«Penso che sia meglio di qualunque finzione tu possa scrivere. Quindi tanto vale andare sul reale». A parlare è uno dei più grandi sceneggiatori contemporanei, Steven Knight, aka mister Peaky Blinders, epopea di un’altra famiglia di fratelli con le lame nella coppola. Qualcuno gli ha appena chiesto perché abbia deciso di fare un documentario sugli Oasis e non un biopic, genere molto à la page di questi tempi (vedi i quattro film sui Beatles diretti da Sam Mendes, in arrivo nel 2028). La battuta gliela serve uno dei due registi, Dylan Southern: «E poi nessuno potrebbe interpretare Liam Gallagher a parte Liam Gallagher».
Al tavolo della conferenza stampa veneziana di Don’t Look Back in Anger, il doc sulla reunion dei fratelli Gallagher (al cinema dal 10 settembre), di Liam e Noel non c’è traccia: «Erano qui un secondo fa, stavano facendo una foto», risponde l’altro regista, Will Lovelace, rassicurando tutti: «Quindi ci sono».
Knight, al documentario, è arrivato da estraneo assoluto. «Sono rimasto sbalordito quando mi hanno invitato a farlo. Non mi ero mai occupato di un documentario prima. Mi hanno chiesto se avessi voglia e, ovviamente, chi non l’avrebbe fatto? È un sogno. Ero un grande fan della band, e la prima cosa è stata parlare con Noel: diceva che erano stupiti dalla reazione all’annuncio del tour, perché c’era una richiesta di biglietti enorme. Era evidente che non solo la generazione che aveva amato gli Oasis all’epoca, ma anche quella successiva aveva scoperto quella musica e ci si era attaccata in modo fortissimo. E la domanda era: perché? Come è successo? Perché questa musica sta resistendo così tanto?».
Dall’altra parte c’erano quindici anni di silenzio e una scommessa che nessuno dava per vinta. «Credo che il mondo intero fosse interessato a quegli anni di separazione», dice Lovelace. «Avrebbe funzionato? Come sarebbe andata? Ed è stato una specie di privilegio poter vedere quel rapporto riavvicinarsi: siamo partiti da Cardiff e, tappa dopo tappa, abbiamo visto quella riconciliazione avvenire sul palco, davanti al mondo».
La parte tecnicamente più radicale del film riguarda le prove: «Il nostro metodo era stato pensato deliberatamente per non influenzare quello che stava succedendo», afferma Southern. «Il nostro obiettivo era essere completamente invisibili alla band. Credo che per sei settimane non abbiano visto né noi né un solo membro della nostra troupe. Abbiamo messo le camere nella sala e le abbiamo lasciate lì a filmare quello che accadeva. L’idea era che non si sentisse alcuna mediazione, che tutto fosse il più vicino possibile a com’era davvero». Il risultato è la scena che Knight racconta con evidente gusto: «La prima volta che Liam entra in sala prove, la prima volta che i Gallagher suoneranno insieme dopo non so quanti anni, non si sono confrontati, e parliamo di uomini inglesi della working class, quindi non è che si mettono a darsi il “cinque”, ad abbracciarsi o a piangere. Liam arriva e dice: “Cos’è quella roba sulla batteria?”. Qualcuno ordina: “Toglietela”. E poi lui: “Ok, cominciamo?”. E Noel: “Ok, sì”. E allora: “Uno, due, tre, quattro, bang”. E sono dentro».
Knight ci tiene a chiarire che il risultato non era garantito. «A differenza della finzione, dove controlli la struttura, controlli i tre atti, il lieto fine e tutto il resto, qui dipendi dalla realtà, da persone vere e dai loro rapporti. Quindi non sapevamo davvero come sarebbe andata». Quello che è successo, dice, è che «i loro figli sono diventati amici, sono tornati a essere una famiglia. E siamo stati molto fortunati che sia andata così, perché era esattamente quello che speravamo: fin dall’inizio volevamo che fosse un film sulla riconciliazione, sulla redenzione e sul perdono».
