10 grandi canzoni che hanno vinto l’Oscar, nonostante l’Academy

Dai classici di Burt Bacharach alle incursioni di Eminem e della musica nera, ecco una comoda playlist da ascoltare per prepararsi alla doppia maratona di domenica.

Audrey Hepburn in 'Colazione da Tiffany'


«Certo che siamo incazzati. Un sacco di gente è incazzata. Alcune organizzazioni vogliono farne una battaglia, picchettare gli Academy Awards», diceva Marv Stuart, manager di Curtis Mayfield, a Jet. È il 1973 e Freddie’s Dead è appena stata esclusa dalla corsa agli Oscar. Il brano, scritto per la colonna sonora del film blaxploitation Super Fly, è una hit: milioni di copie vendute, decine di settimane consecutive in classifica, applausi a scena aperta di critica e pubblico.

Nonostante tutto, però, l’Academy decide di non ammettere il brano: la versione incisa per il film è strumentale, e quindi non può concorrere per la statuetta. È un cavillo burocratico, una scusa per non dover premiare per il secondo anno consecutivo un musicista nero – nel ’72 l’Oscar andò a Isaac Hayes, per Shaft – al lavoro su un film profondamente radicato nella cultura afroamericana. Superfly, tra l’altro, è quasi il contrario di Shaft: il protagonista è uno spacciatore di cocaina, un antieroe molto diverso dal detective interpretato da Richard Roundtree. «Non possiamo fare a meno di pensare… forse l’Academy voleva ignorare Super Fly?», concludeva Stuart. «Non gli piaceva l’idea di premiare un compositore nero per due anni di fila?».

Insomma, viva la musica nera ma solo a certe condizioni. Quella di Curtis Mayfield è solo una delle tante assurdità collezionate dall’Academy nel corso della sua storia, cadute di stile e scelte imbarazzanti che hanno depresso il valore simbolico del premio e di chi lo vince. Per fortuna, però, non è andata sempre così, e quelle che trovate poco sotto sono 10 canzoni meravigliose che hanno vinto, si potrebbe dire, nonostante l’Academy. Non si tratta necessariamente di brani controversi, e nemmeno dei più belli in assoluto, ma di quelli che hanno segnato un’epoca – o meglio, un modo di scrivere musica per film -, o intercettato tendenze musicali di solito lontane da Hollywood.

Un’ultima precisazione: non c’è Prince. La musica scritta per Purple Rain ha vinto l’Oscar, è vero, ma non nella categoria miglior canzone – nell’85 toccò a Stevie Wonder, che aveva scritto I Just Called to Say I Love You per La signora in rosso -, bensì in quella “miglior colonna sonora con canzoni”, categoria scomparsa già dall’anno successivo.

“Over the Rainbow” Il Mago di Oz

Per i discografici è la canzone migliore del 20esimo secolo, eppure c’è chi voleva eliminarla dal montato finale del Mago di Oz perché rallentava il ritmo della storia. Over the Rainbow, scritta da Harold Arlen (con testo di E.Y. Harburg), è un classico e l’hanno suonata davvero tutti, da Chet Baker a Joe Satriani. La versione cantata da Judy Garland vinse l’Oscar nel 1940.

“Moon River” Colazione da Tiffany

Paul Varjak (George Peppard) la ascolta per la prima volta cantata da Holly Golightly (Audrey Hepburn) alla finestra, accompagnata solo da una chitarra. Scritta da Johnny Mercer e Henry Mancini appositamente per la voce della Hepburn – bella e intonata, ma con un’estensione minima, “dylaniana” – anche Moon River non doveva apparire nella versione finale di Colazione da Tiffany, almeno secondo il presidente di Paramount. «Dovrai passare sul mio cadavere», gli rispose Hepburn. Secondo il Telegraph ci sono più di 500 cover, l’ultima (bellissima) è di Frank Ocean.

“Raindrops keep fallin’ on my head” Butch Cassidy

Non poteva mancare nella lista Burt Bacharach, che di Oscar ne ha vinti tre. Abbiamo scelto Raindrops keep fallin’ on my head, una canzone così sfacciatamente di buon umore da dare quasi fastidio, scritta per Butch Cassidy e interpretata, nella versione premiata, da B.J. Thomas dopo i rifiuti di Ray Stevens e Bob Dylan. La leggenda vuole che Bacharach abbia scritto la melodia tutta in una volta, dopo aver guardato per la prima volta la scena con la bicicletta.

