Javier Bardem e la fatica di essere Pablo Escobar

L'attore racconta le difficoltà e il percorso per interpretare un uomo diventato un mostro, con l'aiuto della sua compagna Penelope Cruz, diventata per l'occasione amante del re dei narcos.

Ride. Di gusto. Essere Pablo Escobar ha provato Javier Bardem, si capisce da come racconta il modo in cui ha combattuto la battaglia, anche con(tro) se stesso, per entrare dentro quei vestiti larghi e scomodi. «Interpretare Escobar? Mi fu offerto 20 anni fa. Volevo capire come un essere umano potesse diventare un mostro, non volevo il mito né la caricatura di un cattivo. Due errori che si fanno spesso: abbiamo paura di raccontare il male, quello vero, perché potremmo trovarlo in noi». Il centro di tutto è lì, nella banalità dell’orco.

«Escobar non è solo un cattivo, un villain, è un uomo che ha portato una guerra violentissima nel suo Paese, ha costruito un muro d’orrore. Forse per questo avevo bisogno di due prospettive: una personale, quella della sua amante, Virginia Vallejo – che lo ha amato e tradito, l’ha conosciuto come nessun altro –, e una storica, di distacco rispetto ai fatti. Ecco perché ho aspettato 20 anni». Ha affrontato la sfida con la sua compagna di vita, Penelope Cruz. «Aveva paura di me, a volte. Ci sforzavamo di vivere sul set come Virginia e Pablo, per non portarceli a casa. Era un gioco divertente, trovare dettagli che ci rendessero credibili anche a macchina da presa spenta. Non potevamo, non dovevamo riconoscere nel nostro privato quella follia. Un attore che mette se stesso nel personaggio, e viceversa, secondo me sbaglia».


Si arrabbia se gli si dice che il suo film, Escobar – Il fascino del male, biopic passato a Venezia, così come le serie sul re dei narcos, creano un’iconografia eroica del crimine. «Le serie non le ho viste, per non farmi influenzare. Il mito nasce tra la gente, non sullo schermo. In un Paese in cui c’era una politica corrotta, lui ha sfruttato un vuoto di potere e di morale. Con i suoi soldi ha comprato tutto. Succede in molte parti del mondo e parlando di lui, parliamo di un sistema sbagliato. C’è ovunque, nel resto del Sud America, in Messico, persino in Spagna o in Italia. Siamo tutti coinvolti». E per ricordare che Escobar può nascere ovunque, e può essere chiunque, ha voluto approfondire, con il regista Fernando León de Aranoa, soprattutto il suo lato privato.

‘Escobar – Il fascino del male’. Dal 19 aprile nei cinema.


«Abbiamo cercato filmati domestici, persone vicino alla famiglia, giornalisti che lo avevano intervistato. Ho capito che dovevo indagare il suo universo affettivo, il padre, il marito, l’amante, l’amico: mi sono sorpreso a scoprirlo fragile, meschino. Uno che ha rovinato migliaia di famiglie tradiva la sua, pur preoccupandosene ossessivamente. Ha sempre inseguito il rispetto, veniva da una famiglia di campesiños: era l’imperatore di uno Stato, muoveva miliardi ma viveva quotidianamente un complesso d’inferiorità».

Alla fine lo ammette. Escobar lo ha quasi piegato. «È stato faticoso: un personaggio così ti rimane addosso, ti affatica dentro, per quello che ti costringe a mettere in scena, e fuori, dal trucco al peso». Poteva andare peggio, scherziamo: poteva interpretare Donald Trump. «Quello è un villain pericoloso e piuttosto stereotipato, una scimmia pazza con due pistole in mano. In un ufficio dove si decide tutto». Dio perdona, Javier no.

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