Se le prove sono immobili, il tour è l’opposto esatto, e qui il film fa la sua seconda scelta di campo. Dodici concerti, tre continenti, e nessuno dei cliché del concert movie. «Non volevamo tutto quello che ti aspetti, tipo le gru che volano sopra la folla e via dicendo», spiega Southern. Lui e Lovelace hanno chiamato, città per città, direttori della fotografia che vengono dal cinema narrativo. «Nei titoli di coda, per ogni tappa in cui abbiamo girato c’è un elenco di direttori della fotografia», racconta ancora Southern. «Quello che non volevamo fare era riprendere gli show come si fa di solito: se vedi un concert movie, è girato da certe angolazioni, da operatori che filmano concerti tutto il tempo. Noi volevamo portare dentro direttori della fotografia che vengono dal cinema. In ogni singola città in cui siamo andati abbiamo potuto chiamare i migliori e dirgli: “Ti va di girare gli Oasis?”. E dovevano darci solo una giornata del loro tempo. A Los Angeles abbiamo avuto Lol Crawley, che ha vinto l’Oscar per The Brutalist. E poi James Laxton, che ha lavorato su Moonlight. Haris Zambarloukos è stato il nostro direttore della fotografia principale su tutto il progetto».
L’istruzione era una sola per tutti, ripete Southern: «Ti abbiamo scelto per il tuo occhio, e vogliamo che tu filmi la tua esperienza del concerto. Se succede qualcosa tra il pubblico che ti porta via dal palco, seguilo. Se c’è un’emozione, se c’è un racconto che accade nella folla, filma quello». E sulla band: «Non si trattava di ottenere una bella inquadratura di un manico di chitarra: si trattava di cosa stava succedendo emotivamente a Liam e Noel sul palco. Di come la musica agiva su di loro».
Lovelace ammette di essersela cavata con poco a questo giro: «È stata la telefonata più facile del mondo. “Ti va di girare gli Oasis?”. Sì». Ovviamente ne sarebbe venuto fuori materiale disomogeneo, ma era proprio quello il punto. «Non volevamo che fosse tutto uguale. E se questo significa riprendere una persona tra il pubblico per venti minuti, benissimo. È più rischioso, ma è entusiasmante, perché ottieni cose che non avresti mai potuto pianificare». Tutto per un obiettivo solo, dice Southern: «Che, guardandolo su uno schermo grande, magari in IMAX con il volume alto, fosse la cosa più vicina possibile all’essere a quei concerti nel 2025».
Anche sul popolo degli Oasis la regola era controintuitiva: escludere i super fan. «Quello che volevamo erano persone con un legame emotivo autentico con una canzone precisa, non solo con la band: con una canzone che avesse significato qualcosa per loro», spiega Knight. E ci sono storie che l’hanno incantato: «Da scrittore di finzione, la realtà ti mette in imbarazzo: senti la gente raccontare perché è legata a una certa canzone, ed è di un’eleganza… Uno in Corea del Sud dice: “Quando cadi, certa musica ti tira su; con gli Oasis, quando cadi, cadono con te e si rialzano insieme a te”. E tu pensi: questo non potrei scriverlo nemmeno in un milione di anni».
Lovelace allarga: «Questa musica è nata a Manchester, e all’improvviso ti ritrovi in Corea del Sud con ragazzi che non erano nemmeno nati quando è stata scritta e che ci hanno un legame profondissimo». E Southern fa di nuovo ridacchiare la sala: «A volte magari inciampi in qualcuno che ha un cane che si chiama Bonehead, e quello diventa parte della storia».
Il passato entra nel film per via obliqua, e anche questa è una scelta di montaggio. «Era importante per noi che la storia di oggi fosse in dialogo con il passato senza che diventasse tutto un film sul passato», spiega Southern. «Una delle nostre idee iniziali è stata usare il materiale d’archivio quasi come fosse memoria: il modo in cui entra nel montaggio risulta un po’ astratto in certi punti, ma è come un’esperienza soggettiva di quei ricordi. Il passato è il prologo di questo momento».
La prima intervista congiunta dei fratelli in oltre vent’anni arriva soltanto in fondo al film, e resta lì per ragioni di storytelling prima che di contenuto. Le interviste singole erano state registrate prima ancora che cominciassero le prove. «Era importante che parlassero separatamente delle loro tensioni, delle loro ansie o dei loro timori rispetto a quello che stava per succedere», spiega Southern. «Se li vedi seduti insieme dall’inizio del film, poi non hai più nessun posto dove andare».
