La terra dell’abbastanza è la vera periferia. Perché quella da Baci Perugina ci ha rotto il cazzo

I fratelli D’Innocenzo firmano un esordio alla Dardenne: potente, rabbioso, rigoroso. Che, dopo il successo a Berlino, arriva nelle sale italiane domani.

C’è un neopasolinismo nel cinema italiano che non è affatto male. Storie di ragazzi di vita – lo diciamo, noi stiamo più dalla parte di Manuel che di Cuori Puri, per intenderci -, un neorealismo suburbano che ha come punti di riferimento Giovannesi e Caligari, ovvero chi preferisce un approccio più documentario e chi incastona un grande racconto di finzione, spesso di riscatto malato nel quadro avvilente di realtà marginali ed emarginate. I fratelli D’Innocenzo, Damiano e Fabio, hanno rovesciato il senso di questa nuova corrente cinematografica con un’opera rigorosa e ruvida, mai consolatoria o vanagloriosa, piena di cultura cinematografica e realtà, del dolore di una terra abbandonata fatta di sangue e merda. In cui non ci sono eroi che sparano o ragazzi col destino segnato, ma giovani uomini che scelgono la strada sbagliata.

Ci chiacchieri, con questi due fratelli, e senti nella cadenza e in molte espressioni la Roma vera e verace, nel vocabolario e nell’ispirazione due artisti che hanno studiato, cercando di raccontare ciò che vedono senza banalizzazioni. La terra dell’abbastanza – “un titolo che è uno stato d’animo, che vogliamo sia interpretato da ogni spettatore come preferisce e che ci venne una sera, a cena, insieme alla prima scena: lo trovammo evocativo e democratico” – è un racconto che va oltre il cinema. In cui i riscatti sono tanti, a partire da attori che hanno tanto talento quanto sono sottovalutati.

“È stato meraviglioso come loro abbiano caparbiamente voluto e ottenuto che fossi nel film – ci dice Milena Mancini, splendida nella parte della madre di uno dei protagonisti – nonostante i nomi forti che erano in competizione con me. Ogni scena è stata una possibilità in più di vivere un ruolo che mi corrispondeva, che mi consentiva di fare una ricerca e venendo dalla danza non potevo non curare fisicamente la pesantezza di Alessia, la sofferenza della sua vita: spesso mi mordevo l’interno della bocca per costruire in ogni dettaglio quella sofferenza. Ho preteso io di invecchiarmi per rendere credibile il ruolo”. Un lavoro eccellente, fatto di dettagli, di sottrazione, di sguardi e di parole feroci e vere. E di almeno due sequenze da urlo. È Alessia a mantenere la barra dritta mentre due ragazzi (Manolo e Mirko, Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti) che volevano una vita normale si ritrovano tra le mani la parodia di un romanzo criminale: hanno investito un boss latitante e come i ragazzi di Gomorra tentano il colpo grosso. Fomentati dal padre di uno di loro, miserabile che sogna una vita spericolata. Un sorprendente, perfetto Max Tortora. “È stato un regalo. L’esperienza, lo dico con umiltà, mi dice quando un ruolo è per me. Danilo sapevo di poterlo fare al meglio. Ho subito adorato questi due registi che non hanno filtri, nati già parlati come diceva Jacques Lacan, e che sono artisti puri. Ho sperato che mi prendessero, il provino me lo sono conquistato. Danilo è un inconsapevole, uno incapace di stare in un mondo difficile come questo, uno sempre fuori posto. Per questo finisci per amarlo e perdonarlo. Amo questo lavoro, soprattutto quando ti dà queste possibilità”. E dopo l’ottima partecipazione a Loro di Paolo Sorrentino, sogna un altro autore. “Gianni Amelio. Lo vedo spesso prendere il caffè di fronte a casa mia, ma non ho mai il coraggio di presentarmi. La tenerezza che c’è dentro di lui potrei farla viaggiare anche io se lui mi volesse dare questo privilegio. Glielo dico qui: “Maestro, si ricordi di me”. Per me è un genio”.

