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Dell’uomo che rubò Banksy. E della street art

'The Man Who Stole Banksy’ è il documentario di Marco Proserpio, che verrà presentato al Tribeca Film Festival la settimana prossima. Tra la questione palestinese e il mercato dell’arte contemporanea.

Questa è una storia che parla di street art, asini e capitalismo. Questa è la storia di Walid the Beast, un tassista (e body builder) palestinese, meglio noto come “l’uomo che ha rubato Banksy”. Già, perché Walid è colui che ha pensato di tagliare il pezzo di muro su cui, a Betlemme, lo street artist più famoso al mondo, aveva disegnato un militare israeliano che controlla i documenti di un asino e di metterlo all’asta su eBay. Questa è anche è la storia di culture contrastanti, che riflette sulla street art, effimera e contestualizzata per la sua stessa essenza. Ed è anche una storia raccontata da Iggy Pop. Ma andiamo con ordine.

L’incredibile vicenda di cui stiamo parlando è al centro di The Man Who Stole Banksy, il fighissimo documentario diretto da Marco Proserpio, che la settimana prossima sarà in concorso al Tribeca Film Festival, la rassegna internazionale di film indipendenti ideata e diretta da Robert De Niro dopo l’11 settembre. «Nel 2012 ho passato il checkpoint per la prima volta e la prima persona che ho incontrato è stata Walid the Beast», spiega Marco «Volevo raccontare il contesto Palestina in una prospettiva totalmente weird, in cui i palestinesi potessero essere rappresentati non come vittime, ma come esseri umani. In questo caso addirittura tramite un’azione che nella società occidentale è considerata scorrettissima».

Ma l’importanza del contesto, il volere dell’artista, non erano questioni che interessavano a Walid: «Lui l’ha fatto per la sua famiglia, voleva ricavarci dei soldi. Tutto è sempre più in mano ai collezionisti, all’establishment. E invece alla fine l’unica regola per i graffiti è che la strada è di tutti, l’opera è di tutti e vedere questo mondo moderno di street art market tramite gli occhi di una persona come lui, che con quello non ha nessun legame, mi sembrava perfetto».

Adesso però il muro si trova a Londra, invenduto: «È in un magazzino a South London, dentro a una cassa di legno. Walid e il suo gruppo sono già stati pagati. I danesi che l’hanno comprato dopo non sono riusciti a commercializzarlo di nuovo perché chiedevano cifre folli». Il risultato è che ora nessuno può vedere l’opera: «Poteva rimanere nel suo luogo naturale a Betlemme, dove un sacco di ragazzi non non vanno più a visitare solo la Chiesa della Natività, ma cambiano rotta per vedere i pezzi di Banksy. Oppure, se una volta staccato il graffito lo avessero esposto in giro per il mondo, l’obiettivo di Banksy sarebbe comunque stato rispettato: tenere i riflettori accesi sulla causa palestinese. La terza opzione è il peggiore dei finali possibili: che rimanesse chiuso in un magazzino di stoccaggio. Ed è successo».

Arriviamo a Iggy Pop: «A documentario praticamente finito, stavamo riflettendo sull’inserimento di un narratore che spiegasse alcuni passaggi, per aiutare la comprensione. Abbiamo pensato al personaggio che avremmo voluto, una voce wild e assolutamente lontanissima da ogni concetto di politica. Il primo e ultimo nome che ci è venuto in mente è stato quello di Iggy. Gli abbiamo mandato il film e, come ha già fatto per progetti anche minori che lo gasavano, si è prestato ed è stato perfetto. Il suo tono è super rassicurante, ha questa componente selvaggia, ma il risultato è stato proprio quello di raccontare una storia, un fiaba».

La colonna sonora contribuisce a connettere, a fondere anche musicalmente due mondi, quello arabo e quello occidentale: «Spesso ho girato da solo con Matteo Pansana, un fonico che ha curato pure parte delle musiche, partendo da sample di ragazzi che conoscevamo sul posto e che suonavano anche l’oud, uno strumento tipico». Il resto è stato realizzata in studio da Federico Dragogna, il chitarrista dei Ministri, e Victor Kwality, che ha fatto un disco solista l’anno scorso e un singolo con Salmo».

Marco Proserpio

Nel documentario ci sono moltissimi storici collaboratori di Banksy, che hanno fatto parte di tutti i suoi ultimi progetti, a partire da quello in Palestina nel 2007: «Hanno partecipato perché hanno capito che il mio obiettivo non era assolutamente quello di entrare in contatto con l’uomo misterioso o capire qualcosa di più del loro funzionamento come crew, ma semplicemente che ero interessato ad usare Banksy come trick per parlare di qualcosa di più grande». La questione palestinese ovviamente, ma anche l’idea di commercializzazione e conservazione tradizionale a cui è sottoposta la street art oggi: Blu, altro artista simbolo della street, ha cancellato le proprie opere dai muri Bologna, per evitare che venissero spostate dentro ad un museo.

Banksy poi è tornato in Terra Santa con altri progetti come The Walled Off Hotel, l’albergo-galleria con vista sul muro che separa Israele della Palestina: «Hanno fatto delle cose pazzesche. Per l’hotel non c’è stato un boato di felicità a Betlemme, ha creato delle discussioni interne. Anche Donkey with the Soldier era molto controverso e ha permesso che si ragionasse sulla realtà palestinese, sui controlli. Quell’artwork che spesso viene visto come un errore quasi di valutazione di Banksy, in realtà secondo me un errore non è perché ha permesso alla comunità locale di parlare di arte in un posto dove, ovviamente, ci sono altre priorità».

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