Ecco chi cazzo è Nicola Nocella

È il quinto candidato ai David di Donatello di questa sera, quello che nessuno dei vostri amici conosce. Ma dovrebbe.
Nicola Nocella, via Twitter

Nicola Nocella, via Twitter

Nicola Nocella è un fenomeno. Ha talento, umanità, umorismo, passione, follia: tutto in eccesso. Come quel John Belushi a cui ha rubato la faccia (e che portò a teatro con Omar Pedrini in Sangue Impazzito). Con Il figlio più piccolo di Pupi Avati se ne accorsero tutti, ma senza santi in Paradiso e con un carattere piuttosto fumantino, due cose che nel cinema italiano non si accoppiano bene, le porte del successo non si sono aperte. Non del tutto. Lui si è rimboccato le maniche, si è arrabbiato (tanto), si è fatto conoscere per gli status su Facebook quasi quanto per il suo lavoro. Fino a quando lo abbiamo incontrato nel centro di Roma, su Via Nazionale, tra la Nike di Via Torino – “mica scherzavo, io le scarpe da ginnastica coatte sotto lo smoking le metto davvero” – e IBS – Libraccio, perché il ragazzo è così: corpo e anima, un colosso dal cuore puro. Uno che ha fatto tre spot elettorali per entrare in cinquina che parodiando grandi cult del cinema avevano come claim “invece di votare uno bravo, votate Nocella”. Lui ai David di Donatello, è il caso di dirlo, ci va perché vuole mettere le scarpe sul tavolo. “Per prenderci meno sul serio, e perché sono un po’ punk”.

In un tweet: chi cazzo è Nicola Nocella.
Ciccione, pugliese, juventino. Pieno di contraddizioni, incapace di gestirsi, sincero fino in fondo, molto cazzone.

Carriera partita col botto, con Pupi Avati. Poi?
Tante cazzate, tanti errori, tanti momenti in cui, dicendola alla romana, me la sono sentita calda sbagliando e in cui sono uscito dal mio centro. Ma da tre anni, come dice il poeta Luciano Ligabue, ho messo in circolo il mio amore e l’ho recuperato. Il centro, e forse pure l’amore. Ho smesso di litigare con le persone: anzi, quando ho iniziato a farci pace sono cominciate ad andare bene le cose. Ho litigato con Paolo Ruffini, perché sono stato uno stronzo io, perché – ed è inutile che fai quegli occhi, non ti dirò cosa gli ho detto – gli ho risposto male io. Quando lui mi ha perdonato, è partito Easy – Un viaggio facile facile. E sai la maggior parte delle volte perché litighi con le persone? Perché sei un fesso, sei frustrato, perché vuoi dire a tutti “lo vedi che ce l’ho fatta?”. Ma prima o poi caschi, perché la rabbia non è un carburante, è sbagliata. È come scambiare per amore la fatica tripla che ci metti tu, Nicola, Boris, a conquistare una donna.

Insomma, l’uomo che ha la pic di Belushi, che su Twitter ha l’account @belushivive, mi sta parlando di karma?
Sì. Ma solo da quando ha 34 anni. A Bologna, al Biografilm Festival, incontrai la moglie Judy Belushi: mi guardò, le prese un colpo per quanto gli somigliavo e su una moleskine mi scrisse l’ultimo biglietto che lasciò a John e che lui non vide mai. “Leggilo per lui mi disse”. Quando ho compiuto 34 anni le scrissi: “Hai visto, ho fatto l’unica cosa che potevo far meglio di John. Arrivare a 34 anni”. Lei mi rispose “si vede che hai fatto meglio la spesa nei negozi di liquori”. Io ero convinto di morirci, a 33 anni, ero Belushi dentro, pensa l’ego che avevo. In fondo ero già morto a 33 anni nelle mie precedenti reincarnazioni. Non fumo e non mi drogo, quindi ho dovuto provarci con cibo e alcol a distruggermi come lui: e per far ubriacare me, che ho sempre tenuto il mio peso forma di 120 chili, ci vogliono i caschi blu.

Insomma Belushi non è più il tuo idolo?
Il punto è che Belushi è morto, che io non sono lui: non ho quel carisma, quel talento, non vivo nei suoi anni e neanche nel suo Paese. Ho capito che di tutta quella cazzonaggine dovevo tenermene solo una parte, solo quella che potevo sopportare.

