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Francesco Bruni: «Con questo film ho superato la malattia di mio padre»

Abbiamo intervistato il protagonista e il regista di 'Tutto quello che vuoi', storia di un rapporto d'amiciza particolare tra un giovane e un vecchio poeta

Tutto quello che vuoi, il nuovo film di Francesco Bruni (Scialla!, 2011; Noi 4, 2014) in sala dall’11 maggio, è la storia dell’incontro fra Alessandro – giovane vitellone romano senza arte né parte – e Giorgio – anziano poeta malato di Alzheimer che trascorre pacificamente i suoi ultimi giorni. Ma non aspettatevi il solito racconto di formazione infarcito di cliché: la relazione raccontata nel film non è quella di un maestro e del suo allievo, di un mentore e del suo discepolo. È piuttosto la storia, toccante e divertente allo stesso tempo, di un rapporto di amicizia in cui nessuno dei due pretende nulla dall’altro, se non di essere ascoltato, e forse visto davvero per la prima volta.
In occasione dell’uscita del film abbiamo incontrato Francesco Bruni e Andrea Carpenzano, l’interprete del giovane protagonista, e abbiamo fatto con loro una lunga chiacchierata.

Francesco, com’è stato scrivere e dirigere un film che prende le mosse da una vicenda che ti tocca da vicino, la malattia di tuo padre, affetto da Alzheimer?
Per certi versi è stato liberatorio. Man mano che procedevo nella scrittura e nella realizzazione del film la vera vicenda si faceva molto drammatica, quindi per me era in qualche modo un alleggerimento della pena che stavamo provando in quei giorni, e che si è conclusa da poco tempo. È stato una maniera, per me, per ricordare mio padre in quei momenti in cui ancora si poteva ridere insieme a lui. È stato delicato, ma liberatorio.

Tutto quello che vuoi è un film che parla della memoria. Vediamo oggetti, e scritti, che custodiscono i ricordi di Giorgio, che rimarrebbero però del tutto inerti se non ci fosse un ragazzo, Alessandro, che a un certo punto decide di decifrarli. È un film che parla della trasmissione del ricordo e del dialogo fra generazioni diverse, un tema che ricorre nella tua filmografia.
Devo dire che è curioso, in effetti c’è come una coazione a ripetere da parte mia. L’unica spiegazione che ti so dare è che il teatro familiare, o comunque le relazioni parentali, sono una fonte inesauribile dal punto di vista drammaturgico, ti danno infinite possibilità.

Sono cose che conosco molto bene, come tutti noi del resto, è un terreno comune, attraverso cui penso di poter coinvolgere il pubblico: chiunque abbia una famiglia o delle relazioni complesse, al di là dell’immagine che se ne vuole dare all’esterno. Forse è questo il motivo per cui mi piace raccontare questo tipo di storie. Per quanto riguarda la memoria, invece, è interessante quello che dici: in questo film l’apprendimento, anche della storia e della letteratura, passa attraverso la motivazione, che è quella che manca a scuola fondamentalmente: una spinta molto forte, altruistica nel caso del protagonista, opportunistica nel caso degli altri ragazzi, che sono capaci di andare a spulciare i libri quando è il caso!

Nel tuo film, però, è assente la retorica della necessità pedagogica
Non avrei mai sopportato di fare il film con l’anziano che insegna al ragazzo come vivere. Il bello del film è che lo fa inconsapevolmente, col suo modo di essere, che conquista. I film didattici, pedagogici in generale non mi piacciono.

E tu Andrea ti sei ritrovato in questo personaggio, e in queste dinamiche?
No, devo dire che non avevo mai pensato a questo tipo di rapporti, non mi è mai capitato nella vita di avere questo tipo di relazioni.

E rispetto alla motivazione, e alla capacità dei sistemi educativi tradizionali di incoraggiare l’apprendimento, la pensi come Francesco?
Io non ho avuto una carriera scolastica molto felice, ma non ho mai dato colpa alla scuola e penso che cercare responsabili sia inutile. Diciamo che ormai si è entrati in un meccanismo per cui la scuola è soprattutto competenze, informazioni e basta. Ed è un peccato, perché dovrebbe essere invece quel posto in cui inizi per la prima volta a fare degli incontri importanti, ad avvicinarti alle cose, e invece spesso si insegnano solo nozioni.

