Simone Scipioni, il giovane-vecchio che ha conquistato MasterChef

Al contrario dei suoi coetanei, sempre con le cuffie e la faccia concentrata sulla chat di WhatsApp, il vincitore dell'ultima edizione del talent Sky sarebbe più a suo agio con le braccia dietro la schiena, a controllare lo stato dei lavori di qualche cantiere. La sua storia è la dimostrazione di come la sostanza può vincere sulla forma.

logo Michele Monina

“Non è mica un caso che in provincia di Macerata ci sia nato Leopardi, mica Lady Gaga…”

Ieri è finita la settima edizione di MasterChef Italia, e ha vinto Simone Scipioni, ragazzo di Montecosaro, provincia di Macerata, venti anni. Un vecchio nascosto, bene, nel corpo di un ragazzino. I baffetti alla Rovazzi, ma veri, lo sguardo sempre rivolto verso il basso, o al limite a lato, il sorriso mai presente in viso, un po’ perché in effetti c’è sempre poco da ridere, un po’ perché, magari, se anche ci fosse qualcosa che ci riempie di gioia, converrete, perché farlo in pubblico, quando lo si può riservare per un momento più intimo, quando si è soli in casa?

Del resto, lui, Simone, in casa ci vive davvero da solo, rimasto decisamente troppo presto senza i genitori. Cucina per sé e il suo cane, e cucina decisamente bene.
Chi ha seguito il talent culinario di casa Sky non ha potuto non innamorarsi di questo giovane uomo dal passato tormentato, introverso, ironico, costantemente incartocciato su se stesso, il paese, Monteco’, sempre evocato, come l’ermo colle che il guardo esclude. Un marchigiano tipo, anche nel modo di cucinare. La tradizione a farla da padrona, il paese come punto di partenza per guardare il mondo. Meglio, il paese come osservatorio del mondo, perché, questo Simone l’ha raccontato durante le puntate di MasterChef, lui il mondo non l’ha mai visto. Così quando durante la finale ha cucinato il Foie Gras (rinominato per l’occasione, Voulez vous quagliè avec moi?) lo ha fatto sulla fiducia, colpendo non a caso la curiosità del filosofo tra i giudici, Joe Bastianich.

Torniamo all’incipit, però.
Settimane fa Crozza ha portato in tv una riuscitissima gag sui fatti di Macerata, parlandone per bocca di Vittorio Feltri, una delle sue maschere di questi tempi. Il pezzo girava su diversi punti, ma partiva dal fatto che a Macerata si spara ai negri, come Traini, l’attentatore che ha voluto a suo modo far giustizia per l’omicidio della povera Pamela, quando ci si è stancati di spararsi nei coglioni. Un modo un po’ cruento di superare lo splin. Ci si annoia a morte, quindi si spara ai negri, diceva. Di qui l’intuizione che, nelle Marche, non sarebbe mai potuta nascere una come Lady Gaga, tutta paillettes e balletti, ma piuttosto uno come Leopardi, non esattamente la quintessenza della gioia di vivere.

Ma Leopardi, non credo sia necessario sottolinearlo, e sicuramente non intendo sottolinearlo in un articolo che parla di MasterChef, non è stato sicuramente solo un depresso cui la Natura Matrigna ha negato gioie in cambio di una penna alquanto efficace. Leopardi era uno studioso, la storia della gobba la conoscete tutti, e i suoi studi gli hanno permesso di conoscere il mondo dalla sua camera, lui in vestaglia riverso sopra i libri. Simone appare vagamente leopardiano. Uno che si è appassionato di cucina, e anche quello è studio, e che ha deciso di sperimentare, di studiare, di approfondire, fino a arrivare a vincere un talent di livello, proprio a partire dalla sua casetta di Montecosaro. Come per Leopardi, poi, l’attaccamento alla terra, Recanati, lì, Montecosaro, qui, lo ha portato a affondare i suoi studi su una tradizione tipicamente localistica. Lo studio delle lingue classiche, per il poeta, quello per la cucina marchigiana, e più in generale italiana, per Simone.

