Cannes, Godard è come i Rolling Stones

In concorso con il suo ultimo, radicalissimo film, 'Le livre d'image', a 87 anni non era sulla Croisette e ha risposto alle domande singole dei critici in fila per uno, usando FaceTime.
Jean-Luc Godard nel giugno del 1968 a Londra per 'Sympathy for the Devil'. Credit: Bryan Wharton / Times Newspapers Ltd / IPA

Jean-Luc Godard nel giugno del 1968 a Londra per 'Sympathy for the Devil'. Credit: Bryan Wharton / Times Newspapers Ltd / IPA


Per i cinefili di rito francese Godard al Grand Théâtre Lumière di Cannes, venerdì pomeriggio scorso, è stato più che una messa cantata. Il Lumière, 2300 posti a strapiombo, poltroncine rosse e nere, finiture in legno scuro, è il cuore del Festival. Salendo le scale rosse della montée des marches che ti portano dentro, si dava un ultimo sguardo al bacio canaglia tra Belmondo e Anna Karina (1965, Pierrot Le Fou), uno dei film più rock’n’roll e scatenati di tutti i tempi, che quest’anno di Cannes è il poster.

In assenza del regista, difficilmente dimenticheremo il silenzio assordante e mistico nel buio che ha preceduto i primi frammenti di Le livre d’image, ultimo oggetto cinematografico dell’inventore della Nouvelle vague, primo degli intellettuali radicali (e chicchissimi) di sempre.

Godard è come i Rolling Stones (li ha ripresi da un carrello circolare nel 1968 mentre registravano Sympathy for the Devil a Londra). A differenza dei Rolling Stones vive ritirato in Svizzera. E non ripete nessuno dei suoi vecchi film. Non dirige più neppure un attore, perché li trova tutti invadenti. Monta e smonta vecchie pellicole digitalizzate, video di sorveglianza, propaganda televisiva pixellata al limite del vedibile. A queste immagini sovrappone la sua voce e il sonoro, quasi mai in sincrono. A volte solo immagini, altre volte una voce sul nero. Godard vive dentro la storia del cinema. Il cinema, ripete sempre come i vecchi maestri, è prima di tutto montaggio. È pensare con le mani. Le livre d’image è perciò diviso in cinque capitoli, come le dita di una mano.

Di cosa parla il film? La voce del regista ci arriva – nell’ormai consueto flusso libero – come quella di Vincent Price da un oltretomba lontano. Il secondo capitolo è un affascinante montaggio di scene di treni tratte dalla storia del cinema (Rossellini, western, noir…). Si cita a lungo Montesquieu. Nero. Musica classica. Mahler? Si sente la frase: “Arthur Rimbaud. Democratie”. Si riproducono video di propaganda dell’Isis, solarizzati e scassati all’inverosimile. Per una buona parte del film Godard illustra attraverso altre sequenze il tema che lui battezza “Arabia felice”: il diritto di qualcuno a non vedersi imposte le nostre immagini di occidentali.

Non c’è molto altro da spiegare. La radicalità di Godard è assoluta. Il suo orizzonte sempre lo stesso: il ruolo delle immagini nella nostra cultura. Per noi che viviamo dentro le immagini fino al punto di confonderle con la realtà, i neri del suo cinema (cartelli, frasi, fuorisync) servono a ricordarcelo sempre. Quando gli chiedono il motivo della scelta di una sequenza, scarta ogni tentazione citazionista retro. Dice: “Si vede che conteneva qualcosa che non c’era da nessun altra parte”. Aggiunge ancora: “Il cinema mostra quasi sempre quello che succede. Ma quello lo puoi vedere ogni giorno. I film dovrebbero mostrare quello che non succede e che non puoi vedere da nessun altra parte, neppure su Facebook”.

Queste e altre parole Godard le pronuncia durante una conferenza stampa di un genere che ancora non si era mai visto. Sabato mattina, invece di essere collegato via Skype e proiettato per tutti sul grande schermo, ha voluto rispondere alle domande singole dei critici internazionali in fila per uno, usando FaceTime dell’Iphone. Il telefono suo lo reggeva il critico svizzero che lo era andato a trovare a casa. All’altro capo, nella sala stampa di Cannes, la conversazione era sorvegliata da Gérard Lefort, ex critico di Libération, punto di riferimento della cinefilia francese anni ’80-’90. Centinaia di telefoni riprendevano la curiosa performance (si può vedere tutta nel video qui sotto, caricato sul canale Youtube del Festival).

Maestro di retorica radicale, creatore di paradossi affilati e indovinelli rivoluzionari, oggi Godard ha la voce rotta da qualche tremolio per gli acciacchi dell’età. Mantiene la solita inconfondibile zeppola parodiata l’anno scorso da Louis Garrel che lo ha portato sullo schermo nella commedia Il mio Godard. Ha 87 anni. Nel tempo ha nutrito seguaci, adepti, sacerdoti del détournement e guerriglieri del montaggio selvaggio. Tra le prime scene (acquatiche) di Le livre d’image passa L’Atalante di Jean Vigo. Proprio il frammento che da sempre fa da sigla a Fuori Orario di Rai3.

A proposito, girava da qualche giorno su Youtube un’altra operetta godardiana di 4 minuti e mezzo intitolata Vento dell’Ovest. Un montaggio nel quale venivano utilizzate tra l’altro le immagini dello sgombero di una comune ambientalista sorta 10 anni fa contro la costruzione dell’aeroporto di Nantes. Giusto ieri l’addetta stampa di Godard ha spiegato che si tratta di un falso. Però quasi perfetto.

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