La tua carriera si divide tra “chi cazzo è Nicola Nocella” e, dopo che hanno conosciuto il tuo lavoro, “cazzo, Nicola Nocella”.
Bisogna sempre capire la differenza tra popolarità e fama, e quale volere delle due. Ho vinto tanti premi, nell’ambiente mi conoscono tutti. Quando mi è arrivata la candidatura ai David mi sono arrivati screenshot dei loro voti da persone insospettabili, anche da mostri sacri che non immaginavo neanche sapessero il mio nome. E io questo voglio. Quando l’ho capito, mi sono anche reso conto che dovevo cambiare, accettare i consigli. Almeno di quelli che se lo meritano. Ho capito che non dovevo fare tutto da solo. Ho fatto tanti sbagli, la fossa del mio senno di poi è pienissima. Spesso ci si giustifica con la frase “sono stato mal consigliato”. Eh no, io ero consigliato benissimo, ma non ascoltavo. Il mio agente, Massimiliano Vitullo, preferisce guadagnare meno se una rinuncia a me fa stare meglio. E io uno così a volte l’ho pure contraddetto, capito?

Sei della generazione dimenticata, quelli nati tra anni ’70 e ’80. Ma non ne hai il tipico vittimismo.
Sì, siamo la generazione del “è un raccomandato”, che dà la colpa agli altri, che non si prende una responsabilità, che se deve tirare un rigore chiede a un altro come e dove tirarlo, per deresponsabilizzarsi. E diciamocelo, non sappiamo neanche tirarlo bene. Perché ci siamo abituati a quella mediocrità in cui ci hanno buttato e costretto. Soprattutto noi maschi: le donne si sono liberate dalla colpevolizzazione, dal darsi addosso, sono più coraggiose. Guarda la nostra cinquina ai David: un 75enne, due a cavallo dei 50 e poi Borghi ed io, sotto i 40. E Alessandro è un altro che s’è fatto un culo così, guarda un po’. Chi ha studiato, si è fatto le notti a lavorare, ce l’ha fatta: prendi Maccio Capatonda ed Herbert Ballerina. Io li ho visti girare, montare, scrivere fino alle 6 di mattina. E quando non lo facevano è perché a quell’ora si svegliavano. Facciamo, non piangiamoci addosso. Il fatto che per noi è tutto più difficile, che hanno cercato di soffocarci, non vuol dire che le cose non possiamo farle. Ci condanniamo all’impotenza perché è molto più facile piangersi addosso.

Sarebbe diverso Nicola Nocella se fosse Nic e vivesse negli Stati Uniti?
In America se sei sotto qualcuno, lavori per migliorarti e superarlo. In Italia usi la stessa energia per tirar giù chi ti è sopra, parlandone male. Lì godi se tu vai in Paradiso, qui se gli altri cadono nel tuo inferno. La differenza è tutta là. Mi è già successo e sta succedendo anche ora. Ma adesso, rispetto agli inizi, sono preparato, non cado più dopo gli sgambetti. Successo è un participio passato: far succedere le cose. Ma non lo facciamo mai.

Tu per far succedere le cose le hai provate tutte.
È un peccato l’entusiasmo? È il carburante migliore che abbiamo, anzi è l’unico. Perché il mondo prova a spegnercelo ogni giorno. Mi devo vergognare perché son partito 20 anni fa dal paesino con il sogno di vincere il David di Donatello? Quelli che volevano diventare Platini e mi sceglievano per ultimo a pallone e mi segnavano in faccia ora sono in un ufficio e il loro sogno non hanno neanche provato a viverlo. E che quest’anno non ci riuscirò a vincerlo lo so, ma ci proverò ogni anno. E ci riuscirò. Ma intanto mi godo una serata in cui Piera Detassis consegna una nuova centralità al premio più importante d’Italia: vengono Steven Spielberg, Diane Keaton e conduce Carlo Conti. Il meglio del cinema e quel nazionalpopolare che fa numeri da Nazionale di calcio e che fa conoscere un po’ di più a tutti questo nostro cinema. Magari facciamo meno gli snob, sporchiamoci le mani. A me sta sulle palle l’élite che si allontana dal popolo, quest’arte è popolare. È un diritto essere felici, entusiasti: se Gary Oldman da giorni si fa selfie con l’Oscar ovunque, dal cesso al bowling, io non posso andarci con le scarpe da ginnastica dorate o argentate, sostenere la mia candidatura con degli spot parodia autoironici, facendo post sui social quotidianamente da un mese? Io sono cresciuto con Holly e Benji e Dragonball, con Julian Ross che rimaneva in campo con la squadra pure se era malato di cuore, con lo Zenkai Power in cui diventi più forte quanto più sei vicino alla morte. Non mollerò mai. Non mi spegneranno. L’entusiasmo è Carolina Crescentini che negli anni del Centro Sperimentale, entrava in classe e ti sorrideva (e per me ha fatto molto altro, una persona eccezionale). Bisogna godere delle piccole cose. E farle: sai perché rispondo a tutti su Facebook? Perché con me non l’ha fatto nessuno.

