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Sanremo: Hunziker, abbiamo un problema

Che Michelle Hunziker sia una professionista dell’entertainment è indubbio, al di là di quanto possa piacerci quella sua incontenibile joie de vivre, quella spontaneità da Heidi e quella leggerezza con cui ci ricorda che, anche se tutto va a rotoli, è tempo di cantare e sorridere.
Michelle Hunziker. Foto IPA

Michelle Hunziker. Foto IPA

Sono reduce, come molti connazionali, dalla visione del 68esimo Festival di Sanremo, la più amata e più discussa kermesse musicale italiana. Alla direzione artistica c’è Claudio Baglioni che, più che condurre lo show, si limita a interpretare gag mediamente imbarazzanti e a inscenare ogni cinque minuti un monumentale tributo a se stesso (praticamente pare di guardare Baglioni&Friends, mentre la competizione canora è quasi relegata a un ruolo subalterno).

Ma ci sta, d’altra parte Baglioni non è Carlo Conti, né Paolo Bonolis, né Mike Bongiorno, né Pippo Baudo. È un cantante e dunque canta. Poi c’è Pierfrancesco Favino, attore stimato e simbolo di virilità d’antan, assai gradito al pubblico femminile. Infine c’è lei, Michelle Hunziker, la più amata dagli italiani. Anzi no, quella era Lorella Cuccarini. Cioè Scavolini. Ma torniamo a noi, Michelle Hunziker: ci piace o non ci piace?

Personalmente ho sempre avuto un problema epidermico con la Hunziker e con la sua incontenibile joie de vivre. Terra chiama Hunziker: che cazzo c’hai da ridere così tanto? La risposta, in fondo, non è così complessa.

Innanzitutto, Michelle Hunziker è oggettivamente bellissima. Madre Natura l’ha fatta bellissima e il chirurgo è stato assennato (non l’ha resa, cioè, simile a un viados, com’è successo a molte sue esimie colleghe; si potrebbe obiettare qualcosa sulle tette bioniche che sfidano i principi fondanti delle leggi gravitazionali, ma in fondo chissene).

È stata sposata per anni con uno che era l’idolo delle ragazzine (non mio, sia chiaro), che le ha dedicato alcuni dei più grandi successi pop degli anni novanta (se state canticchiando con voce nasale “più bella coooooosa non c’èèèèèè, più bella cooooosa di teeeeee, grazieee di esisteeeereeee”, avete capito di cosa parlo). Considerate che noialtre, da giovani, ci emozionavamo se un tipo ci faceva una compilation. A lei, venivano dedicate canzoni, album e dischi d’oro.

Con Eros Ramazzotti, Michelle ci ha fatto una figlia, Aurora (pure lei con relativa canzone di successo e già da anni perfettamente integrata nel jet-set social-televisivo) e poi, a un certo punto, come succede nelle favole contemporanee, Michelle ed Eros si sono mollati. Ma niente paura, 5 anni dopo la Hunziker sposa Tomaso Trussardi, classe ’83 (manco un vecchio, voglio dire; pure figo, intendiamoci) con cui mette al mondo altri due figli senza che le ripetute gravidanze lascino alcuna traccia evidente sul suo physique du rôle.

I due si amano così tanto che Michelle lo bacia in platea la prima sera del Festival e gli dichiara amore eterno dal palco. Il rischio iper-glicemia è concreto, ma bisogna ammettere che se fossimo tutti così fighi, così ricchi e così felici, forse, ridemmo pure noi come se avessimo una paresi facciale da trauma cerebrale.

Ma superiamo il gossip e ripercorriamo la carriera della modella, attrice, cantante e conduttrice Michelle Hunziker. Prima del suo volto, negli anni novanta diventano celebri le sue natiche, grazie alla pubblicità delle mutande Roberta: il tanga, la treccia bionda, il culo scolpito nel marmo di Carrara, certamente la ricorderete (gli uomini, per le fantasie pelviche suscitate; le donne, per i danni morali subiti). Negli anni a seguire, la Hunziker conduce una pletora di trasmissioni intellettualmente rilevanti come Paperissima Sprint, Striscia la Notizia e Scherzi a Parte (per citarne alcune), e non si fa mancare neppure i cinepanettoni con Christian De Sica.

