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Luca Argentero: «Mi dicono che ho avuto tante buone occasioni, io rispondo: voi avreste avuto lo stesso coraggio?»

Il coraggio di passare dal Grande Fratello a Özpetek. Di misurarsi con un monologo a teatro. E, ora, di pubblicare il primo romanzo: ‘Disdici tutti i miei impegni’. In cui, «senza aiuto di ghostwriter», racconta anche sé stesso. In quel modo pop «che vuol dire popolare, non scarso»

Foto: Virginia Bettoja

«Vorrei chiederti una cosa, prima di tutto: dietro questo libro c’è un ghostwriter?».
«Mi offendi».
«Non voglio offenderti, ma spesso funziona così».

Luca Argentero esordisce nella letteratura con il suo primo romanzo, Disdici tutti i miei impegni, edito da Mondadori. I detrattori sono pronti a rinfacciargli che ormai tutti si improvvisano scrittori, che chissà chi glielo ha scritto davvero, che troppi autori meriterebbero d’essere pubblicati ma non si chiamano Luca Argentero. Bene: lui invece è pronto a rispondere a tutto. «È la storia della mia vita: sono sempre stato quello non titolato. Ma utilizzare un ghostwriter per me sarebbe stato come mandare qualcun altro al posto mio sul set. Come vedi il libro è piuttosto sfrontato: ho preferito rischiare, pubblicando una roba come l’avevo pensata. Anche le singole virgole sono state oggetto di discussione con l’editor: abituato a lavorare su sceneggiature e dialoghi, alla virgola do l’importanza di una pausa, di un respiro, di un’intenzione».

È talmente onesto Luca Argentero, in questa fase della sua vita, che non ha neanche voglia di fingere un’urgenza narrativa o di ricamare sui risvolti creativi della questione: «Io non penso di avere talento: sono un buon lavoratore. La verità è che quattro anni fa mi è piombata in testa una storia, e mi sembrava che funzionasse. Poi a metà stesura mi sono messo le mani nei capelli: “Non ce la farò mai, non lo finirò mai”. Durante il primo lockdown eravamo in campagna e Cri (l’attrice Cristina Marino, sua moglie, nda) era incinta. Durante il secondo lockdown avevamo una bimba piccola, poi Cristina è rimasta incinta di nuovo e abbiamo avuto un altro figlio (lei nel frattempo se la ride, dalla cucina: “Così sembro incinta da dieci anni”, nda). Poi ho raggiunto un accordo con Mondadori e ho dovuto finire il libro per forza: l’ho scritto in tre mesi la scorsa estate, tassativamente durante il riposino di Nina. Tutti i giorni, dalle due del pomeriggio alle cinque, come un samurai».

Se ha dovuto dimostrare di meritarsi ogni prima volta della sua carriera (Comencini e Özpetek dopo il Grande Fratello, il battesimo a teatro, il ruolo da protagonista in DOC – Nelle tue mani) qui Argentero offre – quasi senza volerlo – una vera lezione di pop. Inizia con un aneddoto (erano lui, Harrison Ford e una chiacchierata dietro le quinte di Amici) e finisce con una considerazione semplice: per arrivare al pubblico bisogna pensare al pubblico. Sempre.

Che tipo di scrittore hai scoperto di essere? Vizi, vezzi, blocchi?
È stata un’attività più lunga e faticosa di quanto avessi preventivato, perché per me scrivere era sempre stato semplice e piacevole: buttare giù appunti, idee, lettere d’amore a mia moglie. Ci ho messo degli anni a completare il romanzo, ma mi do anche delle attenuanti: in mezzo c’è stata una pandemia, due lockdown e ho avuto due figli. Non sono rimasto a fissare il cielo con la crisi dell’autore. Poi mi sono scoperto estremamente affezionato, puntiglioso, rompicoglioni e geloso delle parole che ho utilizzato. Ho accettato pochissime incursioni in quello che avevo scritto e pensato.

