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Caro Festival di Sanremo, perché fai sentire noi donne minoranza?

Lo dicono i dati relativi alle 71 edizioni della manifestazione: 8,5% di conduttrici, 7,3% di autrici, 1,4% di registe, 0% di direttrici artistiche. Forza, Sanremo: c'è un ritardo enorme da recuperare

Foto: Daniele Venturelli/Getty Images

Caro Festival di Sanremo,
ho da dirti delle cose, mettiti comodo.

Prima di tutto mi qualifico: donna, classe ’78, lavoratore dello spettacolo, appassionata di musica. Ti amo da sempre, non ho mai mancato un appuntamento. E siccome ho una formazione sociologica, anno dopo anno ho avuto sempre la perversione di rintracciare in te tutti i segnali del cambiamento oppure della conservazione: un esercizio antropologico bellissimo e utile a comprendere questo faticosissimo Paese. Trovando in te molti più indizi di evoluzione che di conservatorismo.
E una volta fatto questa operazione intellettuale, mi sono sempre concessa la libertà di lasciarmi andare spudoratamente al pettegolezzo, all’opinione non richiesta, alla discussione che ti gira intorno nel pre e nel post coito sanremese. A Morgan che salta da un balcone all’altro, direbbe Samuel.

Ecco, ora sono pronta a dirti quello che devo dirti.
Ho raccolto dei dati, caro Festival mio. Li ho raccolti con amore, sapendo già quello che avrei trovato (ma stupendomi ugualmente).
Cerca di leggere quello che ti scrivo con il tono giusto: in questa analisi c’è tutto il mio affetto e la mia riconoscenza. E soprattutto, c’è la fiducia che tu, proprio perché così capace di “sentire” il Paese, possa ascoltare con serietà, e non solo metterti sulla difensiva.
Ho contato la proporzione uomini/donne di alcune figure sia tecniche che artistiche coinvolte nel Festival dal ’51 ad oggi. Non sono dati sempre precisi perché spesso non sono reperibili e sicuramente avrò fatto qualche errore. Ma ecco.

Non sai che dolore. Che imbarazzo.

Partiamo dal più classico e scontato.

Conduttori: 6 donne su 71 edizioni (+8 co-conduzioni)

Vale a dire una percentuale dell’8,5% grosso modo.
Potremmo anche dire che quelle che vengono definite co-conduzioni, sembrano spesso una foglia di fico. Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza.
Ma è facile aggravare la situazione, rispetto a questa già imbarazzante percentuale.

Ogni anno a Sanremo c’è un direttore artistico, cioè quella persona che sceglie i cantanti, lo “stile artistico” di quella determinata edizione. E che quindi in qualche modo, ne definisce la proposta culturale.

Ecco, guarda, qui la percentuale è dello 0%.

Direttori artistici: 0 donne su 71 eduzioni (+0 co-direzioni): 0%

La cosa che più però mi irrita (più di così?) è che in 19 edizioni il direttore artistico era il conduttore stesso che, comprensibilmente, metteva la firma sull’intera edizione. Un’abitudine introdotta da Pippo Baudo nelle edizioni ’94/95/96 e ripresa poi con continuità dal 2002. La continuità si interrompe però ogni volta che conduce una donna: vuoi dirmi che la Carrà, la Ventura o la Clerici non sarebbero state in grado di scegliersi le canzoni?

Ultimo dato sul cast artistico.

Maestri d’orchestra: 0 donne su 71 edizioni (+0 co-direzioni): 0%

(Per chiarezza: non mi riferisco al direttore di ogni singolo cantante, ma al direttore generale dell’orchestra di quella determinata edizione).

Possiamo anche non commentare, perché lo 0%, santiddio, è un abominio.
E poi potremmo dire che, insomma, prendi l’arte e mettila da parte.

Ma la situazione tecnica, professionale, è la cosa che più mi inquieta.

Registi: 1 donna su edizioni (+0 co-regie): 1,4%

Scenografi: 4 su 45 edizioni (+5 co-scenografe): 8,8%

(Sono riuscita a trovare i dati solo dal 1977 in poi).