Francesco, nel tuo film la differenza tra memorizzare e ricordare è fondamentale. Il ricordo è qualcosa di molto più intimo, che ci riguarda da vicino
Il discorso della memoria è importante, ma per me la questione centrale nel film è quella della fiducia e dell’accettazione. Non c’è contrasto fra i due protagonisti, c’è un’accettazione reciproca, dovuta al fatto che l’anziano poeta vuole bene ad Alessandro, vede in lui qualcosa di bello. E anche il ragazzo, guardandosi con gli occhi di chi lo vede bello, per la prima volta inizia a vedersi nello stesso modo. Quando ai ragazzi dai credito, partono a scheggia! Anche Andrea (Carpenzano, ndr) è stato una scoperta in questo senso, e anche se lui minimizzerà tutto quello che dico, è stato bravissimo. Riguardo il contrasto fra i personaggi, qualcuno mi aveva fatto notare in sede di sceneggiatura che mancava il conflitto. Avrei potuto inserire delle scene in cui si vedeva ostilità, però secondo me è evidente che in realtà fra i due c’è un “colpo di fulmine”. La storia è in quello che loro due possono fare insieme, tanto che Alessandro a un certo punto si allontana dagli amici pur di essere solidale con Giorgio, rompe col suo gruppo abituale e si lancia verso questa avventura.

Con il padre, invece, Alessandro ha un rapporto difficile. Anche in questo caso sei riuscito a evitare i cliché di tanto cinema italiano, con gli adulti o immaturi o incapaci di vedere i figli
Fra Alessandro e suo padre si capisce che c’è una situazione che si è incattivita col tempo, per incapacità di parlare, ma che c’è un affetto profondo del padre nei suoi confronti, che non riesce a trasmettergli, e quindi si è creato un cortocircuito…

Francesco Bruni, Emanuele Propizio, Arturo Bruni, Andrea Carpenzano, Riccardo Vitiello, Carolina Pavone, Giuliano Montaldo durante le riprese del film a Roma. Foto di Camilla Morandi – Corbis/Corbis via Getty Images

A proposito di passaggi di testimone, di generazioni diverse, come mai hai scelto il regista Giuliano Montaldo per il ruolo di Giorgio?
Per me era una scelta obbligata. Volevo fare una commedia, e non sono molti gli attori di quella generazione così spiritosi, così eleganti, così leggeri come lui. Lo conoscevo da tanto tempo, è coetaneo di mio padre, e quindi il pensiero è andato subito a lui. Infatti sono andato da lui quando dovevo ancora scrivere il film, lo avrei scritto solo se avesse accettato. Lui ha detto di sì e ha portato al personaggio di più di quello che speravo. Nel film ne ho fatto un poeta perché volevo che fosse portatore di una visione del mondo, la capacità di percepirne la bellezza in maniera immediata. Ha quell’ingenuità e quella purezza che hanno i poeti. E poi mi piaceva che fosse un uomo un po’ dimenticato, abbandonato, e purtroppo i poeti in questo paese si sa, muoiono poveri. Sul set poi Montaldo è stato disciplinatissimo, anche se è un regista non ha interferito con mio lavoro.

(Interviene Andrea Carpenzano): Si lamentava solo del digitale… diceva che quando c’era la pellicola bastava fare due ciak, perché era buona la prima, sennò pagavi!

Andrea, com’è stato lavorare con due registi, uno dietro la camera e l’altro come coprotagonista? E cosa ti porti dietro di questa esperienza?
Per me è stata un’esperienza davvero bella. Sono due persone fantastiche, Francesco è bravissimo a descrivere delle situazioni reali, e Giuliano è… sono delle brave persone, è quello che mi ha colpito. Io non avevo mai pensato di fare l’attore, sono stato catapultato in questo mondo e non conoscevo nessuno, per cui la cosa che più mi è rimasta, anche se può sembrare banale, è che sono due bravissime persone.

