Rolling Stone Italia

La Gialappa’s è ancora la nostra comfort zone televisiva

Con l’avvento del politicamente corretto sono stati costretti a fare una pausa di formattazione, ma grazie alla loro capacità di adattarsi ai tempi ci hanno messo un nano secondo a ritornare in auge

Screenshot da TV8

Gli esseri umani sono imprecisi. Le tragedie, pezzi unici e perfetti, sembrano intagliate nelle mani di un dio. Il sentimento del comico nasce da questa sproporzione. Questa cosa non l’ho detta io, che probabilmente avrei detto “spreciso” per via del fatto che non sono madrelingua, ma Nicola Lagioia nella Città dei vivi. E io ci ho ripensato in queste settimane, a furia di provare a misurare la temperatura della comicità ogni volta che ne ho la possibilità. Come sta? Che fa quando per caso va in tv? Come viene percepita nel ricambio generazionale che c’è e non va più ignorato?

Qualche settimana fa è uscito Poverina di Chiara Galeazzi – “Gli ictus, come i figli, bisogna averli da giovane” –, un libro che con stile racconta un fatto drammaticamente intimo come un’emorragia cerebrale e fa ridere sempre; da poco è passata da Milano la NON stand-up comedian Fran Lebowitz, che ha fatto il tutto esaurito anche grazie a chi era in sala – per citare Saverio Raimondo – più per farsi vedere mentre ascoltava Fran, ma che probabilmente ha scoperto dell’esistenza di questa icona soltanto nel 2021, con l’uscita su Netflix del documentario a lei dedicato da Martin Scorsese, Pretend It’s a City; Valerio Lundini è a teatro a Milano in questi giorni con Il mansplaning spiegato a mia figlia, titolo a caso e due ore di show dove il nonsense prende un senso, tutto è un gioco caleidoscopico di luoghi comuni, rosicamenti che diventano tormentoni, momenti psichedelici, al ritmo incessante che quasi ricorda – mi voglio rovinare – i multiversi di Everything Everywhere All at Once; e in tv sono usciti due nuovi programmi comici.

Uno con quel sapore di aspettativa che non esiste più e che solo l’inesistenza dei social riusciva a dare; dell’altro aspettavamo principalmente la sua conduttrice, sparita per anni per un brutto male – e di cui quelli che sognano una tv di qualità e provano malinconia per il governo Berlusconi non escludevano il ritorno.

Nell’unico programma tv che parla di tv però non se n’è parlato, e ai Tv Talk Awards, che partivano dalla semplice domanda “qual è la funzione della tv?”, ne ho sinceramente sentito la mancanza. Tra le tendenze di questa grande analisi dell’anno televisivo, c’è stato un ribaltone della seconda serata, con programmi come StraMorgan o Stasera c’è Cattelan, “graditi” i format a conduzione femminile come Loretta Goggi (davvero?) e Boomerissima (ne sentivamo la necessità?), e poi c’è stata la prima donna alla guida di un game show tv, Caterina Balivo, e una menzione speciale a Geppi Cucciari con il suo Splendida cornice, a cui avrei dato più meriti.

Ma a vincere è stata la mattina presto, con un programma di intrattenimento che per i distratti è nuovo, ma che di nuovo non ha nulla. Nato molti anni fa come una rassegna stampa frutto dell’insonnia del suo conduttore, è diventato avanguardia perché in onda all’alba: è Viva Rai2!, con un Fiorello sempre in forma come se il tempo non fosse passato, i nani, le ballerine e Biggio personaggio rivelazione dell’anno (secondo i social).

Ma anche se Fiorello continua a sbancare il banco, o proprio per quello, sentivamo piuttosto il bisogno di Gialappa’s Show e Victoria Cabello – Viaggi pazzeschi, entrambi su TV8? Due programmi che per certi versi attingono a quello stesso sentimento che si prova per Fiorello (a tratti patologico, come dimostra quell’insana passione per il vintage) a cui siamo tutti molto affezionati: la nostalgia.

È nel 1989 che ha inizio la lunga serie di format dal titolo Mai dire… (Mai dire Banzai, Mai dire Gol, Mai dire Tv, Mai dire Mondiali, Mai dire Grande Fratello). Tutti giusti, tutti amati, tutti molto semplici: bullismo satirico collettivo nei confronti di situazioni collettivamente criticabili, commentate da bulli satirici di professione che hanno fatto del loro “adorabile” bullismo una scintillante carriera, agganciando il nostro più primitivo sentimento di essere delle merde.

Con l’avvento del politicamente corretto sono stati costretti a fare una pausa di formattazione, ma grazie alla passione della stragrande maggioranza delle persone in target e al loro essere in grado di adattarsi ai tempi e ai nuovi programmi da bullizzare (esilarante il commento al programma Primo appuntamento, della stessa rete), ci hanno messo un nano secondo a ritornare in auge. Così, nonostante il loro ultimo esperimento di cinque anni fa non sia andato come speravano loro e speravamo noi (Mai dire Talk), la Gialappa’s ci ha riprovato. E touché.

