Cola e Pop Corn: il pagellone di un’estate caldissima | Rolling Stone Italia
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Cola e Pop Corn: il pagellone di un’estate caldissima

Finite le ferie torna il nostro pagellone settimanale dedicato ai film più interessanti nelle sale cinematografiche. Tra fantasy anni '90 venuti male e una Charlize Theron che mena le mani in grande stile

Ci siamo presi un po’ di pausa, come d’altronde chiudono per ferie, ahinoi, molte (delle poche) sale della nostra penisola. Ma le uscite tornano a essere interessanti e ecco qui i nostri voti. Dai blockbuster usciti a inizio estate fino a Charlize Theron in un one woman show da urlo.

Atomica Bionda: 8,5

Non fatevi ingannare da tre o quattro dialoghi sopra le righe, da battute tipo “mi fido di te quanto delle previsioni del tempo”, da un ammiccamento di troppo. Atomica Bionda è una film d’azione matrioska, dove David Leitch ci mette tutta l’esperienza da stunt nelle coreografie senza tempo di sparatorie, combattimenti a mani nude, assalti, complotti e imboscate, ma anche una sensibilità per i corpi dei suoi attori e un amore per il cinema che gli permette di citare gli anni ’80 senza falsi pudori – David Hasselhoff e 99 Luftballons in una doppia versione dell’adorabile Nena (una classica superpop, una bellissima e struggente) -, di far diventare Stalker di Tarkovskij location di uno dei momenti chiave – a Berlino est! – e infine piazzare come coroner un’insopportabile Barbara Sukowa a ricordare che a Berlino e dintorni c’è (stato) un grande cinema civile come quello della Von Trotta.

E poi, però, è pure action puro che raccoglie ironia e ritmi dagli anni ’80 e il gusto di rivoluzionare il genere declinandolo al femminile – ma non troppo -, con un flashback così classico da risultare adorabile e una Theron che non è mai stata così cool, nei vestiti – la costumista è da Oscar -, nella sensualità delle sue scene con Sofia Boutella ma anche in un fisico martoriato e statuario, nel carisma atletico e dolente di scene violente estremamente credibili. E allora perdoni eccome uno script muscolare, un James McAvoy che vuole spesso strafare ma che quando non vuole fare il fenomeno lo è, un Under Pressure a sostenere troppo sfacciatamente un finale buono ma perfettibile.

La colonna sonora è da urlo, London calling in testa, con musica diegetica all’inizio a dirci che quel 1989 non era solo caduta del muro a Berlino, ma anno di esplosione culturale, antropologica, emotiva in un’Europa che vedeva la città delle spie (chiunque la conosca sa che le guide poliglotte che vi imperversano sono per il 70% ex (?) agenti) diventare capitale e anima di un continente in trasformazione. Si gode, ci si diverte con Atomica Bionda, una sorta de Il ponte delle spie girato da Zack Snyder e con la Theron a ravvivare il tutto, e si torna a una libertà che ora è soffocata da conformismi e paure. Non a caso sentirete pure il Duca Bianco.

The War – Il pianeta delle scimmie: 8

Il ritorno del pianeta delle scimmie, siamo sinceri, lo vedemmo tutti come un rischio enorme, se non con diffidenza. Eppure la trilogia “prequel” del film originale, tra la rabbia sorda ma lucida di Koba e un Cesare più politico ma qui gladiatorio (nel senso di Massimo Decimo Meridio, nel film capirete il paragone), si è dimostrata di altissimo livello. E questo terzo capitolo tiene botta, pur trovandosi nella difficoltà di non avere l’effetto sorpresa del primo né il respiro inevitabilmente più complesso del secondo.

