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Paolo Sorrentino: nel nome di Diego, del cinema e del futuro

‘È stata la mano di Dio’, premiato a Venezia e dal 24 novembre nelle sale (prima di arrivare su Netflix a dicembre), è un coming of age autobiografico che fa i conti con la sua storia vera e dolorosa. Per trasfigurarla meravigliosamente in un nuovo inizio

Foto: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for Netflix

«C’è chi crede nel potere divino, io credo in quello semidivino di Diego Armando Maradona: il mio più grande rammarico è che non potrò fargli vedere il film». È stata la mano di Dio sta tutto qui: nella fede incrollabile di Paolo Sorrentino per Lui (Maradona, ovviamente) e per il cinema, che salva. O che, forse, “non serve a niente, però ti distrae dalla realtà”, cit. l’altro nume tutelare del regista (Fellini, ovviamente).

Diego, “il più grande calciatore di tutti i tempi”, è nei titoli di testa: “Ho fatto quello che ho potuto, non credo di essere andato così male”: «Se lo dico io suona realistico», sfumacchia il sigaro Sorrentino, vista orizzonte all’Excelsior. «Da parte di Maradona invece fa ridere perché ha fatto l’ira di Dio in tutti i sensi, è un’operazione di falsa modestia. E quindi, con le dovute differenze, posso dirlo pure per me».

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A vent’anni dal debutto alla Mostra con L’uomo in più, il regista premio Oscar è tornato a Venezia (dopo le incursioni di lusso fuori concorso con la saga papale cult) «con lo spirito di un nuovo inizio e un film semplice ed essenziale che richiedeva una certa dose di coraggio». È stata la mano di Dio è un coming of age sorrentiniano personalissimo «che si regge sulle emozioni e sui sentimenti. Con Netflix ho firmato da subito un accordo per uscire al cinema, perché come tutti sono un amante della sala, ma non sono un talebano: penso che le emozioni e i sentimenti, molto più del rigore estetico, possano passare un po’ in tutti i modi e non solo attraverso uno schermo gigantesco».

Sorrentiniano dicevamo, eppure differente, più dritto, asciutto rispetto a quello che siamo abituati a vedere, sia narrativamente che visivamente: «Quando ho girato Il divo, ad esempio, l’unico stile possibile era quello dell’opera rock: movimentato, dinamico, pieno di musica. Qui invece dovevo lasciare spazio alle emozioni e anche a una desertificazione sentimentale». Per questo non c’è la musica, «portatrice di sentimenti». Che qui sono stati ridotti dai fatti della vita: «All’inizio per abitudine ho pensato di girarlo come gli altri film, ma mi sono reso conto che era proprio una nota stonata, non funzionava».

Foto: Netflix

Nell’autobiografia il surrealismo lascia spazio a una realtà trasfigurata dal ricordo: «Ne avevo accumulati tanti, poi ho scritto il copione molto velocemente mentre stavo lavorando alla sceneggiatura di The New Pope. Ero stanco di parlare di cardinali e papi e ho pensato di prendermi una vacanza a modo mio… per un po’ di tempo però ho pensato che non avrei fatto il film, ma soltanto che un giorno avrei fatto leggere tutto ai miei figli per giustificare i miei tanti difetti. Poi ho preso coraggio»

La Napoli del film è quella della memoria di Sorrentino: «Non mi sono stato molto a chiedere cos’è Napoli, anche perché è una città scomoda in questo senso, tutti ne hanno parlato e tutti hanno la presunzione di saperlo. Io no, francamente».

Prima il romanzo familiare ricco, denso, scatenato nel ritmo e nei dialoghi, saturo di chicche e di personaggi da commedia partenopea: meravigliosi il padre complice di Toni Servillo, la madre autrice di scherzi perfidi interpretata da Teresa Saponangelo, la zia ammiratissima e pazza di Luisa Ranieri, il prozio disilluso, alias Renato Carpentieri. Poi il romanzo di formazione doloroso e malinconico: i genitori muoiono tragicamente per una fuga di monossido di carbonio, Fabio (l’alter ego del regista, impersonato dall’esordiente Filippo Scotti, bravissimo) doveva essere con loro, ma è rimasto a Napoli per vedere Maradona allo stadio (eccola, la mano di Dio). E all’improvviso, dopo la tragedia, per lui “la realtà è scadente” e il domani non esiste più.

Filippo Scotti, Toni Servillo and Teresa Saponangelo. Foto: Gianni Fiorito/Netflix

«Non penso che un film sia sufficiente a liberarsi di questioni che ti segnano per la vita, però mi ero stancato che tutto questo fosse semplicemente un mio continuo, costante, trentennale monologo interiore. Perché ripensare a qualcosa e raccontarla solo a se stessi blocca i ricordi, invece lasciarli andare può essere un tentativo per liberarsi. Mo vediamo se mi riesce».

Con la speranza, su un treno per Roma, irrompe Napul’è di Pino Daniele: «Il protagonista ha sempre le cuffie nel film, ascolta la musica come tutti i ragazzi, ma è come se non la sentisse davvero. E invece alla fine le note riescono idealmente a passare dal walkman, ad arrivare a lui e a chi guarda perché Fabio accarezza per la prima volta un’idea di futuro».

Il coming of age sorrentiniano diventa il coming of age di tutti: «Ho scelto Netflix anche perché volevo che il film e il suo messaggio arrivassero al maggior numero di persone possibili, soprattutto ai giovani. Parliamo di un’età, quella dei 16-18 anni, in cui c’è un’idea nera o addirittura inesistente di futuro». E invece, oltre il dolore, c’è il cinema, c’è la vita.

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