Ed è dal fatto che due interpreti affermati abbiano dovuto affrontare dei provini che impariamo a conoscere due autori 29enni con le idee chiare, la parlata sfacciata e talento e cervello da vendere. “Lavoriamo solo di provini – ci dice Damiano – è la cosa più igienica per registi e attori. Se decidi i cast a tavola e poi sul set scopri che non parli la stessa lingua è un disastro. Milena è minuziosa, capillare, ha capito il film, ha capito noi e noi abbiamo capito lei, ha fatto tutto ciò che serviva al racconto e che un’attrice bella come lei vorrebbe evitare: invecchiarsi, sciuparsi, imbruttirsi. Milena Mancini è semplicemente una grandissima attrice. Max Tortora, dobbiamo ammetterlo, è un’idea del produttore: noi non lo conoscevamo, non abbiamo la tv da 15 anni. Quando lo incontrammo alla Pepito – la casa di produzione che sta da un po’ di tempo inanellando lungometraggi interessanti e coraggiosi -, ci colpì già fisicamente, così alto ed elegante. Fece un provino molto interessante, scoprimmo un uomo colto, malinconico, acuto, capace di lavorare in maniera eccellente sul personaggio. Abbiamo attinto tanto alla clownerie nella preparazione del ruolo: era un ruolo che rischiava di diventare informativo, ma lui sa suonare tutti i tasti della recitazione. Abbiamo fatto tanto riferimento al cinema muto e a Billy Wilder. E poi c’è Zingaretti: è incredibilmente scaltro, intelligente e mi commuove ancora il ricordo della sua frase sul set: “Ragazzi dobbiamo far dimenticare chi sono, se non ci riusciamo perdiamo tutti”. Un momento di grande intelligenza e generosità”.

A parlarci dei protagonisti è Fabio. “Manolo, ovvero Andrea Carpenzano, lo trovammo subito. Il film di Bruni non era ancora uscito, ma capimmo subito quanto fosse bravo: eravamo felici, pensavamo di essere già molto avanti. Ci mettemmo invece tantissimo per trovare Mirko: dovevamo, volevamo che fossero l’uno l’opposto dell’altro, anche cromaticamente, non solo caratterialmente. Carpenzano con il suo Manolo gioca in sottrazione, Matteo Olivetti con Mirko va di istinto animalesco. Ricordo ancora il provino del secondo, era il primo che faceva in vita sua, ci siamo presi un bel rischio, una bella scommessa. Lui è purissimo, di quella purezza che si sposa con la merda, non quella degli stereotipi buonisti. Ha una fanciullezza, un’innocenza che non c’entra nulla con le cose giuste: qui c’è omofobia, razzismo, si gioca con il dolore. Senza filtri. Senza di loro il film sarebbe stato una cazzata, sono stati determinanti”.

Ed è lo stesso Matteo a raccontarci quanto sia stato bello e difficile. “Ci siamo preparati senza risparmiarci: ci chiudevamo ogni giorno in un camerino diverso a leggere le parti con gli altri. Ho accettato ogni cambiamento – capelli, barba, orecchini – tranne uno: le sopracciglia. Quelle folte da coatto non je l’ho fatta. È stato splendido e faticoso fare Mirko, emotivamente e fisicamente: mai dormito meglio che in quelle sei settimane di set. Devo ringraziare i registi ma anche Andrea Carpenzano e Michela De Rossi. Con lui sono diventato amico, tanto, anche fuori dal set e ci siamo trovati subito alla grande. Con lei ci siamo parlati, visti spesso per riuscire a trovare l’intimità necessaria ai nostri personaggi e al loro rapporto”.

“Un gruppo stupendo, ci siamo aiutati e spronati – ci racconta l’attrice – e non dimenticherò mai il clima unico che si sentiva sul set: ti dico una cosa sola, la sera, a mezzanotte, ogni santo giorno arrivava una mail di Fabio e Damiano che ci ringraziavano del lavoro svolto. Hanno tanto talento quanta umanità, oltre che una grande cultura cinematografica: per dipingere il mio ruolo in sole 4-5 pose è stato determinante il loro consiglio di vedere Fish Tank di Andrea Arnold. Dovevo portare l’amore dove non c’era, una bella sfida. Guidano con consapevolezza e forza tutto e tutti, ma sanno anche accogliere le tue proposte”. Ma niente improvvisazione. “L’improvvisazione è da stronzi, è solo un modo per deresponsabilizzarsi, per lasciare il peso di una scena all’attore – dicono i cineasti, quasi all’unisono -, è insopportabile questo finto mito dell’essere naturali. Volonté era naturale? No, era il più grande perché recitava e non lasciava nulla al caso. Era preciso, non approssimativo. Non improvvisava”.