Com’è cominciato tutto?
Non vi rendete conto che vuol dire, voi che siete nelle metropoli. Io sono entrato alla terza botta al CSC, grazie a Giancarlo Giannini, e benedico che sia accaduto, solo così ho potuto apprezzarlo e forse sopravvivere a lui. Dobbiamo essere entusiasti, folli, io sarò soddisfatto quando chi verrà dalla provincia, dal paesino, crederà di potercela fare anche un po’ grazie a me. Nessuno pensi che è facile: sai quanti mi chiedono “come posso diventare attore?” e quando glielo dico, scoprendo che non bastano le stories su Instagram ma servono anni di lavoro, nottate in bianco, studio e fatica, battono in ritirata? Io me lo ricordo quando Gianluca Iumiento, Davide Donatiello e io avevamo 5 euro in tasca e compravamo pasta, due scatolette di tonno, rubavamo – perché ce lo facevano rubare – il pane e qualcos’altro alla mensa del Centro. Poi prendevamo un dvd dalla mediateca e queste erano le nostre serate. E quindi stasera mi fanno mettere lo smoking, ma sono quel ragazzo là che arrivò a Stazione Tiburtina da Corato e non sapeva neanche come si arrivasse a Cinecittà. E che trovò l’unico aiuto da un giovane bellissimo di Andria. L’unico che in quei giorni mi tese una mano e mi aiutò, con grande altruismo: Riccardo Scamarcio. Ora se mi incontra secondo me neanche mi riconosce, ma io non dimentico.

Insomma cosa stai cercando di dirci?
Basta prenderci sul serio! Mastroianni era un genio, ma anche un cazzone. Di Volonté ce n’è stato solo uno e pure lui ha fatto Brancaleone e felice, non con la mano sinistra. Svegliamoci: Pierfrancesco Favino lo abbiamo visto? Picchio ha cambiato la vita di tre generazioni di attori, perché è andato a Sanremo a fare l’attore, cazzo. Ha dimostrato che possiamo piacere a tutti, che sappiamo fare tutto e di sabato sera cosa fa? Dieci minuti di altissima recitazione. Ma chi c’è mai riuscito? Invece siamo ossessionati dal nostro orticello, anzi da quello che abbiamo sotto le scarpe. Tirarci la volata e ammazzare gli altri. Guardiamoci intorno, facciamo gruppo, un’altra cosa che non sa fare la nostra generazione. Abbiamo troppa paura del successo degli altri.

Per questo tu il tuo endorsement al David lo hai dato a Renato Carpentieri e non a te stesso?
Sì. E ne sono felice. Io sono uno che è fiero di dire che se avesse votato, avrebbe votato per Renato Carpentieri. Perché ha fatto una cosa pazzesca, quest’anno è stato il più bravo ed è uno dei migliori in assoluto. Eppure ne la locandina de La tenerezza mica c’è. Lui, che è tutto il film. Ma io darei pure l’Oscar a Ennio Fantastichini, siamo campioni nel sottovalutare i migliori.

Dici che il discorso non l’hai preparato. Non ci credo.
Certo che ho il discorso. Il problema è che dura 5 minuti e venti.

Ok, allora dimmi solo i ringraziamenti.
Ne ho quattro, come Paolo Sorrentino: Paulo Dybala, Francesco Nuti, Neri per Caso, Steven Spielberg.

Dovessi scegliere tra la Champions per la Juve o il David per te?
Il David. E così mi odieranno tutti gli juventini, maledetto.

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