Nadia Toffa, forte e figa come la mia Wondy | Rolling Stone Italia
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Nadia, forte e figa come la mia Wondy

Alessandro Milan, che ha perso la moglie Francesca un anno fa, racconta perché è stato importante quello che ha fatto la Toffa ieri sera a Le Iene.

Nadia, forte e figa come la mia Wondy

Quando Nadia Toffa è comparsa in tv dicendo “Ho avuto un cancro” con il sorriso sulle labbra, io che la attendevo davanti allo schermo istintivamente ho esclamato: “Brava Nadia!”. Brava, perché hai avuto il coraggio di condividere con il pubblico questo passaggio della tua vita. Non è stato facile, immagino, bisogna essere una guerriera e una gran figa, come giustamente ti sei definita.

Un attimo dopo quel ‘brava’, il pensiero è volato alla mia Francesca, morta l’11 dicembre 2016 dopo sei anni di vita con un tumore. Mi sono ricordato che anche lei, anni fa, doveva andare in tv a parlare della sua malattia, sulla quale aveva scritto il memoir Wondy – ovvero come si diventa supereroi per guarire dal cancro. Solo che, in barba al sottotitolo, a Franci avevano trovato una recidiva tre giorni prima di presentarsi davanti alle telecamere.

Toccava operarsi per l’ennesima volta, due giorni dopo la comparsata televisiva, e la prospettiva era una radioterapia, dopo avere già affrontato due mastectomie con altrettanti cicli di chemio. Ricordo che io la sconsigliai di andare, so benissimo che le avrebbero chiesto come stava e lei avrebbe rischiato di crollare. Non dimenticherò mai la risposta che mi diede, al termine di una riunione serale improvvisata nel lettone: “Ale, io non vado lì solo per me. Lo faccio per tutte le donne che sono nella mia situazione”.

Lì, per la prima volta, ho toccato con mano l’importanza della condivisione della malattia. Ho capito che la sofferenza che comporta un tumore certamente è personale, ma discuterne apertamente con gli altri, ‘metterla in piazza’ come si direbbe in un’era sguaiatamente social, serve ad affrontarla con più coraggio. Condividere, per sentirsi meno soli.

Quindi, brava Nadia! Ne hai parlato sorridendo, hai reso normale il cancro, soprattutto lo hai chiamato con il suo vero nome, senza infingimenti, un’altra battaglia che per anni Francesca ha portato avanti con convinzione. Lei la chiamava la campagna #CancroNonParole contro ogni ipocrisia.

Viviamo in una società bizzarra: usiamo il termine tumore in modo improprio per cui diciamo che “la mafia è un cancro” o “la corruzione è una metastasi”, poi quando uno si ammala di un tumore diciamo “che ha un brutto male”. 

Brava, Nadia! Hai detto che non ci si deve vergognare di avere un tumore, di portare una parrucca, hai chiesto attorno a te normalità, hai fatto capire che il cancro è un inciampo della vita che può accadere, né più né meno come la perdita di un posto di lavoro, la fine di una storia d’amore.

Hai soprattutto messo un punto fermo, definitivo, sulle cure più efficaci da seguire: la chemioterapia e la radioterapia. Da affiancare, ovviamente, a uno stile di vita sano, all’allegria, al sostegno psicologico. Dal tumore, oggi, spesso si guarisce, molto più di ieri. E ora, grazie al tuo sorriso più bello che mai, ammirando il tuo coraggio, tante persone affronteranno il cancro con uno spirito più forte.

Arriveranno anche le critiche, incredibile ma sarà così. Non ragioniam di loro, ma guarda e passa…
Brava, Nadia! Quando ti ho vista in tv, lo confesso, ho anche ripensato a quella cena insieme, qualche anno fa. Agli occhi della mia guerriera, ai tuoi occhi da guerriera, così fieri, così uguali.

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