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James Van Der Beek era la nostra adolescenza

Un ricordo personale e inevitabilmente millennial tra pontili, meme ante litteram e sogni spielberghiani

Foto: Michael Buckner/Deadline/Penske Media via Getty Images

È stato l’adolescenza di molti, James Van Der Beek. Di certo è stato la mia. Almeno quella televisiva. È stato il sognatore, l’idealista, il romantico ostinato, il lato rassicurante di un triangolo amoroso che per noi millennial valeva più della maturità (anche se #TeamPacey). È stato il nerd del grande schermo, che credeva davvero che «tutti i misteri dell’universo, tutte le risposte alle domande della vita, si trovino in un film di Spielberg». Quello convinto che l’amore avesse una sceneggiatura precisa e che Joey fosse il finale già scritto. Il problema è che la vita, a differenza del cinema, non sempre rispetta il copione. E a un certo punto arriva Pacey.

È stato Dawson Leery, James Van Der Beek, per me e per non so quanti milioni di wannabe forever teenager di tutto il mondo. Era il 13 gennaio 2000 quando Dawson’s Creek arrivava in Italia. C’era il pontile, Anouanouei, Michelle Williams sulle spalle di James nei titoli di testa. E c’era l’idea che l’adolescenza potesse essere un dialogo scritto benissimo, pieno di parole troppo grandi per la nostra età e di drammi che sembravano universalismi anche se vivevamo in provincia.

È stato la mia, la nostra educazione sentimentale alla regola dell’amico che non sbaglia mai (?). Throwback alla primissima scena: interno, camera di Dawson che sta guardando E.T. – L’extra-terrestre con Joey (Katie Holmes) sdraiata a fianco. «Sai, esiste la possibilità che potremmo fare sesso e restare comunque amici», lo stuzzica lei. «Impossibile. Quando due migliori amici oltrepassano quella linea, non si torna più indietro», sentenzia lui. Il coming-of-age filosofeggiante per eccellenza comincia con una teoria, e sappiamo già che quella teoria non reggerà.

Van Der Beek è stato un meme ante litteram. Il volto di un’angoscia adolescenziale sincera, sentimentale e pure un po’ piagnucolosa. Nell’ultimo episodio della terza stagione, titolo True Love, Joey sceglie Pacey (Joshua Jackson). Dawson la lascia andare ma poi crolla. Quel fermo immagine diventano virale (o qualunque aggettivo si usasse a quei tempi) prima ancora che chiamassimo “meme” un’immagine condivisa in loop. La “Dawson crying face” è nel canone del cazzeggio e sta bene su tutto.

Nel teen drama, è stato l’archetipo del bravo ragazzo che però fatica ad accettare che l’amore non sia un diritto acquisito. Negli anni lo abbiamo riletto, discusso, perfino processato. Ma ora non importa più. James è stato semplicemente Dawson. E lo ha sempre saputo che quel personaggio era diventato più grande di lui. Nel 2001, in Jay & Silent Bob… Fermate Hollywood!, compare nei panni di sé stesso e incassa sorridendo quando Jason Mewes lo provoca: «Che storia è quella di Pacey che ti ha fottuto Joey?». È una strizzata d’occhio ai fan che avevano vissuto come un trauma generazionale la sconfitta romantica di Dawson e un esempio perfetto dell’umorismo postmoderno di Kevin Smith, che fa a pezzi la sacralità del teen drama. È autoironia come antidoto alla fossilizzazione.

Anni dopo farà ancora di meglio: in Non fidarti della str**** dell’interno 23 interpreta una versione romanzata e ossessionata dalla propria legacy, un Van Der Beek egoriferito che vive all’ombra di Dawson e ci sguazza: le gag ricorrenti sulla serie, il falso libro di memorie, la rivalità immaginaria con gli ex colleghi. È uno dei casi più riusciti di ex-idolo teen che smonta, con talento e mestiere, la propria mitologia, consapevole di essere stato anche un simbolo dell’idealismo artistico pretenziosetto dei giovani registi in erba.

Ma James Van Der Beek ha provato a essere pure altro. Il quarterback fragile di Varsity Blues (1999), film culto da spogliatoio, che si ribella al coach autoritario di Jon Voight. Sean Bateman (il fratello minore di Patrick!) nelle Regole dell’attrazione (2002), studente cinico, manipolatore e completamente disilluso nell’universo nichilista di Bret Easton Ellis (sì, praticamente l’anti-Dawson). La versione grottesca e fuori controllo del DJ superstar in What Would Diplo Do? (2017).

È stato teatro, serie tv, il padre di Vampirina (!) nel cartoon, la pista di Dancing With the Stars, la maschera in The Masked Singer. È stato la prova che puoi sopravvivere al personaggio che ti ha definito, ma non puoi togliere il personaggio che ti ha definito dal cuore dei millennial. «Se fossi a un karaoke e partisse I Don’t Want to Wait una parte di me vorrebbe ancora nascondersi sotto il tavolo», confessava. Il prezzo dell’essere stato il poster nella cameretta di un’intera generazione di ragazze urlanti, senza averlo mai chiesto davvero. Diceva agli amici che voleva essere famoso, sì, ma senza esagerare: come Mandy Patinkin. Solo che quando diventi l’adolescenza di qualcuno, non puoi più essere “solo” un attore. 

Sei un pezzo di vita, forse quello più difficile, ma anche l’unico dove tutto è possibile.

Era il sogno del cinema Dawson. Era l’idea che l’arte potesse salvarti. Era la convinzione che bastasse scegliere il film giusto per trovare la risposta giusta. Era la pretesa, bellissima e ingenua, che la vita avesse soltanto bisogno di una colonna sonora e di un montaggio migliori.

È stato l’adolescenza di molti, James Van Der Beek. Ci ha fatto credere che bastasse l’illusione di un grande amore e una videocamera in 8mm per mettere ordine nel caos. Oggi, senza di lui, noi millennial siamo tutti un po’ più adulti. E non è necessariamente una bella cosa.

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