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“O Futebol” e “Keeping”: Locarno fa gol

Tra Concorso internazionale e Cineasti del presente Locarno si diverte a giocare con il pallone da calcio. Per raccontare la vita attraverso quella meravigliosa e terribile sfera di cuoio

Film sul calcio ce ne sono troppo pochi. Difficile riprenderlo, renderlo spettacolare, in un mondo drogato di campi con troppe telecamere che spiano ogni movimento dentro e fuori dal campo, togliendogli poesia.
E allora, come spesso accade il calcio diventa lente di ingrandimento e specchio che distorce la realtà, un modo per trovare la vita nella metafora sportiva. E così il Festival del film Locarno va in rete.

Vale per Keeper (Concorso Cineasti del presente), in cui un giovane portiere adolescente si trova a dover giocare la partita più difficile. Kacey Mottet Klein, attore di Losanna, interpreta un ragazzo che ha un sogno, quello di diventare un numero uno. In tutti i sensi. E quello di amare la splendida, dolce, determinata Galatea Bellugi (segnatevi il nome, sentiremo presto e molto parlare di lei). Tra campo e spogliatoi, passando per un amore nascente, il protagonista cresce. Scopre il suo talento, scopre il sesso. In un’età in cui tutto sembra nuovo e difficile, agisce senza pensare alle conseguenze. E se in campo para, fuori sa come far gol. Pure troppo. E la sua fidanzatina rimane incinta. E lui ha una reazione da espulsione.

Maxime e Melanie, questi sono i loro nomi nel film, sono più adulti di molti di coloro che gli girano attorno, vivono il loro romanzo di (tras)formazione e alla fine la partita la portano a casa. Soffrendo, ma vincono. Sembra una storia sin troppo semplice, ma in fondo il calcio è questo: immediato, implacabile, facile da decodificare. Una favola, che ha sempre una fine chiara, inesorabile. Ed entusiasmante, anche nelle sconfitte.

Proprio in una sconfitta, in una disfatta si riconosce O Futebol: quella del mondiale brasiliano 2014. Doveva essere la sesta Coppa del Mondo, il trionfo annunciato, il riscatto rispetto al Maracanazo di 64 anni prima, la risposta alla peggiore tragedia sportiva verdeoro – e non solo calcistica, ci furono diversi suicidi a causa della vittoria dell’Uruguay -, è stato invece un incubo a occhi aperti. Partite avvilenti, Neymar infortunato, infine l’1-7, il Mineirazo, che ha umiliato i maestri del pallone in casa loro.

Ma O Futebol usa questo campionato del mondo come un filo conduttore di una storia familiare. Sergio Oksman, regista, reincontra nel 2013 dopo quasi vent’anni il padre Simão. Lui si è separato dalla mamma quando il cineasta era piccolo, le loro strade si sono separate molto presto.

Poi a São Paulo si incrociano, appunto, e pensano bene di fare quello che facevano quand’erano una famiglia felice: andare a vedere il Palmeiras. E Sergio ha l’idea: raccontare i mondiali insieme. Ne esce uno spaccato di vita di un’ora, umano e tenero, un po’ cialtrone (com’è Simão) e un po’ malinconico (com’è Sergio), attraverso varie partite, non solo del Brasile. Non vanno allo stadio, cercano ogni volta un luogo diverso dove assistere ai match. E parlano, si raccontano, si recuperano. Tra un aneddoto calcistico e ricordi personali. Si capiscono, finalmente. Forse. Fino a quella maledetta semifinale. E lì la vita ci mette lo zampino e l’artista l’intuizione geniale. Un’ambulanza che entra nell’ospedale, un bar, accanto, che vede i suoi avventori esplodere di gioia. L’assenza di porte del negozio permette alla camera di tenere in campo entrambi i momenti. Un’inquadratura geniale, una delle più belle mai viste. E dell’1-7 ci dimentichiamo all’istante. Proprio come Sergio. Perché c’è una partita ancora più importante da giocare. E da perdere, purtroppo.

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