Sanno bene ciò che vogliono i due, ma ancora meglio ciò che non sopportano. “La periferia – sottolinea Fabio – viene raccontata troppo spesso da chi viene da fuori, con la curiosità di chi non la conosce, con paternalismo. Tor Bella Monaca non è bucolica – non è né città né campagna – come molti credono e tanto meno il quartiere colorato che dicono alcuni intellettuali, al massimo è colorito. Un quartiere dormitorio, pieno di persone meravigliose ma in cui malessere e difficoltà rendono troppo frequenti le scelte sbagliate. Questa è una storia universale, nel senso che si poteva tranquillamente girare il film a Città del Messico. Ma certo non a Prati”.

“Trovo umiliante la clemenza ingiustificata verso le periferie – interviene Damiano -, ci siamo un po’ rotti il cazzo di un certo cinema fatto da chi non le conosce, del mito del buon selvaggio e del puro che spesso viene trattato con un romanticismo da Baci Perugina. Noi siamo di Tor Bella Monaca, la conosciamo bene. Volevamo raccontare ciò che conosciamo, con un genere, il crime, che non prevede spesso l’amicizia, non in questi termini almeno. C’è chi ci ha visto Abel Ferrara dentro, forse c’è questa ispirazione inconsciamente perché è un autore che ci ha formato. Volevamo giocare di controtempo, contrappunto, abbiamo usato dei larghi sproporzionati per le ambientazioni, poi ci siamo tenuti sui personaggi, sui ragazzi. Non volevamo neanche che fosse invadente, la periferia”.

E così senti Dardenne e Kechiche che si mischiano nelle inquadrature, a Ponte di Nona. Senti, nella grammatica cinematografica dei fratelli D’Innocenzo, gemelli diversi e complementari, un rigore mai punitivo. Umile, ma consapevole. Pieno di talento ma mai estetizzante. È il loro esordio, eppure sembra il film della maturità. Soprattutto nel linguaggio delle immagini e dei suoni. “Siamo sempre stati abituati a inquadrare qualcosa – riprende Damiano -, con la fotografia e con il disegno. Abbiamo voluto Paolo Carnera ma gli abbiamo chiesto di rivedere La vita sognata degli angeli di Zonca e di allontanarsi da Sollima, abbiamo usato le Zeiss, con quelle ottiche che ti davano una grana che perdeva il fuoco, diventando quasi miope. Non sopportiamo l’approssimazione formale di tanto cinema italiano, formalmente siamo molto rigorosi, anche da spettatori. Alla troupe abbiamo detto subito che noi volevamo scomparire come registi, muovere la macchina il meno possibile, non avevamo l’ansia di dimostrare come e quanto fossimo capaci. Per noi è fondamentale ciò che per altri sono ornamenti: gli oggetti, il cibo, i dettagli sono elementi di sceneggiatura. Persino una ciabatta qui diventa fondamentale”.

Sulle musiche è Fabio a dirci che no, neanche lì qualcosa è stato lasciato al caso. “Non volevamo delegare il lato emotivo delle sequenze alla musica. All’inizio e alla fine c’è il sax di questa band tedesca che fa noir jazz, i Bohren & der Club of Gore, che ebbero successo nei primi anni ’90, misconosciuta ma straordinaria, poi il lavoro pazzesco di Toni Bruna, musicista falegname triestino che fece un album, Formigole, e ci andò al Tenco. A lui abbiamo chiesto proprio un lavoro di sound design che leggesse l’interiorità dei personaggi, la loro confusione, non a caso lui a un certo punto arriva a creare ultrasuoni, o a momenti cacofonici, polverosi, legnosi, per seguirli fin dove non li possiamo capire con le immagini o le parole. Lavoravamo molto via mail con Toni: ricordo una in cui gli scrivemmo “suona il vuoto”. Lo facemmo per la scena in cui c’è una violenza carnale e il personaggio di Manolo scende agli inferi passando attraverso una serie di stanze sempre più spoglie. Una matrijoska di scatole vuote, lì doveva far sentire un’assenza. Ci è riuscito benissimo”. Nel loro futuro ammettono esserci “un western, girato in Italia con location e dialetti italiani. Un rischio enorme”, sorridono soddisfatti. E quando gli si chiede come si dividono i ruoli, si guardano e rispondono insieme. “Non ci dividiamo il lavoro, mai diviso nulla nella vita. Solo le donne. Forse”. Pure il guardaroba: Damiano più elegante, Fabio dedito a giacche fighe e improbabili. Eccoli, i fratelli Dardenne di Tor Bella Monaca.