giro in tutti i laboratori, ma il lavoro sui singoli artisti lo svolgono i Bastardi.

Ed ecco appunto la rogna gigantesca…
Bozzo:
C’è poco da fare: il lavoro di sintesi è fondamentale. Se non si è d’accordo su cosa ci piace e cosa no, è difficile lavorare insieme. Faccio un esempio. Durante i laboratori capita di far presente che un passaggio del pezzo è debole e che qualcuno per tutta risposta ti dica: “Ma io l’ho sempre fatto così e ha sempre funzionato”. A quel punto glielo fai fare come dice lui, sul palco, e la gente non ride. Se, nonostante tutto, il diretto interessato si giustifica con “Stasera c’era il pubblico giusto”, allora è chiaro che quella persona non può lavorare con noi. Se manca l’ascolto, manca tutto.
Gino: Però c’è da dire che, tendenzialmente, a noi piace qualsiasi cosa. Non ci focalizziamo sulla comicità alta: basta vedere cosa passa per il nostro palco. Abbiamo di tutto, dai maghi ai clown, e perfino un mimo. Se una cosa ci fa ridere, la prendiamo anche se è una cialtronata.
Michele: Molti comici vivono i nostri casting come l’esame della vita, tanto che alcuni, a distanza di anni, ci rinfacciano di averli bocciati, o al contrario sostengono di dover tutto a uno di noi tre… che magari invece lo ha scelto solo perché era il meno peggio tra tutti quanti! (ride, nda)

Ma lo stesso trattamento vale anche per i senatori
Michele:
In che senso?

Il gruppo dei Bastardi senza gloria, ovvero gli autori e le fondamenta dello Zelig: Giovanna Donini, Alessio Tagliento, Teo Guadalupi, Carlo Turati, Andrea Midena e Diego Cajelli. Foto press

Se qualche grande nome non strappa più una risata, avete il coraggio di dirlo?
Michele:
Certo: se una sera fa cagare, glielo diciamo eccome.

Chi fa il lavoro sporco?
Michele:
Di solito ci pensa Giancarlo. Gino invece non dice un cazzo e… taglia!
Gino: Confermo. Mi chiamano “Gino mani di forbice”.

Scusami, Michele: e tu?
Michele:
Io li porto fuori a bere. A mezzanotte, quando sono belli ubriachi, approfitto del fatto che sono su di giri per spiegare che il loro pezzo era debole.

E come prendono le critiche?
Michele:
A mezzanotte, bene!

In generale, cos’è che proprio non cercate o non volete?
Gino:
Per tradizione, il cabaret milanese non punta sugli imitatori. Altre trasmissioni, come gli show di Serena Dandini o della Gialappa’s, ne sono invece pieni. Va bene, per carità: è una scelta, e infatti ti ho citato due titoli riuscitissimi. Noi siamo però partiti dalla scuola milanese, ossia dal Derby, e lì un imitatore non è mai entrato.
Bozzo: Inoltre non vogliamo la volgarità.

Il precedente di Pietro Diomede docet?
Bozzo:
Diomede era stato convocato da me a fare un open mic. Si trattava quindi di un provino e io, fino a quel momento, non lo conoscevo. Quando Diomede ha pubblicato online quella pessima battuta sulla pornostar Carol Maltesi, uccisa e fatta brutalmente a pezzi (Diomede disse che si poteva identificarla non dai tatuaggi ma dalla grandezza dell’ano, nda), gli ho detto: “Ho capito che tipo di comicità fai, non venire più a Zelig”. Per me è così, e vale tuttora: se dici certe cose, scendi dal palco. Fine. Lui peraltro comprese le nostre ragioni. I giornali hanno invece drammatizzato, ma non bisogna confondere lo Zelig, inteso come lo show di Canale 5, con gli open mic: per il primo scelgo la scaletta di comici, nel secondo no. Perché voglio conoscerli.
Michele: Purtroppo chi fa stand-up comedy pensa di poter dire qualsiasi cazzata gli salti in mente. Come se più si trasgredisse, più si fosse fighi. Non funziona così. Questo non vuol dire che noi siamo per il politicamente corretto: se c’è qualche trasgressione che vale la pena cavalcare, va benissimo. Ma, appunto, deve valerne la pena…

Zelig è un’istituzione e non si tocca. Però a un certo punto gli ascolti sono calati e, per alcuni anni, non siete più andati in onda. Cosa si era inceppato?
Gino:
C’era stato un abuso. Eravamo arrivati a realizzare 15 puntate di Zelig in una stessa stagione, alle quali si sommavano gli speciali con “il meglio di” e le varie repliche. La gente cominciava a dare segni di insofferenza. Inoltre Bisio si era preso un anno sabbatico che poi si era ulteriormente allungato. È inutile girarci intorno: Mr. Zelig è Bisio. Potresti mettere chiunque, da Fiorello al bravo Alessandro Cattelan, ma non sarebbe mai la stessa cosa.