Attore per caso. Quindi, come ti sei ritrovato su un set?
Francesco ha organizzato uno street casting a Trastevere. Una mia amica mi ha proposto di andare, mi ha costretto quasi, e mi sono ritrovato lì, ho conosciuto Francesco, abbiamo chiacchierato e poi mi ha richiamato.

(Interviene Francesco Bruni): Lui aveva conquistato un ruolo secondario, quello che poi ha fatto mio figlio (Arturo Bruni, membro del collettivo trap Dark Polo Gang, ndr), era talmente bravo che mi è venuta voglia di provarlo come protagonista e poi lo è diventato.

Ecco, nel film c’è anche tuo figlio… pensi che questa tua capacità di raccontare i ragazzi in modo non retorico, e soprattutto di metterti alla loro altezza, senza giudicarli, dipenda anche dal tuo rapporto con lui?
Sì, è stato determinante, sia per Scialla! che in seguito, grazie a lui ho un punto di osservazione privilegiato, diretto. Con lui c’è un rapporto molto forte, a volte anche conflittuale. Ho molta attenzione, e anche molta ammirazione per lui perché ha fatto un suo percorso… mi ha dato molte preoccupazioni, perché a scuola andava malissimo e non ha voluto continuare gli studi, però poi ha trovato la sua strada, totalmente indipendente da me. Lui ha qualcosa che io ammiro, ha una forza vitale, che anch’io avevo a vent’anni, che me lo fa guardare con ammirazione. Io alla sua età sognavo di fare il cinema e il teatro, e in una città di provincia come Livorno quelli come me erano quelli strani.

Il contrario dei giovani protagonisti del tuo film
Esatto, loro invece sono dei vitelloni. Nel film c’è la Trastevere del binge drinking, del far niente, e poi c’è quella impegnata, dei ragazzi che cercano di salvare un cinema. L’esperienza del Cinema America, che è citata nel film, tra l’altro io la conosco molto bene. Mi ha colpito molto: sono dei ragazzi che hanno occupato un cinema per avere un luogo dove ritrovarsi, e inizialmente non c’entrava la passione per i film. Avevano invece un vero amore per quel luogo, dal punto di vista architettonico, urbanistico, che gliel’ha fatto difendere con le unghie e con i denti, tant’è che quando sono stati espulsi hanno continuato a organizzare proiezioni in forma clandestina, piratesca. Questa esperienza che era irregolare, illegale, si è normalizzata perché hanno avuto l’intelligenza di entrare in rapporto con le istituzioni, e adesso gestiranno la sala Troisi a Roma. I ragazzi del Cinema America vogliono fare una sala che diventi un luogo identitario per i ragazzi, e il loro progetto è una delle poche speranze che abbiamo per quanto riguarda il futuro delle sale cittadine, e il rapporto dei giovani col cinema.

La Roma che racconti tu non è quella della “grande bellezza”, dei monumenti, ma nemmeno quella del degrado che si vede in film come Lo chiamavano Jeeg Robot o Suburra. È Trastevere, quasi una città nella città…
Abito a Trastevere da quattro anni, e la scalinata che si vede nel film è un punto di collegamento fra la Trastevere più animata, traffichina, piena di turisti ubriachi, e il Gianicolo, i bei palazzi, le belle ville, via Dandolo. Mi ha incuriosito questa coesistenza, questa vicinanza di due mondi, e ho voluto raccontarla con questo collegamento (la scalinata, ndr), che è anche simbolicamente un’ascesa che il giovane protagonista fa ogni volta.

Un’ultima domanda sulle scelte musicali di questo film, che anche rispetto a Scialla! “suona” un po’ più old fashion…
Sono stato tentato di riutilizzare l’hip hop, le musiche della Dark Polo Gang, ma poi ho pensato che i ragazzi del film non ascoltano l’hip hop.Anzi, non ascoltano proprio musica, ma se l’ascoltassero sarebbe quello che passa in radio, non c’è la componente di ribellione in questo film. Perciò ho chiamato Carlo Virzì, che è un bravissimo compositore, che ha fatto due tipi di temi, uno un po’ più “rock” e uno invece un po’ più lirico. E poi il canto partigiano che si sente a un certo punto nel film è un regalo di Giuliano, e diventa il simbolo, di nuovo, di un passaggio di testimone.

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