Le sue olive ascolane con il ciauscolo al posto della carne trita, per dire, ha in certo senso spiazzato i giudici, ma dimostrato che mettere dentro lo stesso piatto due tipicità autoctone era un modo piuttosto efficace di rivendicare una appartenenza. Come lo è stato, del resto, questo suo continuo e costante parlare in dialetto, troncando i verbi, sostituendo le t con le d, in quell’accento che, lo dice un anconetano che guarda alla campagna della sua regione manco fosse Tom Wolfe vestito di bianco che prova a decodificare i fargugliamenti di un fricchettone che si è calato gli acidi a bordo del Furthur, è un po’ la maniera in cui il resto della nazione vede i marchigiani, gente semplice e dedita alla terra, alla faccia di Leopardi ma anche di Della Valle e delle sue Hogan.

La vittoria di Simone è un po’ la vittoria dell’anti-chef, inteso come uno che ti propina a tavola qualcosa di molecolare, poco sostanzioso e più in generale più bello a vedersi che in grado di toccarti lo stomaco.

Ha vinto la sostanza sulla forma, prova ne è che tutti i giudici hanno giudicato migliori gli impiattamenti della sua concorrente Kataryna. Ha vinto un giovane, esattamente come l’anno scorso, che è però l’anti-giovane. Ecco, se oggi i ragazzini sono sempre riversi su whatsapp, con le cuffiette dello smartphone infilate nelle orecchie a sentire trap o musica indie, vittime di una frammentarietà comunicativa che è in qualche modo diventata anche una frammentarietà estetica, vaporizzati laddove ci si era prospettato un futuro liquido, Simone è un giovane che va in giro con un vecchio Nokia di quelli coi tastini, un pensionato con le braccia conserte dietro la schiena che controlla l’andamento di un cantiere. Non a caso, parlando dell’ipotetica accoglienza che Montecosaro gli avrebbe riservato, ha detto che lo avrebbero fatto patrono, andando a pescare un termine quanto mai analogico in era digitale, lui fatto di vinile mentre intorno a lui imperversa lo streaming.

Mica è un caso che dalle sue parti, intorno al suo paesello, ci siano e ci siano state le più importanti fabbriche di strumenti musicali, veri, dalla Eko, eccellenza delle chitarre, alla Farfisa, artefice dell’unico organo in grado di contendere il primato alla Hammond, passando per la Korg o la Pevey, per non dire delle fisarmoniche di Catelfidardo. Musica fisica contro musica in streaming, olive ascolane col ciauscolo contro qualche cagatina da alta cucina a base di niente. Il tutto con la faccia di chi guarda al mondo con lo stesso interesse con cui una mucca può guardare a un turista che si è fermato a bordo della strada per fotografarla e condividere il tutto su Instagram, scarpe grosse e cervello fino.

Simone ha vinto centomila euro in gettoni d’oro, la possibilità di pubblicare il suo primo libro di ricette, avrà modo di diventare un personaggio, magari cominciando con l’andare ospite del programma di Cattelan, EPCC. Qualcosa che alla generazione cresciuta con l’idea che diventare famosi sia un lavoro cui ambire deve sembrare il corrispettivo del primo premio alla lotteria della Befana (omaggio alla anzianità del protagonista di questo articolo), ma che probabilmente non gli provocherà neanche un sussulto, figuriamoci un sorriso.

Simone è un leopardiano che non aspetta altro che tornare a Montecosaro a cucinare per sua sorella e i suoi amici, fanculo il mondo, la gioventù e le luci della ribalta.
“Mo che cazzo facemo?” gli ha chiesto la sorella, mentre piovevano stelle filanti dall’alto e tutti lo festeggiavano.
“Torniamo a Montecò, me fanno santo subito”, ha risposto.