Cannes, ‘Everybody Knows’: Bardem, Cruz e un rapimento con riscatto da soap

Il film di apertura sulla Croisette non ha niente a che vedere con la profondità e la complessità psicologica di 'Una separazione' o con la suspense di 'About Elly', alcune delle opere precedenti di Farhadi.

Il 71° Festival di Cannes, dopo le polemiche per i divieti (selfie e foto sul red carpet), i cambiamenti (eliminate le anticipate stampa) e le deiezioni (prima fra tutte Netflix) parte col film dell’iraniano Asghar Farhadi, due volte premio Oscar, che gira in Spagna con la coppia Bardem/Cruz e l’argentino Ricardo Darin.

Il film non aveva gli umori della stampa a suo favore, con la proiezione arrivata dopo il supplizio “obbligato” della cerimonia d’apertura, in onda sullo schermo della sala Debussy in contemporanea con il Grand Theatre Lumiere.

I giornalisti, già provati quindi da un’ora di convenevoli: il protocollo di battute, una canzone, le scenette, i ringraziamenti, le presentazioni, i discorsetti generali e la piacevole quanto inattesa incursione di Martin Scorsese nel sipario finale, non erano troppo propensi al lungo prologo introduttivo di Everybody Knows, che presuppone come caparra almeno un’altra ora di estrema concentrazione per comprendere i legami di parentela del cast in scena e le dinamiche narrative connesse.

Sullo sfondo di una campagna cartolinesca, una famiglia numerosa celebra un matrimonio, ma durante i festeggiamenti, complici la pioggia e un guasto elettrico, sparisce un’adolescente, la figlia di Laura (Cruz). Quando i rapitori si palesano con la pretesa di una grossa cifra di denaro, vecchi rancori familiari, delusioni personali e presunti segreti riaffiorano. Paco, alias Bardem, (ex fidanzato di Laura, nonché figlio del fattore diventato ormai proprietario terriero) si prodiga per risolvere il caso e, mentre l’unico fatto certo resta il legame emotivo tra lui e la donna interpretata da Penelope Cruz, si affastellano personaggi che sollevano, in maniera piuttosto superficiale, questioni di classe, di appartenenza, d’immigrazione.

La coralità sofisticata di Farhadi qui non è sostenuta da una sceneggiatura altrettanto forte, al punto che alcuni pezzi del puzzle potrebbero essere eliminati senza effetti sulla storia, se non sulla durata. A parte il trio principale, il carosello di attori non si integra in modo omogeneo, lasciando i secondari come ingombranti dettagli posticci.

I cliché appiattiscono la storia: i tramonti dorati, le spagnole che ballano il flamenco, l’abbigliamento stereotipato delle matrone latine. L’esotismo alla “spaghetti e mandolino” è già al parossismo con Javier Bardem nei panni del viticoltore e la di lui moglie a sbattere nacchere immaginarie durante i bagordi della festa: appena un gradino sotto ad Antonio Banderas quando fa il mugnaio e a Sophia Loren in “Accattatevill”.

Niente a che vedere con la profondità e la complessità psicologica di Una separazione o de Il Passato, né con la suspense di About Elly. Qui, nonostante la bravura degli attori protagonisti, di Penelope Cruz, disperata di fronte alla perdita della figlia, di Javier Bardem, la vera vittima tragica della storia, e Ricardo Darin, cornuto di classe eccelsa, le sfumature da soap opera stile Tele Globo sono più che una suggestione e l’autenticità è sempre minata dall’ingombrante dispositivo narrativo. La noia mina l’intera durata del film, battendo la ritirata in rari momenti, merito più degli attori che dell’autore. Il processo all’ovvietà è del resto inscritto nel titolo, probabilmente scelto dal regista come giocoso disclaimer.