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Roberta Torre: «Il mio ‘Riccardo III’ punk»

Abbiamo fatto una chiaccherata con la regista, che in questi giorni è in sala con 'Riccardo va all'inferno', una versione musicale e gotica dell'opera shakespeariana. Che ha come protagonista Massimo Ranieri
'Riccardo va all'inferno': la regista Roberta Torre. Credit: Paolo Galletta

'Riccardo va all'inferno': la regista Roberta Torre. Credit: Paolo Galletta

Quando dico a Roberta Torre che i protagonisti del suo Riccardo va all’inferno sembrano una sorta di famiglia Addams punk, lei ride ed esclama «è una descrizione perfetta, ne sono sempre andata pazza! Ci sono tante suggestioni che ho metabolizzato in questo film, i miei miti cinematografici e teatrali, c’è pure un po’ di Rocky Horror Picture Show nel mondo del sottoscala».

Lo avrete capito, Riccardo va all’inferno non è “un altro” adattamento del Riccardo III di Shakespeare. O meglio, è la rivisitazione più musicale, più punk (appunto), più gotica e psichedelica mai vista di quell’opera: «È una mia sensazione del contemporaneo, mi piaceva l’idea di calare la storia in questo mondo che sta cadendo a pezzi. Anche Roma in realtà non è Roma ma una città immaginaria che diventa forse un po’ la mia visione dell’oggi, in cui c’è il sublime ma anche delle cose sordide. Tutto si sta sgretolando, come la tappezzeria della stanza della Regina Madre».

E allora Riccardo III diventa Riccardo Mancini che, dopo anni di ospedale psichiatrico, torna nel Fantastico Regno del Tiburtino III, dove la sua Nobile famiglia, capeggiata della Regina Madre, gestisce un florido traffico di droga e malaffare. Con l’aiuto dei fedeli seguaci nascosti nei sotterranei, inizia a tramare nell’ombra assassinando chiunque ostacoli la sua scalata al potere.

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Per impersonare il protagonista serviva un grande interprete «e sapevo in Italia non sarebbe stato facilissimo trovarlo. Visto che si trattava di un film con un impianto musicale molto forte, abbiamo pensato all’unico possibile artista italiano che canta, balla e recita: Massimo Ranieri. Ci sembrava un sogno pensare di avere una voce così importante potendola cambiare, potendola lavorare».

Ranieri ha detto subito di sì al progetto: «Ha capito lo spirito, che sarebbe stato una grande metamorfosi e ci si è buttato a pesce perché è un artista molto curioso». Nel film lo vedrete rasato a zero: «Quella è stata forse la cose più difficile (ride), prima di arrivare alla totale assenza di capelli ha penato, siamo andati passo passo».

L’inverno del nostro scontento, la parte più celebre dell’opera shakespeariana, diventa una canzone, firmata, così come tutta la colonna sonora, da Mauro Pagani: «Pensavo che sarebbe stato meraviglioso avere un brano che aprisse il film tratto da quel celebre passaggio. Si tratta praticamente dell’unica sequenza ambientata in un esterno, al Corviale, un luogo che è simbolico della città, è proprio “l’inverno del nostro scontento” in qualche modo (ride), lo trovavo molto adatto all’inizio della pellicola, subito dopo l’uscita dal manicomio. Ho dato il testo originale a Mauro e gli ho chiesto di trasformarlo in una canzone. Lui non si è spaventato più di tanto, ha raccolto la sfida e ha fatto un lavoro bellissimo».

La scelta di affidare le musiche a Pagani arriva nel momento in cui è entra a far parte del progetto Massimo Ranieri: «Sapevo che avevano un’affinità forte e una collaborazione che durava nel tempo e questo era fondamentale perché dovevamo fare un percorso di stravolgimento musicale rispetto a quello che era stato Ranieri sin dall’inizio. Non ho scelto Massimo pensando di farlo cantare come Ranieri ma perché è uno straordinario interprete che può sperimentare altri toni, ha persino cambiato voce e questo è stato possibile anche grazie alla fiducia assoluta che ha in Mauro».

La Regina Madre ha il volto di Sonia Bergamasco: «L’ho vista fare l’opening della serata di apertura della Mostra del Cinema di Venezia e mi ha affascinato perché aveva un rigore e una capacità di dirigere la serata, paradossalmente riusciva a non essere al servizio, ma ad orchestrare tutto. E allora ho pensato che poteva essere una Regina Madre straordinaria».

Ovviamente c’era il discorso dell’invecchiamento da affrontare: «Ma io da subito non ho pensato a lei in maniera naturalistica, doveva diventare una sorta di creatura mostruosa, quella trasformazione è proprio dentro al personaggio. Poi Sonia ha fatto uno splendido lavoro di interpretazione anche fisica, ispirandosi a due miti del cinema, donne forti e fumatrici incallite: Bette Davis e Jean Moreau».

La contaminazione è da sempre una delle cifre stilistiche di Roberta Torre ed è ancora più evidente in questo film, che sembra una visione onirica: «C’è una stratificazione di tante esperienze. Innanzitutto lo spettacolo teatrale Insanamente Riccardo III, che ho fatto con dei pazienti psichiatrici e che mi ha dato tantissimo in termini di visioni, atmosfere, corpi. Era un lavoro molto fisico che mi ha lasciato il desiderio di lavorare sul testo di Shakespeare (che non smette mai di stupirti) e di farne un’opera musicale, ma non in senso classico: volevo usare la musica come se fosse un linguaggio, delle parole che continuavano la storia».

E infine c’è tutto il lavoro fatto in precedenza dalla regista al Tiburtino III: «Ci ho girato due documentari, uno su Pasolini e uno con Pino Pelosi. Quando ho vissuto lì per due mesi era un mondo chiuso, a parte, questa periferia dove addirittura a volte i taxi non ti accompagnavano, si fermavano prima, c’era tutti dei codici di comportamento per entrare, per uscire. Mi ricordo che uno dei ragazzi che ho intervistato mi diceva: “Il Tiburtino III è come una riserva indiana”. C’erano questi ragazzi che vivevano in un garage sotto terra, al buio. Oltre al discorso onirico ci sono tutte queste suggestioni che si sono stratificate dentro di me».

L’altra costante nella carriera della Torre è il musical, da Tano da morire in poi: «Ne ho fatti tre, più un’ Aida davvero particolare. Da sempre la vedo come la mia possibilità espressiva, quella che sento più vicina alla mia voglia di raccontare. Amo il melodramma, sono sempre stata una grande appassionata di opera e credo che, se non tracciamo una divisione tra cinema e teatro, alla fine il musical sia molto di più nel DNA italico di quanto non si pensi».

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