Lo scorso weekend, la Berlinale, attualmente in corso a Berlino, era diventata un caso politico. Tutto era partito da alcuni commenti espressi dal presidente di giuria, Wim Wenders, durante una conferenza stampa, in cui rimarcava che l’arte, anche in tempi di terremoti politici, debba rimanere non-ingaggiata. Sarebbe questo, secondo il regista, l’unico modo per continuare a svolgere «il lavoro del popolo» e non quello dei politici.
Il commento è stato la risposta a una domanda che chiedeva a Wenders la posizione del festival su Gaza, contestualizzandola nelle politiche del governo tedesco in merito.
Il “momento” si è espanso. Anche Michelle Yeoh e Neil Patrick Harris sono stati presi di mira per aver dribblato domande politiche, mentre Rupert Grint è stato celebrato per aver detto di essere «contro» l’ascesa dell’estrema destra britannica.
Invece Tom Morello, alla Berlinale come co-regista di The Ballad of Judas Priest, ha fatto notizia, dichiarando: «Che bellezza poter fare un documentario su una delle tue band preferite e allo stesso tempo combattere il fascismo».
In mezzo alla bufera, il festival ha preso ufficialmente posizione a difesa di Wenders e degli artisti, dichiarando che non si dovrebbero sentire costretti a rispondere a ogni domanda, né ad aver sempre pronto un trattato di politica internazionale.
Ma intanto Arundhati Roy, importante autrice indiana invitata alla Berlinale per presentare il restauro in digitale di In Which Annie Gives It Those Ones, si è ritirata dalla manifestazione per protesta contro la dichiarazione di Wenders: «Ascoltarli dire che l’arte non dovrebbe essere politica mi ha lasciato a bocca aperta. È un modo per chiudere la conversazione su un crimine contro l’umanità che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Artisti, scrittori e registi dovrebbero fare qualsiasi cosa per impedirlo». E ora, è arrivato il secondo capitolo della vicenda.
L’act two è cominciato, come ha riportato per primo Variety in un’esclusiva, attraverso una lettera aperta firmata da diversi artisti transitati dalla Berlinale. «Scriviamo in quanto operatori del cinema, tutti noi, passati e presenti partecipanti alla Berlinale, che ci aspettiamo che le istituzioni del nostro settore rifiutino la complicità nella terribile violenza che continua a essere perpetrata contro i palestinesi. Siamo sgomenti per il coinvolgimento della Berlinale nella censura di artisti che si oppongono al genocidio in corso perpetrato da Israele contro i palestinesi di Gaza, e per il ruolo chiave dello Stato tedesco nel renderlo possibile».
«Siamo fermamente in disaccordo con l’affermazione del presidente della giuria della Berlinale 2026, Wim Wenders, secondo cui il cinema è “l’opposto della politica”. Non si può separare l’una dall’altra. Siamo profondamente preoccupati che la Berlinale, finanziata dallo Stato tedesco, stia contribuendo a mettere in pratica ciò che Irene Khan, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per la Libertà di Espressione e di Opinione, ha recentemente condannato come un uso improprio da parte della Germania di una legislazione draconiana “per limitare la difesa dei diritti dei palestinesi, ostacolando la partecipazione pubblica e riducendo il dibattito nel mondo accademico e artistico”».
Tra i firmatari, Adèle Haenel, Brian Cox, Javier Bardem, Lukas Dhont, Mike Leigh, Nan Goldin, Tilda Swinton e Tobias Menzies, insieme a tanti altri.
Intanto, anche Ethan Hawke si è espresso sul tema. Alla Berlinale per presentare il suo nuovo film, The Weight, ha aperto la tematica così: «Bene… penso che l’ultimo posto in cui vorreste cercare consiglio spirituale sia con un mucchio di artisti ubriachi e in jet lag che parlano dei loro film». Proseguendo poi su toni più seri: «Credo che il cinema riesca a provocare un cambiamento. Avete presente quando, tutte le notti, tutti noi sogniamo e quei sogni ci fanno guarire, in un certo modo, e ci preparano per il giorno seguente? Ecco, mi sembra che questo festival, collettivamente, stia creando una vita di sogno internazionale».