Quindi ha ragione chi sostiene che senza Bisio e Vanessa Incontrada Zelig non potrebbe esistere?
Gino:
Sì, ma, parafrasando Ibra quando parla di Ancelotti, aggiungerei che anche Bisio senza Zelig… Comunque adesso abbiamo puntato su una formula più concentrata, in stile Sanremo. Poche puntate, condotte da Bisio e Incontrada, nelle quali si alternano i nostri grandi comici e nuove giovani new entry.

Trentasei anni fa Zelig era controcultura. Adesso invece
Michele:
La trasmissione televisiva è un programma pop e, come in tutte le cose pop, c’è sempre il rischio di scadere. Prima che diventasse uno show tv, lo Zelig (inteso come locale, nda) ha rappresentato molto bene la Milano a cavallo degli anni ’80 e ’90, con tutte le sue contraddizioni. Chiunque passasse in città, da Dario Fo ai grandi registi stranieri, faceva tappa qui da noi.

Quali erano i commenti?
Bozzo:
Dario Fo è entrato esclamando: “Bella questa cantina!”
Michele: A Pedro Almodóvar il posto invece piaceva, anche se il suo è stato un complimento singolare. Ci disse: “Sembra una latteria di Bucarest”.
Gino: È vero che da noi venivano tutti, però, su… lo Zelig era un posto proprio brutto, in culo al mondo, lungo Viale Monza. Fai due passi e sei a Sesto San Giovanni.

Meglio il Teatro Arcimboldi, dove siete adesso?
Michele:
Noi andavamo comunque molto fieri dello Zelig. Detto questo, Silvio Orlando, che veniva qui a fare il comico, ha rischiato di cadere nel Naviglio non so quante volte per l’ubriacatura generale.

Tra questo e l’anno scorso, a Zelig abbiamo rivisto tutti i big, tranne Checco Zalone. Come mai?
Gino:
La scusa ufficiale è che in questo periodo è in tournée.

Sì, però…
Gino:
Eh, appunto, brava: “però”! Non è stato carino da parte sua. Anzi, diciamolo pure: ci ha fatto girare i cogl… Anche perché non puoi rifiutare una trasmissione vista dal tuo pubblico e andare invece da Fabio Fazio. Certo, i fan lo seguono ovunque, ma cosa ti aggiunge Che tempo che fa? Non ditemi la promozione, perché Checco fa il tutto esaurito ovunque: non ne ha certo bisogno.
Michele: Zalone è effettivamente in tournée, però è una debole scusa.

Lui come lo avete scoperto?
Bozzo:
Eravamo a Bari. Appena l’ho visto ai provini, mi ha colpito subito. Così ho detto ai Bastardi senza gloria di stargli addosso, perché era uno forte. Checco ha frequentato quindi il nostro laboratorio a Bari ma, alla fine dell’anno, non si è presentato a Milano. Non capivamo perché. Allora gli ho telefonato e, parlando con lui, ho capito che non aveva i soldi per salire. Gli abbiamo quindi pagato noi il treno e l’albergo: è venuto qui e, da allora, non è più sceso dal palco.

Invece come avete trovato il mimo Simone Barbato?
Bozzo: Un meteorite è cascato sulla Terra ed è uscito fuori lui. Battuta a parte, viene da un laboratorio di Torino.

A Zelig scarseggiano invece le donne: come mai?
Bozzo: Uno degli obiettivi dei Bastardi senza gloria è proprio quello di trovare più volti femminili. Qualcosa sta uscendo dagli Open Mic: vedremo… Il grande problema è che la maggior parte delle comiche donne fanno quasi tutte stand-up, con gli annessi problemi di cui parlavamo prima.
Gino: Non è una questione di misoginia: fosse per noi vorremmo sul palco solo Teresa Mannino, Katia e Valeria…

Veniamo ora a voi. Gino, Michele, voi siete nati come il duo canoro Bachi da sera. Com’è che non avete avuto lo stesso successo dei Måneskin?
Gino: Il mondo non era ancora pronto…

Artisticamente siete cresciuti in seno a Radio Popolare, poi c’è stata la collaborazione con Beppe Grillo e svariati show per Rai 3. Infine Zelig. Allora è vero che la comicità (quella bella) è di sinistra?
Gino: La nostra storia sì, viene da sinistra, ma non va generalizzata: prendi Teo Teocoli, Diego Abatantuono, Massimo Boldi. Loro hanno altre simpatie.

Voglio osare e vi chiedo: chi di voi ha mai votato Grillo?

Silenzio generale

Avanti…
Michele: Guardami in faccia: io ci ho lavorato insieme e non aggiungo altro! (ride, nda) Con Grillo feci il Festival di Sanremo e fu emozionante, una delle cose più belle che ho mai realizzato, però non ho mai pensato, nemmeno per un solo secondo, di votarlo.
Bozzo: Io una volta sì, l’ho fatto. Votai per lui perché sono stanco di sentire che il Pd è la soluzione. Non è così. Semmai il Pd è l’unica cosa che può diventare una soluzione.