Enrico Ghezzi: «Alla Lega farei vedere Dr. Strangelove»

Abbiamo parlato con l’ideatore di 'Fuori Orario' e 'Blob' delle prossime elezioni, della musica e del cinema dei droni, “né dio né pa-droni”.

Una delle scene preferite (“insieme ad altre 7777”) di Ghezzi è quella di Una vita difficile dove Alberto Sordi, ex partigiano e giornalista incorruttibile, inveisce e sputa, ubriaco perso, contro ogni macchina borghese che si allontana dal club dove la sua donna l’ha mollato. Come ogni mente geniale, la percentuale comica della simpatia è elevatissima così come quella dell’imprevedibilità. Qualche anno fa Ghezzi è stato dj e vj per alcune serate al Cocoricò, e quando ieri gli abbiamo fatto ascoltare M¥SS KETA gli è piaciuta (sia Xananas che Una vita in capslock). Il suo studio, nella sua casa di Prati a Roma, è più ordinato del suo ufficio in Rai dove il perimetro percorribile è delineato da pile di libri, dischi, fogli sparsi di appunti e un cartello con scritto “mi vergogno”. Mi siedo vicino alla sua scrivania di casa, ci sono dei libri sopra e un laptop da cui esce un pezzo di Moby.

Non sapevo ti piacesse Moby.
Da sempre, mi piace molto il suo misto di blues e sadness uniti a questa elettronica semplice. Prima stavo ascoltando Mere anarchy, un pezzo bello duro (che anticipa il disco Everything was beautiful and nothing hurt, ndr.).

Sei anarchico?
Non mi piace definirmi, per me hanno ragione gli altri e non smentisco mai nulla, però se ci penso sì, mi sono sempre comportato da anarchico (autonomo).

E com’è convivere con questa società avendo un’indole anarchica?
Da una parte è troppo facile una situazione così, dall’altra è impossibile. Però siamo più vicini all’utopia, inutilmente perché le chance le abbiamo già avute, i disastri anche e adesso c’è un’aria di attesa che porterà alla concordia universale o a una situazione fatta di molte diverse situazioni. E’ già così solo che non è bello, non c’è amore. L’unica cosa che sembra essere in pista è un’insofferenza mortale, lo senti a fior di pelle, non solo nelle città, senti come il bisogno di vomitare. L’esperienza da fare prima di credere chissà cosa è quella di vedere che la promozione prima è il Nulla, cioè quello che resta. Per esempio Bob Dylan è uno che lascia posto al Nulla, che non fa finta che sia tutto pieno. Se riesci a sperimentare il Nulla che stai facendo ti avvicini moltissimo alla situazione, a quello che è già accaduto perché non ci sono più situazioni se non in ripetizione. Non ci rendiamo conto di quello che facciamo perché non ci siamo mai resi conto di quello che è stato, perché se per esempio continuiamo a dire che il cinema, la tv, il video e la rete sono immagini mai viste ci si ferma, non alla superficialità ma, all’ovvietà.

Tra poco ci saranno le elezioni. Che film consiglieresti alla Lega?
Gli farei vedere, come ha fatto Oliver Stone con Putin e i suoi, Dr. Strangelove, almeno la scena finale. Gli direi semmai di informarsi sul metodo che John Cromwell e i suoi luogotenenti usavano prima delle battaglie. L’analisi dei propri sogni era un momento essenziale per le decisioni politiche o di scontro bellico. Non so se voterò a marzo però un voto resistenziale si potrebbe dare. Ho spesso nullificato, la prima volta che ho votato era con la generazione della mortadella nella scheda, delle poesie di Velimir Chlebnikov e di un addio a Mara Cagol. Non c’è una forza politica che mi appassioni e guardo con rassegnata ammirazione alla sopravvivenza di paesi che non sono marcati da maggioranze esplicite, di fatto non governati, che vanno avanti benissimo, come il Belgio.

Hai visto il Festival di Sanremo?
La cosa interessante è che per la prima volta la scenografia è stata parte attiva del decor e quindi molto compatta nell’impianto visivo. Nello stesso tempo, il resto è simulacro post-vivente, può raggiungere tutti grazie a un lavoro di autoincensamento a volte troppo sbracato (questo ridurre tutto a Sanremo). E’ un festival auto-contaminato al limite dell’autoimmune. Un festival autoimmune è un festival senza alternative, ma è comunque stato meno sbrodolato di tante altre stagioni.

Che musica ascolti oggi?
Quella che ascoltavo trent’anni fa, ma questa è la grandezza unica della musica che dà l’illusione di essere vuota e quindi di poterla occupare come lei occupa te. Mi piace anche Kendrick Lamar, ma non alla follia. La musica è diventata molto democratica ma è anche triste che sia così aperta a tutto, che poi non è aperta la musica è aperto il mondo per prendersi qualunque colonna sonora. La cosa che più mi stupisce, ma ormai ne sono sicuro, è che qualsiasi musica si aggrappa alle immagini, anche con una sola nota, e funziona.

Cosa pensi dei grandi concorsi cinematografici come gli Oscar, gli Emmy, il David?
Non c’è molto da pensare, si spiegano da soli, dai. In generale mi diverto di più a consultare le playlist di due o tre riviste nazionali e internazionali, le trovo più utili.

E di tutti questi documovie?
Prima il documentario serviva per casi estremi, per cose che non si vedevano di solito, per delle tesi non banali. Adesso il cosiddetto documentario è un modo di dire che mi ispira omicidi, sono tutti film che oggi sono belli, vengono premiati ai festival anche le mediocrità alla Michael Moore. E’ diventato un genere mentre il documentario era più del cinema prima, era il suo massimo, e ora è una scelta spettacolare solo su un certo tipo di documento.

Come sarà il cinema tra cinquanta anni?
Se avrà la forza di cambiare diventerà altro, non cinema, perché una cosa che si gira sul set in qualche modo ti dà ancora una bella illusione di realtà. Ma la realtà è già stanca, usurata, non se ne può più. Il massimo per il cinema sarebbe sparire, nel senso delle imitazioni dei sensi da una parte e, dall’altra, la perfezione di rappresentare la perfezione. Per ora costerebbe troppo fare una cosa all dimensions ma credo che la tendenza, se vuole cambiare, sia questa. Non so però che interesse possa avere, forse criminale o di sfida all’ordine vigente, di cercare di andare avanti senza nessun controllo nella mutazione o nell’installarsi dei cloni – secondo me ce ne sono già parecchi in giro. Cloni o clown, è un gioco che uso spesso, così come droni, né dio né padroni (ride, ndr). Per me la cosa più bella del cinema recente (a parte Lav Diaz e Lynch) sono i droni. E’ stucchevolissimo, vedi una cosa che hai sempre visto immaginandotela, e nel momento in cui la ami, la riconosci o anche la detesti, sei già prigioniero nella rete dei droni che sono cloni dello sguardo di vari uccelli. La grandezza del cinema oggi è di non essere sopravvissuto all’avvento del sonoro, si è rintanato nelle serie che sono comunque interessanti per il fatto di durare nello spazio, di poter avere il reale invecchiamento. Ma è difficile saziare le serie più che saziarsene, c’è troppa realtà. Poi c’è quello che Steven Soderbergh ha fatto con due o tre serie che valgono come tutto il suo cinema, come The Knick.