Trova in un ritorno all’istinto – la vendetta e la sopravvivenza – unito alla ricerca di una strategia di convivenza nel pieno di una guerra, la forza dirompente della metafora senza perdere la potenza del racconto epico, interno alla saga stessa. A ciò va aggiunto, dietro la struttura emotiva e politica del ritratto di una comunità e di un leader, un impatto eccellente, soprattutto a livello visivo, del genere bellico, action e anche western (scimmie e umani sono indiani e cowboy), senza evitare riferimenti anche altissimi e dichiarati – in un graffito geniale, Ape-ocalypse now – che vede in Woody Harrelson, uno degli attori più sottovalutati e geniali del cinema moderno, un veicolo capace di reggere il confronto.

E se pure il finale esagera, il complesso dell’opera riesce a mantenere premesse e promesse, grazie a Andy Serkis che dà personalità al suo protagonista, a un comparto tecnico eccezionale, a una regia, quella di Matt Reeves, matura e ambiziosa. E che ricorda la lezione degli inizi di Cloverfield: l’orrore è sempre fuori campo. E non di radio siamo noi.

Spider-Man Homecoming: 7,5

Sembrava l’eroe Marvel più facile da portare al cinema, con quella caratterizzazione allo stesso tempo chiara e sfaccettata, quella giovane età che era risorsa infinita ma anche garanzia di mantenere la barra dritta. Eppure Spider-Man nella sua vita cinematografica ha sempre vissuto alti e bassi, perdendo a volte la sua identità per obbedire a un Universo che al cinema spesso non ha trovato un suo equilibrio.

Poi arriva Jon Watts e grazie a un protagonista perfetto a livello estetico e recitativo come Tom Hollande capisce che semplicemente basta seguire l’esempio di un solo maestro, John Hughes, e di un fumetto che tra ironia e dolore ha sempre suonato la musica giusta. Poi si prende delle licenze – zia May ringiovanita (Marisa Tomei, wow), per dirne una, così come anche un po’ di (voluta) confusione nelle etnie di amici e compagni di scuola – per andare laddove il personaggio è arrivato in queste anni, soprattutto sulle pagine degli albi. Al rapporto privilegiato con Tony Stark, ad esempio, così come a un’adolescenza più consapevole della modernità ma giustamente inquieta. Al fatto di essere un bravo ragazzo ma non uno che fa sempre la cosa giusta.

Spider-Man torna a casa (l’homecoming, a dire il vero, sta a raccontare di una festa rituale, una rimpatriata scolastica sul modello del ballo di fine anno, che ci ricorda che le donne dell’Uomo Ragno quando non muoiono hanno per lo meno un parente poco raccomandabile), senza dimenticare di essere nel 2017. E lo fa con un grande Michael Keaton, molto Birdman ma anche cattivo per forza, supereroe del popolo. O forse populista, visto il predicozzo finale.

Monolith: 6+

Niente male Monolith, ma poteva andare meglio. Il soggetto semplice e geniale di Roberto Recchioni non trova compiutezza nel film – ci riesce meglio nella graphic novel, sia a livello visivo che narrativo – ed è un peccato. Perché produttivamente e narrativamente Monolith è una splendida ventata di novità nel cinema italiano (non fosse altro perché bagna l’esordio di Vision Distribution), perché qui il genere non è un (pre)testo per fare cinema d’autore, ma intrattenimento tout court, veicolo principale per arrivare all’attenzione del pubblico.

E per una buona metà Monolith tiene bene la strada, va a ottima velocità e al massimo sgommando qui e là ma non finendo fuori dalla carreggiata: Silvestrini conferma il suo talento visivo, la sceneggiatura va con il pilota automatico (ma è quella che va prima in riserva e si capisce quasi subito), Katrina Bowden è abbastanza bella da farci dimenticare un doppiaggio molto, troppo anni ’80 (anzi ’70) e l’espressività da serie tv d’un tempo.

O forse è abbastanza bella da farceli persino apprezzare. Poi però, il soggetto non viene supportato dalla giusta dose di tensione, come già in 2Night Silvestrini non sa mettere in scena le parole come fa con i corpi, gli oggetti e le macchine (già una piccola ossessione della sua cinematografia) e la suspense diventa in alcuni momenti anche umorismo involontario (inevitabile nel genere in questione: ci sono troppe variabili che non tornano, bisogna credere alla macchina abbastanza intelligente da proteggerti, ma pure abbastanza stupida da ucciderti). Funziona a lungo Monolith, poi va in folle. Ma arriva al traguardo, dicendoci che un altro cinema in Italia è possibile. E, a naso, pure a basso costo, se ci sono le idee.

