Eugenio Franceschini: «’Sconnessi’ è meglio»

«Mi infastidisce la gente che utilizza il cellulare in pubblico: in mezzo alle persone è importante essere concentrati su chi si ha di fronte». L'attore veneto è tra i protagonisti del nuovo film di Christian Marazziti, che racconta il week end in montagna e senza connessione di una famiglia allargata.

«Ho un telefono scrauso che non ha connessione: persisto con questo modo di vivere, perché ormai è un modo di vivere». Per Eugenio Franceschini Sconnessi è meglio. «Non ce l’ho con quelli che la pensano in maniera diversa, è una cosa mia. Mi infastidisce la gente che utilizza il cellulare in pubblico: in mezzo alle persone è importante essere concentrati su chi si ha di fronte. Poi a casa, la sera, anche io utilizzo Internet, è un mezzo molto utile per informarsi».

Nel suo nuovo film, per la regia di Christian Marazziti, Eugenio è Claudio, giocatore di poker online. Quando il padre scrittore, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, porta la famiglia allargata in montagna per un week end, la rete salta, con conseguente e inevitabile caos: «L’ ansia da sconnessione di questo personaggio per me è un po’ lontana, ma mi sento vicino a lui, perché da tutto il casino viene fuori la sua vera indole, buona e pura, anche nel rapporto con il papà».

Franceschini è uno dei più talentuosi attori emergenti italiani e sa che per il suo lavoro i social contano: «Adesso, piano piano, il mio agente e la mia ragazza mi hanno aperto un profilo Instagram. Stanno cercando di avvicinarmi a questo mondo, però le foto che metto sono sempre fatte da qualcuno. Io continuo ad andare in giro con il mio cellularino». Insomma Eugenio, classe 1991, potrebbe tranquillamente vivere senza la tecnologia, ma non senza un bicchiere di buon vino: «Sono veneto, mi piace bere bene: la grappa buona, la Capovilla è la mia preferita, una bottiglia di Valpolicella, di Ripasso, nelle giornate di festa, anche un Amarone. Per me è il massimo».

Ha l’aria da tenebroso, è timido ma quando parla di sé ha una certa sicurezza: «Non sono molto aperto come persona, ma questo credo che sia un retaggio culturale della mia terra. Poi ho un’indole molto tranquilla nella quotidianità, non sono uno che si infervora facilmente. Mi fanno arrabbiare i macro problemi, non le cazzate». Tra le sue passioni ci sono la palla ovale, «Amo molto il rugby, ci ho giocato da adolescente», e la musica: «Mi dicono che sono un po’ vecchio dentro, perché fin dalle superiori ho sempre ascoltato Guccini, che ha segnato la mia crescita come uomo insieme a De André. Poi ovviamente andrò a Firenze sentire i Foo Fighters, li adoro, ci sono un sacco di gruppi che mi piacciono da morire». La canzone della tua vita? «C’è stato un periodo in cui, durante una tournée di più di 100 repliche, prima di salire sul palco ascoltavo ogni sera La Locomotiva di Guccini: è una canzone che mi dà una grande forza».

A 17 anni si è fatto un tattoo con scritto “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”: «Se parliamo di Shakespeare, La Tempesta è la mia pièce preferita e Prospero è il mio personaggio. È successo dopo una serata molto particolare allo Sziget (ride): finito il concerto dei Metallica ha iniziato a diluviare, il Danubio è venuto su, si è allagata per metà l’isola di Obuda e hanno spento i gruppi elettrogeni. Hanno iniziato a suonare le percussioni, abbiamo ballato sotto la pioggia. La mattina successiva, tornando alla tenda, mi sono fatto il tatuaggio: non è stato realizzato nel migliore dei modi ma va bene così, è bella la storia che c’è dietro e il fatto che sia venuto anche un po’ male ne aumenta il significato».

Eugenio è figlio d’arte e ha il teatro nel sangue: «I miei genitori erano burattinai, commedianti dell’arte. Sono cresciuto seguendoli tra Verona e l’estero, la Spagna soprattutto, dove ho anche frequentato la terza o quarta elementare. Sono un po’ zingaro, ho girato tanto ed è stata una parte fondamentale della mia formazione».

Al cinema ci è arrivato grazie al padre: «Dopo le superiori gli ho detto che volevo diventare un attore e lui me l’ha sconsigliato. Per me fare questo lavoro voleva dire andare in tournèe con la sua compagnia, e lui saggiamente mi ha detto: “Va bene, fai l’attore, però vai a Roma e provi ad entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia”. Quando Eugenio ha saputo di avercela fatta era con il papà a Bilbao: “Lui è impazzito, sono stati dei momenti di una bellezza incredibile: in albergo ho scorso la lista nome per nome e quando ho visto Franceschini… mi vengono ancora i brividi se ci penso».

Da lì non si ferma più, «ci ho messo una foga nel raggiungere i miei obiettivi, un’energia che molto spesso era anche esagerata»: cinema con, tra gli altri, Bianca come il latte, rossa come il sangue, Una famiglia perfetta, Sapore di te, Fango e Gloria, Io che amo solo te e il sequel La cena di Natale ma anche tv con serie come I Medici e, ovviamente, teatro: «Quando fai troppo di uno, ti manca l’altro, è sempre una questione di equilibrio. Il cinema sta un po’ nel mezzo perché ha una componente artistica ma anche industriale. È bello poter lavorare su tutto: vorrei cercare di essere completo. Adesso sento la mancanza del teatro perché è un po’ che non lo faccio, dovevo fare una tournée l’estate scorsa ma poi è arrivata la chiamata per Vita Spericolata».

Prossimamente infatti lo vedremo nel nuovo film di Marco Ponti, con Matilda De Angelis e Lorenzo Richelmy: «Con Lorenzo siamo molto amici, abbiamo vissuto due anni insieme durante la scuola. Con i compagni del Centro ci vogliamo molto bene. Piano piano tutti stanno emergendo: se lo fa uno vuol dire che è bravo, ma se un gruppo emerge, singifica che c’è stato un lavoro collettivo, che ci siamo dati qualcosa». Vita spericolata è sicuramente il film a cui tiene di più da quando ho iniziato a fare questo mestiere: «Per gli altri attori che hanno lavorato con me, per la storia, per il regista a cui sono affezionato, è stata un esperienza veramente fortissima».

Quando si parla di sogni professionali però, quello di Eugenio è legato al teatro: «Mentre gli Inglesi celebrano ed esportano Shakesperare, noi ci siamo dimenticati della Commedia dell’Arte, il fulcro da cui tutta la drammaturgia è nata. Arlecchino è un personaggio potentissimo, che si muove in base a istinti come la fame e prende per il culo un mondo di aristocratici, mosso solo da questo istinto di procurarsi il cibo. Li fa morire dal ridere e poi li incula, lo picchiano e lui persevera con il sorriso. Mi piacerebbe scrivere un soggetto che parli di questo mondo in chiave moderna, perché lo sento mio e il fatto che ce lo siamo lasciati alle spalle mi rende tristissimo».