Rolling Stone Italia

«Ma perché non eri mai venuto al Solinas?»

Siamo andati alla Maddalena al premio (vista mare) che mette insieme i mejo sceneggiatori di oggi e la leva che (speriamo) scriverà le storie di domani. E i produttori, i registi, i giornalisti, tutti a parlare di cinema come non si fa da nessun’altra parte

«Il gin tonic migliore dell’isola lo fanno al Duke», e allora tutti lì all’una di notte, «secco o agrumato?», però in entrambi i casi il gin è sardo, i local rispondono col pride all’assalto dell’ultimo gruppone di stagione. Cioè gli sceneggiatori affermati e quelli aspiranti del premio Solinas, di casa alla Maddalena da trentasette anni, e i produttori, i registi, i giornalisti, per una volta non ci si sente scribacchini a scrocco perché il senso del premio (parte del senso, quantomeno) è proprio mettere la gente del scìnema tra impegno e buffet, tutti aggregati dalla splendida officiante Annamaria Granatello in modalità a metà tra un Grande Fratello intellò e una (post) summer school di partito – solo che qua la formazione è reale, non si viene solo per scopare come nei camp politici.

Quindi si sta tutti insieme sempre, la seconda sera ancora il gin tonic della staffa ma alla taverna del porto che ha finito i bicchieri («però siete contenti che siamo qui in tanti», diciamo noi: la reazione del barman è un silenzio di granito rosa, local anche lui). L’ultima sera va bene anche il ristorantino sul mare senza spostarsi in paese, i bicchieri oramai son direttamente di plastica ma chissenefrega.

«Ma perché è la prima volta che vieni, sei pazzo?», e in effetti la domanda è comprensibile, perché questo piccolo happening isolano è la cosa più bella del mondo (ma non ditelo troppo in giro, già quest’anno era sold out), e anche l’indicazione di dove va il nostro audiovisivo (pardon), il posto in cui i convegni che paiono autoanalisi (titolo: “Dove abbiamo sbagliato?”) sono importanti tanto quanto le fughe per gli ultimi bagni a mare mentre i professionisti (pardon/2) si chiedono come combattere l’algoritmo o farselo amico.

Il Solinas è una cosa seria che si prende alla leggera, ma è il luogo – da sempre – da cui escono, sperèm, le writers’ room di domani, dissezionate dalla meglio generazione di sceneggiatori di oggi. Una formazione quasi calcistica (Rampoldi Sardo Macchia Gravino Fabbri Colella Serino, and counting) solida e solidale, forse si sputeranno dietro come Harry Styles con Chris Pine (fake news!) ma qui, sarà colpa del vermentino, non sembrerebbe.

Sono quelli che scrivono le storie che guardiamo, le serie soprattutto, perché tutti i produttori ora vogliono solo quelle. Sono quelli che stanno nascosti ma che meriterebbero il riconoscimento artistico, «in fondo ci va bene anche il solito anonimato, perché se no non avremmo fatto un lavoro per restare “dietro”; però ecco, che il nome dello sceneggiatore non venga mai fuori…». Avrebbe senso soprattutto ora che hanno potere, le case di produzione se li litigano, «siete stufi di questi prodotti da algoritmo? Ribellatevi, ne avete facoltà. Se vi fermate voi, si ferma il cinema», suggerisce correttamente qualcuno.

La mejo gioventù (adulta) dello script nostrano è qua a incontrare i wannabe colleghi di domani, ad ascoltarne i progetti acerbi ma consapevoli (basta storielle “due camere e cucina” come un tempo, ora i giovanissimi propongono trame a sfondo guerra, ambiente, politica, piene d’ambizione), a dissezionare i loro pitch (chiederei scusa di nuovo, ma ormai li chiamano tutti così), a giudicarli davanti agli altri giovani concorrenti, ma amici tra loro pure loro, in modo insieme tenero e spietato, come avviene – mi dicono – nei gruppi di sceneggiatori veri. È il battesimo del fuoco, ed è meglio farlo a venti minuti di gommone da Spargi.

E poi a leggere, giudicare, opzionare i soggetti del Solinas ci sono anche i produttori, che parlano coi giovani finalisti del premio in modalità speed date, coi ragazzi seduti alle tavolate (sempre vista mare) e i potenziali finanziatori a tentare di procacciarsi nuovi copioni, o solo gente sveglia da mettere alla prova – ai tempi delle botteghe di Scola Age Scarpelli si sarebbe detto “a cui far fare il n…”, ed era proprio la definizione precisa di quell’impiego lì, ma in questi tempi di soggetti zeppi d’inclusivity (anche qui) si capisce bene che la N word non si può usare più.

L’ultima sera si dovrebbe ballare ma l’impianto non va, si sente un Gimme Gimme Gimme ma è troppo basso, «mi sa che vogliono chiudere», però il gin tonic continuano a servirlo, e allora si va avanti fino a notte fonda, «tanto torniamo a piedi, mica vorrete prendere la navetta». Forse qui ci sono le storie che vedremo domani, forse è stato solo un bel reality, ora usciamo dalla Casa, dobbiamo tornare a lavorare.

Iscriviti