Prima di domani: 5,5

Il giorno della Marmotta di una bella che non balla ma che è bulla. L’adolescente Samantha è una delle tante giovani, carine e molto occupate al liceo a mostrarsi strafighe. Ha tre amiche che “aaaadddooorrraaa”, ma che in realtà disprezza e una vita che è sui binari del conformismo di chi ha un bel fisico, una famiglia tollerante e benestante e poca sensibilità. Finché non capisce che quello potrebbe essere l’ultimo giorno della sua vita. Anzi, peggio, che potrebbe essere l’ultimo e ripetersi all’infinito.

Fermo restando che certi soggetti sono one shot (dopo I soliti sospetti o appunto Il giorno della marmotta è un suicidio fare film simili), Prima di domani ha una confezione elegante e dignitosa, una regia, quella di Ry Russo-Young, scolastica ma efficace e un cast-scolaresca che funziona. Ma alzandosi il tasso emotivo, morale e moralista, si doveva trovare qualcosa di meglio che la catarsi, che “essere bulli è brutto”, della ricerca di sé attraverso poche svolte e tutte piuttosto prevedibili. Si arriva alla fine perché il ritmo c’è e l’empatia, inevitabilmente, sale. Ma più per un riflesso condizionato che per il talento di interpreti e regista. Senza infamia e senza lode.

Transformers – L’ultimo cavaliere: 5

Uno che fa il cinema che fa Michael Bay, merita 10. Si diverte da matti, non ha regole – qui ogni 5 minuti c’è un genere cinematografico diverso – e fa solo ciò che vuole, con soldi a palate a permetterglielo. E possiamo anche dire che l’inizio medievale che va a spazzare e spezzare la continuity e le fondamenta già fragili di una saga, è anche grande cinema, così come il momento comico delizioso in cui Hopkins nella scena alla Codice da Vinci duetta con un maggiordomo robot alle prese con un organo. Sì, lo strumento musicale, avete capito bene.

Detto questo, durata dilagante e reiterazione di caratterizzazioni eccessivamente rozze (povero Wahlberg) e di cambi di registro continui e insensati, finiscono per uccidere la concentrazione e anche l’intrattenimento, non aiutato da combattimenti e scene d’azione non all’altezza. E, perdonateci il maschilismo, se fondi un’epica su donne e motori, le prime devono essere all’altezza. E stare bene in shorts, come insegna Fast and Furious. Forse è arrivata l’ora di finirla.

La Torre Nera: 4

E’ vero, Stephen King al cinema lo devi tradire e calpestare, per fare un capolavoro. Lo ha insegnato Kubrick. Ma qui scelgono di farne un Bignami e pure in maniera infantile (prendendo a caso da una saga corposa e densissima, in particolare dall’inizio e la fine), figlio di una storia produttiva e artistica fatta di disinteresse e distrazione, visto che J.J.Abrams e Damen Lindelof hanno pensato bene di mollare per un Nikolaj Arcel che prova a mettere una pezza laddove King, che ha pure riletto il tutto, ha pensato bene di non metter mano.

Ne viene fuori un fantasy anni ’90, senza lo spessore del testo kinghiano, quegli universi complessi e quelle prodezze metatestuali che ci hanno fatto innamorare di una serie di romanzi che hanno saputo mettere insieme horror, western, fantascienza e fantasy. La durata ridotta (100 minuti, per una tale mole di materiale!) forse soddisferà i ragazzi e coloro che non conoscono il Maestro, ma solo ed esclusivamente perché si tratta di un’uscita estiva. L’impressione è che lo abbiano buttato là per capire se e come farne, anche al cinema, una saga. E rovinandola dal principio, rendendola banale e piatta.