“Theme from Shaft” Shaft

Il charleston funkettone, le chitarre con il wha, Isaac Hayes con una specie di canotta di catene, il botta e risposta tra le coriste e la voce solista, il tema di Shaft è probabilmente il brano più sexy della lista (e forse di tutta la storia dell’Academy). È il primo Oscar vinto da un afroamericano, la prima canzone con le parolacce in cima alle classifiche, e il battesimo di fuoco di Hayes con le colonne sonore. Peccato che la storia non si sia ripetuta con il capolavoro di Curtis Mayfield.

“Flashdance… What a Feeling” Flashdance

Come per Burt Bacharach, anche Giorgio Moroder aveva un posto assicurato prima ancora di iniziare la stesura della lista. Abbiamo scelto Flashdance… What a Feeling, scritta naturalmente per Flashdance e interpretata da Irene Cara. Sintetizzatori invasivi, cassa dritta, ritornellone e via, ecco a voi gli anni ’80.

“Streets of Philadelphia” Philadelphia

Questa è una delle due incursioni cantautoriali della lista. Bruce Springsteen scrisse Streets of Philadelphia poco dopo la conclusione dell’Other Band Tour: il regista Jonathan Demme voleva aprire il suo film con un brano rock, e il Boss provò a usare un testo che aveva scritto in passato per la morte di un amico, ma il risultato non era granché. Il secondo tentativo, invece, con un ritmo semplicissimo di batteria e un tappetone di synth, è un capolavoro. L’Oscar arriva nel 1994: anche Neil Young era tra i nominati, con un brano scritto per lo stesso film.

“Can You Feel the Love Tonight” Il Re Leone

Il decennio che va dal 1989 al 1999 è stato definito più volte come il “Rinascimento Disney”: nuovi animatori, nuove tecniche di narrazione e, soprattutto, la scoperta del musical come struttura portante delle nuove pellicole. E tutti gli Oscar dei ’90 sono dominati dalle canzoni Disney. Under the Sea nel 1990, Beauty and the Beast nel ’92, poi A Whole New World, Colors of the Wind e Can You Feel the Love Tonight di Elton John e Tim Rice, uno dei tre brani della colonna sonora del Re Leone a finire nella cinquina dei nominati. Il cantautore veniva da un periodo difficile – «Il più difficile della mia vita», dirà poi in molte interviste: dopo la tragica morte di Ryan White e il periodo di riabilitazione, il successo delle canzoni scritte per la Disney (disco di diamante) rilancerà la sua carriera. Un Rinascimento contagioso.

“Lose Yourself” 8 Mile

Sul set di 8 Mile c’era una roulotte del tutto particolare: isolata da tutti e trattata acusticamente, era uno studio mobile dove Eminem poteva lavorare alla sua musica nelle pause tra una ripresa e l’altra. Lose Yourself nasce così, con tutte le strofe scritte in una volta sola. È il primo Oscar vinto da un rapper, e in molti premiarono la scelta “coraggiosa” dell’Academy. Ma niente illusioni: la produzione voleva che Eminem si esibisse con una versione censurata del brano, ma il rapper (ovviamente) rifiutò, conquistando un altro record. Non era mai successo che il vincitore della statuetta non si esibisse durante la cerimonia.

“Falling Slowly” Once

Glen Hansard è il secondo cantautore in questa lista, e l’Oscar vinto nel 2008 con Falling Slowly è “il più indie” del lotto. È una ballata semplicissima, costruita su un giro di accordi davvero banale, ma dalla grande ricchezza emotiva. La storia di Once – film girato con un budget ridottissimo e senza pretese di distribuzione – è bellissima: Hansard veniva da una lunga carriera con la sua band, The Frames, ma non era mai riuscito a sfondare davvero, esattamente come il protagonista del film (con cui condivide il passato da busker). Durante le riprese del film si è innamorato della co-protagonista (e co-autrice del brano) Markéta Irglová, e la loro relazione ha dato vita a due dischi molto belli (pubblicati con il monicker The Swell Season) e alla “seconda fase” della carriera del cantautore.

“Skyfall” Skyfall

Skyfall, cantata da Adele per la pellicola omonima, non è la canzone più bella scritta per un film di James Bond – è difficile fare meglio di Goldfinger, che è come minimo la più rappresentativa -, ma è l’unica ad aver vinto l’Oscar insieme alla discutibile Writing’s on the Wall, ed è stato un successo mondiale. Ma diciamoci la verità: a che servono le copie vendute, i premi e l’amore del pubblico se la tua canzone è riuscita a far piangere Daniel Craig?