L’uso che fai della metafora, la prosa incalzante e i dialoghi molto autentici sono tra gli aspetti più riusciti del romanzo: da dove arriva questo stile?
L’ho costruito da lettore, non essendomi mai sperimentato come autore se non in occasione del monologo teatrale, ma quella è una scrittura a sei mani ed è diverso (si riferisce allo spettacolo È questa la vita che sognavo da bambino? scritto con Edoardo Leo e Gianni Corsi, nda). Se io non fossi io, ma solo uno che decide di scrivere un libro, avrei scritto un romanzo un po’ diverso.

Perché? Essere Luca Argentero cosa comporta, se scrivi un romanzo?
Da una parte mi permette di essere pubblicato: se fossi un perfetto sconosciuto, probabilmente il mio romanzo sarebbe finito in coda a una lista di manoscritti sulla scrivania di un editore. Io invece avrei potuto fare un’asta per decidere da chi farlo pubblicare, e questa differenza è reale. Però proprio perché sono io, in qualche modo ho dovuto autocensurarmi sulla parte stilistica, come nell’utilizzo della punteggiatura: da appassionato di Joyce, Palahniuk e dello stream of consciousness, alcune parti le avrei lasciate molto più grezze. Una scarica di pensieri riportati su carta.

Se non fossi stato Luca Argentero, avresti anche scritto un romanzo autobiografico?
Se non fossi stato io, non avrei avuto proprio la necessità di dichiararlo. Invece mi rendo conto che questa duplice versione è strana. Ha stranito perfino mia madre, che mi ha chiesto timidamente se certe cose appartenessero a me o al personaggio, era un po’ spaventata all’idea che io conoscessi alcune situazioni. “Mamma, c’ho quarantacinque anni. Se alcune cose non le ho fatte io in prima persona, probabilmente le ho viste o le conosco”. È strano dover giustificare le azioni del proprio protagonista, e un autore di sicuro non è chiamato a farlo. Ma mi rendo conto che, da esordiente e da non addetto a questo lavoro, io debba farlo.

A un secondo libro ci pensi già?
Ci penso e mi interessa tantissimo. Anche per la natura del lavoro di scrittore, che ti porta ad essere più defilato rispetto a quello che ho dovuto fare negli ultimi vent’anni: metterci prima la faccia e poi il contenuto. Mi piacerebbe un secondo libro di narrativa, ma anche aiutare qualcun altro a scrivere una sua idea, magari una sceneggiatura.

Senti il bisogno di defilarti come attore?
Leggermente. Un po’ perché sento di aver fatto quello che potevo fare come attore, un po’ perché credo che se c’è un contributo che ancora posso dare, è soprattutto in termini di idee.

Foto: Virginia Bettoja

Nel libro scrivi: “Ho quarant’anni, e no, non vedo perché dovrei rinunciare al mio stile di vita. Fatelo voi che ci riuscite, meravigliosi uomini di casa, felici delle vostre abitudini quotidiane, dei vostri orari prevedibili, delle vostre dinamiche sessuali rallentate, dei vostri maldestri tentativi di cucina”. Fabio Resti è tutto quello che non hai voluto essere come uomo?
Per evitare la sovrapposizione tra la mia faccia e quella del personaggio, avevo scritto un capitolo zero: Fabio Resti sale sull’aereo per il volo Milano-Roma delle sette del mattino. Sai, quello con i politici e la gente dello spettacolo. Quando si siede, a fianco a lui c’è Luca Argentero. C’è uno scambio di battute tra di loro: Fabio Resti è molesto, ha pippato fino a due ore prima, ha ancora un po’ di Viagra in corpo, gli puzza il fiato di vodka, neanche si è fatto una doccia. Inizia a rompere i coglioni a Luca Argentero, e Argentero gli dice proprio questo: “Guarda, mi fai pena. Non ho voglia di farmi dare fastidio da uno che ha scelto qualcosa che vedo benissimo: è troppo semplice far serata fino alle sette del mattino. Mentre tu lasciavi la mancia alla escort, io stavo scaldando il latte. Quindi adesso, in quest’ora di viaggio, io mi riposo. Perché è l’unico momento che avrò per dormire”. È troppo più semplice scegliere di vivere come Fabio Resti, piuttosto che decidere di assumersi delle responsabilità.

