Sanremo, (s)vendesi nuda proprietà | Rolling Stone Italia
Festivàl starter pack

Sanremo, (s)vendesi nuda proprietà

Le code infinite per un sacchetto di patatine o un profumatore per ambiente, la brandizzazione diffusa, i borbottii dei locals e la mancanza di “festini bilaterali” (checché ne dica Elettra). Cronache extra-Festival

Sanremo, (s)vendesi nuda proprietà

Foto: Mattia Carzaniga

Alle nove e mezza di mattina c’è già gente in coda per arraffare qualcosa prima degli altri. Qualsiasi cosa. Un portachiavi di Lego, un sacchetto di chips di barbabietola, pure un profumatore per il cesso. Tutto si tiene. Ci sono orde di pimpantissimi pensionati, si capisce, ma non sembrano nemmeno la maggioranza. Altri che, dicono, hanno preso le ferie apposta, altri ancora chissà. Il reddito di cittadinanza per stare qui questa settimana si misura in gadget presi in giro e ficcati dentro shopper che conterranno altre shopper.

Dopo anni in cui, tra gli altri, ci hanno regalato (vabbè) la pizzeria di Geolier e la farmacia di Clara, la moda degli store fisici legati agli artisti sembra essersi un po’ placata (a questo giro solo Tommaso Paradiso coi Romantici mattoncini danesi, mentre Eddie Brock ha allestito, in “collabo” con una piattaforma sportiva, un campetto da calcio sulla spiaggia dove passa ininterrottamente la sua canzone: è accanto al Covo di Rolling, ormai per noi è una specie di cura Ludovico).

Adesso la brandizzazione è definitivamente diventata la città stessa, trasformata in un centro commerciale en plein air in cui, incidentalmente, passa qualche cantante a presentare il suo pezzo proprio come nei mall dell’Oklahoma (cantanti che, per inciso, hanno invece fatto scomparire i brand dalle foto dei loro look sui social: nuovo regolamento, dicono). Ma la gente sembra più interessata al cappellino con stampato il logo della carta igienica che all’Enrico Nigiotti di turno. Solo Sal Da Vinci sposta il termometro emotivo, se si mette a cantare davanti a una chiesa – e dove se no: è l’icona plastica di questo Sanremo «cristiano e democratico», cit. Conti.

In piazza Vincenzo Muccioli, “educatore” (sic), c’è lo stand di Bancomat, con altra gente che forse spera di avere regalati direttamente i soldi (clap clap). Invece c’è un uccellone blu con dentro un povero cristo che è più angosciante di SanPa. Scappi in fretta per raggiungere la tua pasticceria preferita, anch’essa «da sei anni», sbuffa la barista, venduta ai brand. L’anno scorso c’era il cappuccino blu di Rose Villain, quest’anno, per chi la vuole, la schiuma è rosa perché a pagare è una rivista femminile – in omaggio «un cadeau make-up».

Ogni anno i locals sembrano più stupiti e scocciati che arrivi tutta questa gente (brutta, va detto) a invadere i loro marciapiedi e i banconi dei loro bar, e ogni anno si rinnova la questione: e se il Festival di Sanremo non fosse più a Sanremo? Ma poi come si fa, nessuno può pensarlo per davvero – o pensare di poter rinunciare, il prossimo febbraio, a quella fetta di sardenaira di quel forno là, che accetta la carta di credito anche solo per 1 euro (con altri invece bisogna litigare).

L’unica contemporaneità possibile a Sanremo pare diventata il consumo presente, il resto è tutto un fantasma dei Sanremo passati. All’ingresso della galleria d’arte tra i vicoli c’è un ritrattone di Annalisa, dentro tanti altri big delle annate che furono. Annate anche recenti, che sembrano già più lontane delle ere di Taylor Swift. Quelli di quest’anno sono ritratti solo a matita, come se già fosse chiaro a tutti che non supereranno la prova del tempo.

L’unica sacca di decompressione è quando si sale su alla Pigna, dai bravi ragazzi di Babeuf, delizioso avamposto gastro-fighetto (è un complimento) dove si tira il fiato di fronte a ottimi crudi di mupa o quagliette fritte o formaggi della Val Roia divini. Ci si illude che qualcuno di giovane e gagliardo, metaforicamente dall’alto, osservi quel che succede là sotto con divertito distacco. Ma la Tv la sera è accesa anche qui, e ovviamente sul Festival, «perché ce lo chiedono», e perché è giusto. Cosa siamo qui a fare.

C’è un’aria generalmente più mesta quest’anno, chiusi i negozi e gli stand e i food truck (pure di chef tristellati!), tutti a casa a (non) guardare il Festival. Pure il Casinò, dicono, chiude prima del solito «per evitare casini» (pardon), o forse perché i borbottii sui «festini bilaterali» (li vogliamo nella Treccani) di Elettra Lamborghini , che da sola sta tenendo su il famigerato “colore” sanremese, hanno funzionato. Dice anche, Elettra, che in questi giorni non scopa, e sembra valere un po’ per tutti.

Nude sono solo le proprietà, come urlano i cartelli nelle vetrine delle agenzie immobiliari. “Si acquistano nude proprietà lasciando uso vitalizio”, e questo posto sembra davvero una grande, a suo modo seducente, nuda proprietà a cui viene concesso all’inquilino ammalorato di restare. Tanto basta un profumatore per ambiente (gratis) a cambiare l’aria ogni anno.