Negli anni dieci del secolo ventunesimo, viene indicata dalla rivista Bilianz come la donna più pagata della Svizzera (che va bene che in Svizzera son pochi, ma sono pure ricchi, e possiamo legittimamente considerare questa menzione come un sottile indicatore di benessere economico, diciamo). Nel 2007, arriva il debutto all’Ariston, a fianco dell’incommensurabile Pippo Baudo e oggi, undici anni dopo, la ritroviamo più radiosa, più elegante e — ciò è inevitabile, a questo punto ne abbiamo ampiamente spiegato le ragioni — più sorridente che mai, a condurre il Festival della canzone italiana.

Perché, sia chiaro, è lei che manda avanti la baracca, Baglioni e Favino paiono i valletti e, quando la regia li inquadra, tutti e tre, con lei al centro, la sensazione è di vedere una versione speculare del Sanremo con cui siamo cresciuti: quello in cui c’era un conduttore uomo e due ornamentali fighe di lato, del calibro di Eva Herzigova, Laetitia Casta e Valeria Mazza (negli anni d’oro) o Belen Rodriguez ed Elisabetta Canalis (nel passato recente; è dal 2011 che provo a debellare lo sgomento per quell’intervista che la Canalis fece a Robert De Niro sul palco dell’Ariston, ma ancora non ci riesco).

In alternativa, c’erano le anti-gnocche (del genere Littizzetto, Pivetti, Cabello, Clerici), che erano la quota femminile intelligente o divertente (perché del resto si sa, o sei figa e muta, oppure simpa e bruttarella…cioè “normale”). Non dimentichiamo la Maria nazionale (mi riferisco alla De Filippi, non alla cantante partenopea) e la Ventura, ma la Hunziker è diversa: un ibrido tra la soubrette e la conduttrice, tra esperienza e gioventù, tra avvenenza e capacità di articolare una frase di senso compiuto. La Hunziker è figa, allegra, entusiasta, e conduce. Ed è quando realizzo il superamento di uno schema che si perpetrava più o meno immutato da circa 67 anni, che mi rallegro.

Anche se non mi piace davvero la conduzione della Hunziker, anche se trovo nel complesso eccessivi i suoi modi da animatrice del villaggio vacanze e quell’enfasi esagerata da promoter; anche se mi pare di guardare Mediaset mentre guardo Rai1; anche se: Michelle, ti ringraziamo, ma abbiamo capito cosa significa “classifica”, non serve che ogni volta ci spieghi che è un elenco che ci consente di scoprire chi è più gradito e chi è meno gradito. Ecco, nonostante tutto ciò, ci sono cose per cui la Hunziker andrebbe promossa: per la capacità di tenere il palco, per l’ostinazione con cui sorride all’1.10 di notte, dopo 37 cambi d’abito e 5 ore sul tacco 12; per la naturalezza con cui combina professionalità e bellezza.

Perché che la Hunziker sia una professionista dell’entertainment è indubbio, al di là di quanto possa piacerci quella sua incontenibile joie de vivre, quella simpatia esasperata di chi ride da solo alle proprie battute, quel buonumore apparentemente privo di senso, quell’ottimismo rassicurante ed energico, quella spontaneità da Heidi e quella leggerezza con cui ci ricorda che, anche se tutto va a rotoli, è tempo di cantare e sorridere. Sorridere. Sorridere sempre.

Anche quando si inscena un siparietto piuttosto indegno su un tema tanto delicato come la violenza sulle donne, indossando un (orrido) vestito rosa confetto (era partita tanto bene, la prima sera, con quel sublime Armani nero d’apertura). Anche quando si fa una caricatura delle femministe e si canta, tutte in coro, l’Inno Ufficiale delle Donne Italiane, Quello che le donne non dicono di Fiorella Mannoia, in una specie di recita nazionalpopolare che esegue il compitino, citando superficialmente l’argomento perché il momento storico lo impone, e passando oltre. Un coretto in stile gita scolastica sull’autobus. Viva la mamma, tutte le mamme, soprattutto la Madonnina. Vogliamo bene agli uomini, eh, specie a quelli che s’appuntano un fiorellino sulla giacca per dire che le donne non si toccano neppure con un fiore. E passa la paura.

In fondo, siamo nella Città dei Fiori.
In fondo Michelle Hunziker è perfetta per interpretare lo scollamento euforico, surreale e patinato, dello show dalla realtà.
In fondo, Sanremo è Sanremo.

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