Direttori fotografia: 0 donne su 71 edizioni (+0 co-direzioni): 0%

Direttori generali Rai: 1 donna su 71 edizioni (+0 co-direzioni): 1,4%

Autori: questo è un calcolo quasi impossibile da fare, ma necessario – chi fa questo lavoro può capire e soffrire con me. Ho contato 12 donne in tutto, ma qualcosa sicuramente mi è sfuggito: facciamo 15. E facciamo, per approssimazione al ribasso, che ci siano stati 5 autori per edizione a partire dagli anni ’80. Viene fuori una cosa così:

Autori: 15 donne su 205 uomini: 7,3%

Sì, anche a me si spegne un po’ il cervello quando sento questi discorsi femministi. Così, perché io stessa che pure sono attenta a questi argomenti, ho interiorizzato l’etnocentrismo maschile: d’altra parte non sono una millennial. Speriamo che per loro sia diverso.
Ma poi perché bisogna usare la parola femminismo? Come se fosse un’istanza politica di quegli anni lì che son finiti. È un dato di realtà che deve imbarazzare tutti, anzi, che deve servire come controprova a tantissime noiosissime discussioni.

Tu capisci, caro Festival, che questi sono dati orrendi?

Cioè: vogliamo dirci che fino a un certo punto era troppo presto per pretendere che le donne fossero in ogni categoria lavorativa, perché dai, non è che la Rai si possa ritenere responsabile dell’arretratezza culturale del Paese intero del dopoguerra, ma che era una questione mondiale, che era una questione di 3 mila anni di patriarcato (ahi! La parola che spegne ancora di più il cervello!!).
Vogliamo contare da che anno? Da che anno decade la giustificazione del contesto culturale?

Dagli anni ’80? Dagli anni ’90?

Ecco. Non cambia poi molto. Fai i conti da solo: ci sono giusto un paio di conduzioni al femminile in più, ma per tutto il resto, le percentuali rimangono uguali.

Cosa vogliamo dirci, a questo punto?
Tu hai un debito da pagare. Pesante e doloroso. Necessario. Bla bla.
Che non è tutta colpa tua, però dai, se dopo il Natale, la Pasqua e il Capodanno ci sei tu negli eventi nazionali da festeggiare, quale responsabilità in più te la devi prendere. Qualche domandina, ecco. Prima di tutto: perché? Cioè, la spiegazione è che credi che se mettessi un po’ più di power nelle mani delle donne gli ascolti andrebbero peggio? Oppure cosa? Che per un conduttore uomo, avere autrici donne sia troppo difficile, la comunicazione sia troppo macchinosa? E le conduttrici donne, perché non si sono portate dietro un po’ di donne?

È come se fosse sempre una questione di istinti, di clan.

E scusami, ultima domanda, giuro! Ma con tutti quei manager, direttori, vicedirettori, funzionari: nessuno si è mai preso la briga di farli, questi calcoli?

Caro Festival, se è vero, come io credo, che ci rappresenti tutti, allora cambia. Cambia per noi donne, ma più che altro cambia per te stesso. Perché qui la questione non è invitare la fidanzata di Valentino Rossi perché è la fidanzata di Valentino Rossi e perché è gnocca: questo lo sapevamo anche prima delle gaffe di Amadeus e guarda, tutto sommato ci va bene così. Nessuno di noi ha pensato che venisse invitata per la sua tesina sui calcoli biliari. E se inviti Marchisio, io penso che sia lì perché è figo, non perché abbia dei meriti particolari. E sicuramente ne ha, di meriti.
La questione è che sei in ritardo in modo incredibile.

Non sono un’intellettuale (femminile, quindi con l’apostrofo) e non so concludere il discorso.

Ti chiedo solo: pensaci su. Pensa che l’integrazione crea integrazione. Con tutte le minoranze possibili.

E santiddio, non è possibile che proprio tu mi costringa ancora, davanti a questi dati, a definirmi minoranza.

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