Wildlife, l’esordio superbo di Paul Dano a Cannes

La Croisette diventa il palcoscenico per il debutto alla regia di un attore diventato iconico con ‘Little Miss Sunshine’ e ‘Il petroliere’.

Carey Mulligan e Jake Gyllenhaal in ‘Wildlife’.


La scena finale di Wildlife (esordio alla regia dello straordinario attore Paul Dano) vale tutto il film: il padre (Jake Gyllenhaal) e la madre (Carey Mulligan) sono seduti, uno a fianco all’altro, in una posizione ambigua, a disagio col mondo esterno e con loro stessi. Davanti a loro c’è una fotocamera degli anni 50’, una di quelle da studio col treppiede, e lì pronto ad azionarla c’è Joe, il loro figlio (Ed Oxenbould). Prima però di scattare la foto, si sistema accanto a loro, cercando di compiere nell’ultimo fotogramma quello che ha tentato invano di ottenere per l’intera durata del film e della sua adolescenza: un’apparente e agognata normalità, il padre e la madre di nuovo assieme vicini, e lui nel ruolo che gli spetta. Quello di un figlio adolescente che avrà ancora tutto il tempo dinanzi a sé per diventare adulto.

L’attore Paul Dano, fenomenale interprete di alcuni film celebri e mai dimenticati (Little Miss Sunshine, Il petroliere), mette in scena per il suo esordio da regista un ritratto familiare e un quadro d’epoca meticolosamente delineati e concertati, firmando anche la sceneggiatura del film con la compagna Zoe Kazan (attrice e nipote del celebre Elia), assistito da un cast in grande forma e godendo del prezioso contributo dello scenografo Akin McKenzie e del direttore della fotografia Diego Garcia.

Il film prende ispirazione dall’omonimo romanzo di Richard Ford del 1990, ritraendo nella sua melodrammatica semplicità di silenzi, traumi, ambiguità e divisioni, la crisi di una famiglia piccolo borghese americana degli anni ‘50. La scena finale rende omaggio a uno dei grandi maestri di Paul Dano, Paul Thomas Anderson, quando in The Master, Joaquin Phoenix, fotografa stralunato la sobrietà e le ambizioni della vita americana del dopoguerra. E questo esordio ricorda nelle tematiche e nelle atmosfere la prima opera di successo (Gente comune del 1980) di un altro attore e regista brillante, Robert Redford.

Il quindicenne Joe Brinson, nel film, si è appena trasferito nel Montana con i suoi genitori, ma gradualmente la già precaria stabilità economica della famiglia si sfalda, anticipando di poco anche quella emotiva. La calma che aleggia nella casa è perennemente sulla soglia della desolazione e della disperazione: la madre, un’entusiasmante ed irresistibile Carey Mulligan, abbandonata dal marito decide di trovarsi un lavoro e in seguito anche un nuovo compagno.

La camera segue costantemente il punto di vista dell’adolescente Joe, deluso e straziato dall’irresponsabilità del padre, trattato come un amico e un confidente dalla madre, costretto a trovarsi un piccolo lavoro nel doposcuola come fotografo e a diventare l’ultimo intimo testimone, fino alla scena dell’ultima foto, di una famiglia in disfacimento. Dano dà ai suoi attori tutto lo spazio che desiderano e meritano, approcciando con elegante discrezione il senso di ambiguità e solitudine che accompagna i protagonisti dall’inizio alla fine della pellicola. Siamo dinanzi a un esordio molto promettente e superbo.

Wildlife (presentato in prima mondiale al Sundance lo scorso gennaio) è stato scelto come titolo d’apertura della Semaine de la critique e, in quanto opera prima, concorrerà anche al prestigioso premio Caméra d’or.

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