Hai sempre avuto questi valori o hai dovuto arrivarci?
Io penso – e lo dico da genitore – che uno tenda a seguire l’esempio che ha ricevuto. E io ho ricevuto quell’esempio lì: ho sempre immaginato di costruire e vivere la mia famiglia. Però ci sono arrivato per fasi. A venticinque anni mi comportavo in un modo, a quaranta mi comporto in un altro. Quello che mi dispiace di quel tipo di quarantenne alla Fabio Resti è che è il più vecchio all’interno del locale. E a me avrebbe fatto molta tristezza essere il più vecchio del locale. Questo non vuol dire che non continuerò a far festa: sono e rimarrò un festaiolo, perché tale ero a venticinque anni. Non sono né bigotto né critico.

Però a Fabio Resti, su un aereo alle sette di mattina, avresti detto: “Mi fai pena”.
Io voglio bene a Fabio Resti, e rispetto chi sceglie quella vita in modo onesto, chi magari non ha voglia di prendersi la responsabilità di una famiglia. Invece critico il padre di famiglia che ha il figlio a casa ma va avanti a vodka finché non chiude la serata: lì c’è qualcosa che non va. E l’impressione è che ci sia un profondo egoismo, diffuso e dilagante. Comunque io sono fortunato: ho avuto modo di divertirmi per tanti anni, e ora non ho rimpianti (Cristina Marino ride ancora dalla cucina: “Beato te”, nda).

Diligenza anziché urgenza: è quello che ti contraddistingue?
Sì. Io non penso di avere talento, penso di essere un buon lavoratore. Non credo di essere un attore eccellente, credo di essere un buon professionista. Ed è una cosa che mi viene riconosciuta sul set: sono puntuale, preparato, ho imparato ad arrivare al segno, mi presento sempre con la memoria fatta. Poi, certo, ci sono occasioni in cui rendo meglio e altre in cui rendo peggio. Dunque avere un libro incompiuto mi faceva sentire un magone continuo, un fastidio dentro. Quando l’ho consegnato è stato liberatorio. Motivo per cui, quando l’editor mi ha rimandato indietro una bozza con seicentocinquanta note, ho pensato solo: “Nah, porca troia, non è ancora finita”.

Nel romanzo citi Trainspotting, e questo inno allo “scegliere la vita” è anche alla base dello spettacolo teatrale che ora si può vedere su Prime Video: “È questa la vita che sognavi da bambino?” è una domanda tosta da porsi.
È una frase che ti spinge a pensare, e infatti l’obiettivo era che il pubblico, dopo aver visto lo spettacolo, si chiedesse: ma tu hai avuto coraggio? È la vita che sognavi da bambino? Ce l’hai avuto quel pizzico di braveheart che tutti dovremmo avere per provare a fare qualcosa che veramente ci piace?

Tu ce l’hai avuto, quel pizzico di braveheart?
Io sono soddisfatto perché penso di aver avuto quel coraggio, anche quando c’è stato da chiedermi: cosa ci faccio su un palcoscenico? Come è possibile che io sia finito qui? Ok, magari sono stato fortunato: ma fallo te. Ce l’hai il coraggio di stare qua sopra a raccontare una storia per due ore? Ce l’hai quaranta pagine a memoria da recitare a duemila persone? Lo stesso vale per il romanzo, e già sono arrivati i primi commenti e le frasi a mezza bocca.