Abbiamo parlato tanto dell’importanza del sentirsi parte di una comunità che solo una platea live può darti, del fatto che l’assenza di pubblico che ride attorno a te per certi versi possa disorientare (oggi che è tutto social e tutto un po’ passivo). Ecco, Gialappa’s Show e tutti i compianti Mai dire sono forse gli unici programmi tv che fanno comunità di default, perché attingono a un linguaggio diventato iconico (magicamente anche per i più giovani) come il citofono, Peo Pericoli ieri e il Mago Forest oggi, le rubriche dei personaggi – Francesco Paolantoni che urlava “HO VINTO QUALCHE COSA?”, o il Dj Frengo dell’amato Antonio Albanese ieri e Marcello Cesena che racconta le sue avventure con il micropene o Alessandro Betti in 4 motel di oggi – e nessuno di loro fa sentire troppo la mancanza del passato.

Quando è iniziata la prima puntata, con Paola Di Benedetto al citofono doppiata da Forest, quell’inquadratura, quel suono, quelle frequenze vocali amate per vent’anni, tutto il pacchetto completo ci ha fatto ricordare che si stava meglio quando si stava peggio. Una Paola Di Benedetto onestamente più a suo agio di Melissa Satta, che, tra le altre cose, nel tono di voce (Di Benedetto), mi ha ricordato Virginia Raffaele che imita Belén. Ma un colpo al cerchio e uno alla botte, così si passa da amarcord come Sensualità a corte ai più giovani Brenda Lodigiani e il suo androide Ester Ascione, in grado di riprodurre espressioni umane quali “ovulazione, Nathalie Caldonazzo, disagio giovanile, intolleranza al lattosio”, e potrei andare avanti per ore tanto mi piace, così come anche la sua versione passivo aggressiva di Orietta Berti.

E ancora Stefano Rapone (guardatelo, vi prego) nel ruolo insolito di Galeazzo Italo Mussolini, vice portavoce del governo che con il suo monotono, nonostante senza felpa e maglietta – i suoi panni da stand-up comedian – sia quasi irriconoscibile, ci atterra con un doppio salto mortale tra il busto di Pino Insegno e la definizione dei Mussolini come le Kardashian della politica italiana.

Ma i personaggi a cui legarsi sono tanti: dal papà influencer (Antonio Ornano), al demotivatore (Toni Bonji), dal Massimo Giletti di Ubaldo pantani a Chi l’ha morto? (ancora Bonji), fino ad approdare al progetto che forse più butta il cuore oltre l’ostacolo, cioè la resident band senza strumenti di Vittorio Cosma, che altro non è che i Neri per Caso decontestualizzati e con repertorio pop (vado pazza per la loro versione di Bad Guy di Billie Eilish).

E questo senso di porto franco, di zona di comfort, lo ritroviamo anche in Viaggi pazzeschi. La fotografia è una frangetta sempre perfetta, quell’espressione distaccata ma solare, la pelle ancora trasparente, gli outfit rigorosamente in palette, un orizzonte colorato da un’aurora boreale e esperienze “orrende” in giro per il mondo, come le ha definite lei stessa, ma meglio se condivise con il proprio migliore amico, nel suo caso Paride Vitale, che di mestiere non fa il personaggio televisivo.

Il ritorno di Victoria Cabello in tv è inquietante per quanto sembra che il tempo non sia passato, e l’idea è semplice: “Siamo in Finlandia, dove ci sono una sauna e una band metal ogni tre abitanti, come il rapporto tra bergamaschi e muratori”, e la Very Victoria che storicamente invece di aggiungere toglie ci dà la sensazione di ritrovarci un impermeabile nello zaino mentre passa un monsone.

Il fatto è che noi millennial e loro Gen Z siamo accumunati da un certo senso di scoramento verso la tv, quell’oggetto in voga ere geologiche fa che in entrambi i casi, seppur per motivi diversi, non sappiamo più usare. Molti la tv non ce l’hanno nemmeno, molti solo per giocare a Fifa, e più ci si chiede quale sia il suo senso oggi, più proliferano concerti di Gigi D’Alessio in diretta su Rai 1 da share altissimi che io voglio andare a trovarli a uno a uno, questi figuri, e provare a convincerli che c’è vita fuori da lì.

E io, che sul polso ho tatuato “ridere senza motivo” in dialetto palermitano, vedo ancora parte del senso della vita quando finalmente esce un programma che fa ridere e che ti fa venire voglia di ricomprare la tv, perché l’attesa della puntata è sana, in un’epoca in cui non c’è più attesa, e ridere ci connette con la parte più ancestrale di noi. Tutti ne hanno bisogno, tanto l’anziano spettatore dei concerti su Rai 1, quanto quei musoni degli adolescenti.

“L’umorismo, per persone che si considerano animali razionali e puntano al superamento delle incongruenze, non consisterà tanto nel piacere dell’incongruenza, ma nella soluzione dell’enigma”, scriveva Jacopo Cirillo. E a proposito di enigma, sentivamo o no la necessità del “ritorno al futuro” di questa satira in tv? Sì! Ma ridateci Una pezza di Lundini, Battute e CCN, e mettete almeno uno dei tre al posto di Fazio.

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