Jaafar Jackson su ‘Michael’ Parte 2: «Non mi è stato detto niente di concreto, ma sono più che pronto» | Rolling Stone Italia
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Jaafar Jackson su ‘Michael’ Parte 2: «Non mi è stato detto niente di concreto, ma sono più che pronto»

Il sequel ancora senza data, il terzo atto originale rimasto fuori dal montaggio, le controversie sullo zio: l'attore si racconta all'Awards Circuit Podcast di ‘Variety’. «Per conoscere Michael, si parte dalla musica»

Jaafar Jackson su ‘Michael’ Parte 2: «Non mi è stato detto niente di concreto, ma sono più che pronto»

Jaafar Jackson nei panni di Michael Jackson in 'Michael'

Foto: Lionsgate

«Non mi è stato detto niente di concreto, ma qualunque decisione venga presa, sono più che pronto a tornare e non vedo l’ora di vedere dove ci porterà». A parlare di Michael Parte 2 è Jaafar Jackson ai microfoni dell’Awards Circuit Podcast di Variety.

Adam Fogelson di Lionsgate ha dichiarato che la produzione potrebbe iniziare alla fine di quest’anno o all’inizio del prossimo, con un’uscita prevista per il 2027 o il 2028. «Non mi hanno ancora comunicato una data o qualcosa di solido. Per quanto riguarda la mia agenda, è libera», aggiunge il nipote del Re del Pop.

Intanto Michael è diventato il primo biopic a superare il miliardo di dollari nel mondo: «Ricordo che due anni prima ancora che iniziasse la produzione avevo scritto una lista di obiettivi da raggiungere, e uno era battere Bohemian Rhapsody e superare il miliardo», racconta Jaafar. «Quando ci siamo riusciti, mi sono commosso parecchio. Ne ero orgoglioso, perché so quanto ne sarebbe fiero Michael. Voleva battere molti record».

Sul terzo atto originale, che toccava temi delicati ed è rimasto fuori dal montaggio, commenta: «È stata una lavorazione enorme. Ho sentito molte storie di altri attori su quanto si giri per un progetto senza che finisca nel film definitivo […] Sapevo che non tutto quello che avremmo girato sarebbe entrato nella versione finale».

Quando gli si fa notare che attorno al film ci sono sentimenti contrastanti, su dove finisca e su dove debba andare la seconda parte, risponde così: «Scoprire chi era Michael è possibile attraverso la sua musica. È nei suoi testi. È nelle poesie che ha scritto, nei video, nei messaggi che ha diffuso, negli interventi che ha tenuto in dibattiti e università […] Sulla parte due non posso dire niente, perché non lo so. Non dipende da me. Il mio lavoro è arrivare preparato e dare la migliore interpretazione possibile. Ma per conoscere Michael, si parte dalla musica».

Il metodo per diventare Michael è partito dalla voce: un vocale mandato di punto in bianco al produttore Graham King, parlando come Michael. «Mi ha chiamato e ha detto: “Domani ti trovo un coach”». I movimenti, invece, sono costati fatica. Nella ricostruzione di Bad la parte più dura era salire sulle punte: «A ripeterlo di continuo ti fai male. Mi sono fatto male, molte volte». Risultato: «un rispetto completamente nuovo per i ballerini classici». La cosa più difficile? «Sentire quella vera libertà sul palco, in modo che non sembrasse provato o coreografato. È molto fluido, e questo è venuto dalla ripetizione, dal rifarlo e rifarlo in prova, così che il giorno in cui l’ho girato potessi essere completamente libero. Non pensavo alla mossa successiva. Ero presente nel momento».

Una delle questioni più delicate riguardava il giudizio del padre. Jermaine ha voluto vedere il film alla première di Berlino, in mezzo al pubblico. «Ero un po’ in ansia per lui, ma gli è piaciuto moltissimo […] Mi ha chiamato più tardi quella sera o il giorno dopo per dirmi quanto fosse incredibile vedere suo figlio interpretare suo fratello e non riuscire a notare la differenza in tanti momenti».

E del rapporto con lo zio Jaafar ricorda: «Aveva sempre distributori di caramelle o pile di caramelle nella sala cinematografica, e a quell’età avevo un problema di dipendenza dalle Starburst. Rosa e rosse». Il resto erano console nuove e nascondino, con Michael «il migliore» a farsi cercare in casa: «Era solo divertimento, libertà di muoversi dappertutto».