Luca Argentero impegnato nel suo monologo teatrale ‘È questa la vita che sognavo da bambino?’. Foto: Angelo Redaelli

Commenti tipo “e ti pareva, ora anche Luca Argentero scrive un romanzo”?
Sì, quella roba lì, che è un po’ il leitmotiv di tutta la mia vita. Sono sempre stato uno che partiva non titolato. È stato così per il cinema, per la televisione e per il teatro. Figurati per un romanzo… Eppure, guardandomi indietro, mi sembra di essermela cavata. Il detrattore ti dice: “Io non ce l’ho avuta, quella possibilità”, ed è vero. Però sono anche certo che quelle condizioni uno se le crea. Non credo al fato.

La tua vera fortuna dove la individui?
Nel ricevere determinate chiamate, nell’essere al posto giusto al momento giusto. La individuo oggi, da scrittore, quando penso a quale faccia vorrei per Fabio Resti. I grandi registi fanno così: del provino se ne fottono abbastanza. Özpetek, Sorrentino o Garrone se ne fregano dei nomi di cartellone, prendono quello che è giusto per il film, quello che avevano immaginato in scrittura.

Come ha fatto Özpetek con te?
Certo. Per quello non smetto mai di ringraziare Ferzan, perché si è accollato un rischio in un momento delicato, in cui nessuno lo avrebbe fatto. E quel film che è andato così bene è diventato il lasciapassare per fare tutta una serie di cose. Ecco la scintilla di fortuna: intercettare il gusto di Ferzan in quel momento, per quel film.

Però con Saturno contro avresti potuto distruggerti con le tue mani. Voglio dire: di gente che usciva dai reality ne era pieno, ma non tutti hanno superato la prova-attore.
Questo è un esempio giusto, ma era un’altra epoca. Sai perché mi sono stufato di parlare del Grande Fratello? Perché non esiste più. Non ci sono gli stessi ragazzi sconosciuti come in quel periodo siamo stati noi. Ora è gente dello spettacolo che viene inserita, a mio avviso, in un contesto un po’ grottesco in cui non mi riconosco più. Io ho un ricordo stupendo di quell’esperienza, ma la nostra era un’altra roba.

Te lo chiedo senza troppi giri: tu ti senti pop? E ti sta bene?
Io sono orgoglioso di essere pop. Il pop come lo intendo io significa popolare, non scarso. Significa che è vicino al pubblico, che è di tutti, come l’arte dovrebbe essere. Perché se l’arte è solo per voi cinque che vi guardate e vi date le pacche sulle spalle a vicenda, allora di che parliamo? La mia più grande soddisfazione legata a DOC è quando per strada mi fermano famiglie composte da figli, genitori e nonni dicendomi: “È la prima volta in dieci anni che stiamo sul divano tutti insieme a guardare la stessa cosa”. Significa riuscire ad essere trasversali e piacevoli, così tanto da piacere a persone diverse. E significa anche non essere schizzinosi rispetto al mezzo di riferimento, cioè accettare una serie su Rai 1 semplicemente perché è bella, senza farsi troppe pippe sulle sovrastrutture. Ho in mente almeno dieci grandi attori e colleghi italiani che, se si prestassero alla commedia, farebbero la fortuna del nostro cinema.

Foto: Rai

Invece come te lo spieghi che certi tuoi colleghi siano schizzinosi?
Credo sia per una sorta di pudore, per scelta, per essere collocati specificamente nel genere d’autore. E così rinunciano ad offrire delle grandi performance. Oggi secondo me non esiste più un vero star system pop. Negli anni Sessanta i grandi attori facevano i film di Comencini e Scola, ma il sabato sera erano in tv a fare il varietà. Questo significava avvicinarsi al pubblico, e io ho cercato sempre di essere il più vicino possibile alle persone. A volte anche facendo delle scelte impopolari per gli addetti ai lavori.

Per esempio andare a fare il giudice ad Amici?
Esatto. Quella non è una scelta artistica: è una scelta pop. Se qualche ragazzino mi scopre grazie ad Amici, probabilmente poi andrà a vedermi anche al cinema: riconoscerà un volto familiare e magari sceglierà quel film. Amici non è stata una decisione puramente commerciale per me, aveva una sua finalità. E la conferma mi è arrivata anche dagli ospiti internazionali: ricordo Al Pacino, Matthew McConaughey, Harrison Ford, veniva della gente che io non ci potevo credere.