Knight la mette in termini più pratici: «Un’intervista congiunta all’inizio non sarebbe stata praticabile, e non sarebbe stata quello che è, perché è il punto d’arrivo. Solo quando sono arrivati a quel punto ha avuto senso metterli insieme. Si siedono uno accanto all’altro e vedi immediatamente che questi due fratelli adesso ci ridono su; e siccome sono geniali, praticamente qualsiasi cosa dicano potresti stamparla su una maglietta».
«Magari poi quella maglietta non la potresti indossare», affonda Southern.
«In effetti ci sarebbero parecchi asterischi», sorride Knight.
Glielo fa notare la sala, e Southern conferma il dato: nel film la parola fuck ricorre 179 volte. «Sì, le abbiamo contate».
Il film si chiude sulle note di What the World Needs Now Is Love di Burt Bacharach e Hal David (1965). La scelta viene da lontano e da vicino insieme: la faccia di Bacharach sta in una fotografia nell’angolo in basso a sinistra della copertina di Definitely Maybe, e Noel anni dopo ha finito per duettare con lui alla Royal Festival Hall.
«Ero via dal montaggio per qualche giorno, stavamo arrivando alla fine e ci chiedevamo: con quale canzone degli Oasis chiudiamo? Ne avevamo tante tra cui scegliere, ma c’era qualcosa in quel legame tra Bacharach e gli Oasis che aveva senso, e c’era il sentimento di quella canzone. Alla fine di quegli show era esattamente così: c’era un bisogno nel pubblico, un bisogno di quel momento collettivo, c’era un ritrovarsi, c’era tantissima emozione». Southern ha mandato un messaggio alla sala di montaggio proponendo di provarla, e ha funzionato. «Una volta che quel brano ha fatto da colonna sonora al finale, era impossibile immaginarlo diverso», conferma Lovelace.
Liam e Noel il film l’hanno visto soltanto a giochi fatti. «Era finito quando l’hanno guardato», precisa Lovelace. E com’è andata? «Più che soddisfatti, direi. Molto emozionati», risponde Knight.
La domanda che tutti aspettavano arriva alla fine: ma secondo voi litigheranno di nuovo? «Non credo, mi pare che vadano piuttosto d’accordo», parola di Lovelace. Sul perché avessero smesso di parlarsi, invece, il film non indaga e per un motivo molto preciso. «Molto è avvenuto senza che avessero bisogno di fare quella conversazione tra loro», di nuovo il regista. «Non sono il tipo di persone che si siedono a fare una lunga, profonda discussione su quel genere di cose». Knight ci mette il titolo. «Credo che il doc si chiami Don’t Look Back in Anger per un motivo. Non stiamo guardando indietro a quello che è successo. Abbiamo appena stabilito che ormai è andata così. Molti lo sanno, qualcuno no. Ma questo film parla dell’adesso, di quello che sta accadendo ora».
E poi la parte che spiega perché in sala, alla proiezione, ha pianto più di qualcuno: «In un’epoca di cattiveria e di meschinità, di social media e di gente anonima che si urla addosso, questo è un film su persone che trovano un terreno comune e si riconciliano. Abbiamo scoperto, nelle proiezioni, che spesso per chi lo guarda è un’esperienza molto emotiva; e quando finisce pensano che c’è qualcuno, probabilmente ognuno in questa sala ha qualcuno da cui è allontanato. È come se la gente lo guardasse e pensasse: “Ok, forse dovrei mandare un messaggio a quella persona, forse dovrei telefonarle”. È di questo che parla: del presente e del futuro».
C’è tempo per una controprova. Se Lennon non fosse morto, i Beatles sarebbero tornati insieme così? Knight sostiene di no, e la ragione è la stessa che tiene in piedi il film: «Loro non erano una famiglia, quindi penso sia diverso. Gli Oasis sono una famiglia, è un’altra cosa». Che impressione gli hanno lasciato i fratelli? «Sono intelligentissimi e divertentissimi, e la rottura è stata così pubblica. Molto di rado ti capita l’occasione di raccontare una storia tanto emotiva e avere in più il bonus che la colonna sonora è fantastica, perché l’hanno scritta loro».
















