L’Oscar di Enrico Mentana: la più grande rockstar Italiana

Inutile negarlo: quando si parla di "maratona" ormai viene in mente solo lui, con quegli occhiali alla Harry Potter e la battuta sempre pronta. Ecco perché un programma politico è riuscito a entrare nel cuore del Paese.

Foto Maurizio D'Avanzo/MDPhoto / IPA

Ha vinto il M5S. No aspetta, ha vinto il centrodestra. Hanno vinto tutti e due? Salvini Premier? Di Maio ministro del “se potrei”? Bazzecole. Ha vinto Enrico Mentana. Ancora una volta.

In quella che, per tutto il mondo, era nient’altro che la sbrilluccicante serata degli Oscar, in Italia, come confermato dai trend twitter, la rinomata consegna delle statuette aveva come principale funzione quella di tenerci compagnia durante la pubblicità dell’unico grande evento: “La maratona elettorale” di Enrico Mentana.

Viviamo un’epoca dominata da incertezza e, manco a dirlo, la situazione politica attuale è degna rappresentazione di uno dei momenti più imperscrutabili dello storia della Repubblica. Sondaggisti ed opinionisti vari, la cui professione ormai ricorda quell’amico che in discoteca ti spinge dalla più gnocca del locale al grido di “vai tra, è tua” (salvo poi ritrovarti a letto con Donald Trump in un motel fuori dall’Europa), sudano e si sbilanciano in previsioni approssimative di alleanze, consapevoli di come solo il pendolino di Maurizio Mosca potrebbe indicare loro la via. La storia insegna però come sia proprio in questi momenti che i veri leader si ergono al di sopra della mediocrità popolare per indicare a noi poveri mortali il cammino da seguire.

Dagli studi di La7, ieri notte, un eroe senza macchia si è mostrato ancora una volta agli occhi della Nazione. I suoi occhialini tondi di “harrypotteriana” memoria sono un incubo ricorrente per ogni politico improvvisato, la sua risata sgraziata da anni riecheggia nelle orecchie di ogni giornalista che pensi anche solo per un attimo di insidiarne l’assoluto e indiscutibile dominio. Enrico Mentana è la più grande Rock Star italiana e questa notte durante la sua maratona elettorale lo ha confermato ancora una volta a quei folli miscredenti che erano ancora a caccia di segni. “Beati coloro che pur non avendo visto La7 crederanno”, recitava un famoso libro.

Non esiste La7 senza Mentana e non esiste Mentana senza la maratona. Appuntamento televisivo che nel corso degli ultimi anni ha raggiunto uno “status quo” a metà strada tra la festività religiosa e Woodstock. Tra chat WhatsApp per commentare la trasmissione con amici e parenti e “Drinking Game” per trasformare il tutto in una festa ancora più grande (es. Bere uno shot di tequila ogni volta che dice “se i dati venissero confermati sarebbe clamoroso”), stiamo parlando di un vero e proprio culto. A tal punto che la stesso uso della parola un tempo utilizzata per indicare la celebre corsa di 42 chilometri, si sta via via disperdendo in una coltre di nebbia. La parola “maratona”, quanto meno in Italia, non ha più niente a che vedere con scarpe da corsa e allenamenti estenuanti. Niente di tutto ciò. Si narra che la nuova edizione del dizionario Zanichelli reciterà così: “Festività nazionale Italiana durante la quale Enrico “Chicco” Mentana schernisce, con inesauribile magnificenza, l’intera classe politica italiana in ogni suo aspetto”.

Un uomo solo al comando? Sì. Tuttavia, sarebbe irriconoscente negare come nell’adempimento di quella che è senza ombra di dubbio la sua opera magna, Enrico si appoggi a due figure che sarebbe riduttivo definire come comprimarie. Paolo Celata e Alessandra Sardoni sono gli alleati ideali per ogni supereroe che si rispetti: di buon cuore, infaticabili e comprensivi quanto basta per sopportare vezzi e manie del supremo leader. Se Enrico Mentana è Harry Potter, Paolo Celata è Ron Weasley. Amico dagli atteggiamenti teneramente fantozziani che nonostante le inesauribili perculate continua a servire fedelmente la causa del mago più famoso del mondo. Alessandra Sardoni, va da sé, è Hermione Granger, donna dalla grande intelligenza e vero segreto del successo di Harry. Per grandi imprese serve un grande team.

Sì perchè diciamocelo, se da un lato il pubblico non può che essere estasiato dall’osservare le esilaranti frecciatine del sommo direttore, averci a che fare dal punto di vista lavorativo sembrerebbe, in prospettiva di sanità mentale, equiparabile al sostenere una conversazione col segretario di Casapound sulla “necessità di invadere la Libia”. Le sue simpatiche sfuriate nei confronti di regia e inviati sono ormai impressi a fuoco nella storia della televisione e anche questa notte il buon Enrico ha aggiunto altre indelebili pagine di “perculaggio” professionistico.

Noi italiani siamo da sempre popolo strano e appare francamente ironico come, in anni in cui nessuno sembra più interessarsi alle vicende della cosa pubblica, un programma politico sia riuscito ad entrare con tale forza nel cuore del Paese. E chi possiamo ringraziare se non l’inossidabile carisma del Bruce Springsteen del giornalismo italiano? Sì perché forse, per ingoiare la pillola di una situazione politica dalla confusione quasi inquietante, le funamboliche frecciate del direttore nei confronti di inviati e regia, sono la medicina di cui abbiamo bisogno. Forse non esiste programma politico sul quale potremmo essere mai d’accordo ma, al tempo stesso, mi piace pensare che potremo riscoprire l’unità del paese tutti assieme, seduti sul divano, aspettando impazientemente l’inevitabile cazziatone a Celata.

And the Oscar goes to…” Chicco! (da immaginare rigorosamente con la voce di Sophia Loren)