Sì, a un certo punto c’eravate tu e Harrison Ford. Come è andata?
Be’, avevo Indiana Jones al mio fianco: gli ho leccato il culo per mezz’ora raccontandogli tutta la sua filmografia a memoria. E quella volta, in totale onestà, gli ho anche chiesto: “Scusa Harrison, ma te perché sei qua?” (ride). Era impensabile, voglio dire: come era arrivato ad essere l’ospite d’onore di Amici, in Italia? “Perché tu hai trentacinque anni e mi conosci perfettamente”, mi ha risposto lui, “ma questo programma ha un pubblico di adolescenti, e io esco al cinema con un film tra due mesi. Ho bisogno che questo pubblico mi conosca”. Capisci? Aveva settant’anni, era Harrison Ford, e ancora lavorava sul suo pubblico. Pensa che livello di professionalità, pensa come farebbe bene anche a noi curare così il nostro pubblico. Ecco il motivo per cui le sale rimangono aperte per i film americani: il loro star system ha creato un meccanismo per cui tu vuoi andare al cinema a vedere quella gente lì.

Nel libro citi diversi autori e pensatori: Pasolini, Schopenhauer, Steinbeck… e poi anche Lenin e Mussolini. Nessuno ha provato a dissuaderti?
(Ride) L’editore me lo ha chiesto: “Ma sei sicuro di voler mettere anche Mussolini?”. Certo, non è mica una forma di adesione. Tutti hanno un’opinione sulla libertà e sul tempo, anche i grandi pensatori della Storia. Non c’era un secondo fine né una par condicio. Ho fatto una ricerca e ho creato una raccolta che avesse un senso. La citazione di Mussolini, non a caso, è nel capitolo dell’interrogatorio in tribunale.

Disdici tutti i miei impegni: il titolo è un imperativo o un augurio?
Purtroppo non è un imperativo, ma è un augurio che mi faccio. Ed è il macrotema del libro: il tempo, la gestione del tempo, come è stato utilizzato finora e cosa fare di quello che resta. Nel titolo c’è la parte più autobiografica della questione, ed è il punto a cui sono arrivato alla veneranda età di quarantacinque anni.

Riesci a dire no?
È faticosissimo per me, perché penso sempre che il mio no per qualcun altro potrebbe essere un’opportunità incredibile. Io ho fatto moltissima fatica, negli ultimi quindici anni, a dire di no. Motivo per cui ho passato duecento giorni l’anno in una stanza d’albergo, vivendo tra voli e treni.

Quindi la carriera oggi che ruolo ha? Che senso assume la parola “impegno”?
Oggi non vedo il lavoro come una parte nobilitante della mia esistenza, perché mi toglie tempo per fare tutto quello che in realtà mi interessa di più: vivere. Mi piacerebbe allentare il ritmo, perché ho girato sempre come un pellegrino con la valigia in mano. Io non ci credo tanto a quelli che dicono “se non lavorassi non saprei come passare le mie giornate, mi sentirei perso”. Bene: io no. Io sarei felicissimo di non lavorare, nonostante ami quello che faccio. In questo momento lo sento ancora di più, proprio perché ci sono i piccoli, e i piccoli rimangono piccoli per poco tempo. Poi inevitabilmente non ti cagheranno più.

Hai dedicato il libro “A noi quattro”. Fingiamo di non conoscerti: che c’è dietro?
Il centro di tutto. Il libro è uscito nel momento in cui nella mia famiglia è esistito un “noi quattro”. Ho scritto la dedica a pochissimi giorni dalla consegna, quando il mio secondo figlio aveva qualche settimana di vita. Questo romanzo è anche la mia famiglia, e me lo ricorderò per sempre: quand’è che è uscito il mio primo libro? Quando è nato Noè.

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