Claudia Pandolfi, storia delle mie occhiaie

Se le metti i riflettori addosso, Claudia non brilla. Per farla splendere devi calarla nel quotidiano. Ode alla protagonista di “E’ arrivata la felicità”.

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Inverno freddo e catodico di inizio anni novanta. Piovono monetine, accendini e pacchetti di sigarette sui sampietrini all’entrata dell’hotel Raphael.

È l’alba della seconda Repubblica, non esistono ancora i living e le cucine a isola. Negli appartamenti irregimentano i corridoi e i tinelli, i divani se ne stanno sepolti sotto pellicole di cellophane nei salotti chiusi a chiave. Un Paese avvezzo a scivolare silenziosamente su pianelle di feltro sta per confrontarsi con un assetto politico completamente nuovo.

Ma ci sono cose più importanti a cui pensare. La tv, ad esempio. È tempo di sintonizzarsi su Raidue, le note di Nicola Piovani annunciano l’inizio di una nuova puntata di Amico Mio, la serie che sta incollando milioni di abbonati Rai al Mivar senza apparenti motivazioni plausibili. Impossibile perderne una puntata!

Il divano foderato con motivi floreali, seduto scomposto tra mamma e papà, bicchiere di latte caldo, rutto libero e poi a nanna. Belle sere della provincia italiana d’un tempo. Apoteosi condominiali da una parte, il rimestìo delle strade dall’altra: chi si fa le canne, chi si fa i mangianastri, chi si fa lunghi viali avanti e indietro.

Gli ingredienti di Amico mio sono semplici: un ospedale con ascensori che funzionano, un intero reparto di bambini costretti a letto (un’immagine che da sola t’imbriglia il cuore e lo porta al trotto), medici zelanti in grado di opporsi alle procedure burocratiche per far spazio al Cuore, l’impertinente e discolo Spillo. C’è tutto quello che occorre per ammansire il pubblico. Amico mio è il Dado Star della narrazione, il baffo di Massimo Dapporto è glutammato puro.

C’è un ingrediente, però, apparentemente secondario ma determinante: Susanna Calabrò, l’infermiera placida e indulgente dai grandi occhi nocciola e dalle labbra montate a neve. È lei il morbido guanciale in cui soffocare il pianto, la promessa che tutto andrà bene. Un ciottolo di vent’anni levigato dalle correnti del Tevere. Milioni di italiani si stanno inconsapevolmente affezionando alla trasognante Susanna mentre io, in maniera drammaticamente più consapevole, me ne sto innamorando.

Dov’è che l’avevamo già vista questa ragazza che ricorda la cugina di cui siamo stati tutti, almeno una volta nella vita, segretamente innamorati? Ah sì, edizione di Miss Italia 1991, Claudia Pandolfi, concorrente numero 58, Miss Linea Sprint Roma. Allora vinse Martina Colombari, incoronata da Alain Delon. Folta chioma bionda e occhi azzurri spazzano via capelli castani e frangetta. Prevedibile.
È bellissima ma non è fatta per le passerelle, Claudia. Farà l’attrice: Amico mio, Ovosodo, Auguri professore, Lavorare con lentezza, Un medico in famiglia, Distretto di polizia. La sua corporatura agile e svelta l’aiuterà a insinuarsi con disinvoltura nelle scanalature delle storie italiane di tutti i giorni.

Se le metti i riflettori addosso, Claudia non brilla. Per farla splendere devi calarla nel quotidiano, farle indossare maglioni slabbrati, truccarla poco, raccoglierle i capelli alla meglio. I suoi palchi sono i pianerottoli, le scuole, le assemblee d’istituto, i cortili, le spiagge livide e sonnolente di febbraio. La Pandolfi seduce con destrezza, è la dirimpettaia di cui innamorarsi lentamente, la sacerdotessa dei gradini lerci di Trastevere, l’amica che rolla le sigarette alla perfezione, la confidente dall’odore buono.

Nel corso di tutti questi anni, vedendola diventare la splendida donna che è oggi, ho maturato la convinzione che la forza di Claudia Pandolfi risieda nelle grosse occhiaie che si porta appresso da quando era ragazza. Due “golfi d’ombra” sotto occhi di pura malinconia che pare c’abbia piovuto dentro un secolo. Due sottolineature forti, in grado di marcare ancora di più lo sguardo, e renderlo più duro o più dolce, più languido o più disperato. Insomma, più.

La storia della Pandolfi e delle sue splendide occhiaie è la storia della bellezza dei giorni qualunque, sepolta sotto diversi strati di clacson, scadenze, raccordi, caselli, treni e display. È la disgraziatissima e sgangherata perfezione delle donne al mattino, uscite di casa con un filo di trucco, quando non si sentono a posto, e invece sono bellissime.