

Foto: Sacha Lecca
Will Arnett vuole raccontare una barzelletta. È più che altro uno sketch, ammette, che lui e il suo amico di vecchia data, Bradley Cooper, facevano a Santa Monica un tempo. La premessa di base è questa: un uomo cammina per strada e incontra un suo amico. Non si vedevano da anni. “Come stai?”, chiede il primo. L’amico risponde: “Ma scherzi? Mi sto divertendo un mondo. È fantastico. Non sono mai stato meglio!”
Arnett spalanca gli occhi e sorride mentre parla, imitando con maestria un uomo che ha raggiunto uno stato di beatitudine. Il suo famoso tono da baritono rauco, quello che ha impreziosito di tutto, dalle pubblicità dei camion ai film per bambini, si fa frizzante. Per un attimo, l’aria intorno a lui nello studio di registrazione di Chelsea si riempie del suono dell’uomo più felice del mondo.
Improvvisamente, Arnett smette di sorridere. Assume un’espressione impassibile. Abbassa la testa, come se stesse fissando una telecamera immaginaria, sul punto di rompere la quarta parete con fare cospiratorio. Pronuncia la battuta finale: “E poi scende dal marciapiede e viene investito da un autobus”. Scoppia a ridere.
L’attore cinquantacinquenne, originario di Toronto, dà la netta impressione di essere uno che, anche quando si diverte un mondo, potrebbe sempre tenere d’occhio un autobus in arrivo. Arnett era arrivato a New York per diventare un attore serio, di quelli che studiavano alla scuola di Lee Strasberg e che irradiavano gravitas nei drammi tragici. Invece, dopo anni di piccoli ruoli televisivi occasionali, ha ottenuto una parte in Arrested Development, la sitcom cult di Mitch Hurwitz sulle disfunzioni familiari. La serie ha meritatamente trasformato Arnett in una star (e gli ha fatto ottenere una nomination agli Emmy) per il suo ruolo di Gob Bluth, il mago fallito e disperato. Ben presto, Arnett divenne un caratterista molto richiesto, interpretando una varietà di ruoli che lui stesso definisce «un potente elisir» di arroganza e incompetenza.
Ma se aveste sentito come Arnett ha trasformato in oro la materia oscura che componeva il ritratto di un attore in declino e in crisi esistenziale di BoJack Horseman, o visto come ha conferito un senso di sofferenza all’alcolizzato in difficoltà nella commedia drammatica Flaked, creata insieme al suo partner di scrittura Mark Chappell, sarebbe stato chiaro che in lui si celava una profondità che aspettava solo di essere pienamente sfruttata. Nel 2022, tra i tutti i posti possibili, su una chiatta ad Amsterdam trovò la sua occasione. Durante un pranzo di gruppo su quell’imbarcazione, Arnett si sedette accanto a un uomo di nome John Bishop e rimase incuriosito dalla sua storia vera. Quel tizio londinese raccontò di come si trovasse nel bel mezzo di un divorzio burrascoso e stesse rapidamente toccando il fondo quando, d’impulso, decise di provare la stand-up comedy a una serata open mic. L’esperienza aiutò Bishop a ritrovare la sua grinta, e ora è un comico molto conosciuto nel Regno Unito.
Arnett iniziò a lavorare con Chappell a una sceneggiatura sulla trasformazione di Bishop; Cooper ha accettato di dirigere il film. Il risultato, È l’ultima battuta? (nelle sale italiane dal 2 aprile, ndt), spinge Arnett fuori dalla sua solita comfort zone comica, e ne vale la pena. Ripercorrendo una variante della storia di Bishop, con particolare attenzione al matrimonio in crisi tra il personaggio di Arnett, Alex Novak, e sua moglie, Tess (Laura Dern), il film si concentra sull’inaspettata rinascita che Alex trae dal trasformare il suo dolore in sketch comici. (Qualsiasi somiglianza con la relazione di Arnett con Amy Poehler, con cui è stato sposato per 13 anni fino al 2016 e con cui ha due figli, è puramente casuale; i due ex coniugi sono rimasti in ottimi rapporti).
Arrivando alla fine di una stagione in cui sta ricevendo alcune delle migliori recensioni della sua carriera, e con il suo podcast SmartLess, che conduce insieme agli amici Jason Bateman e Sean Hayes, in cima alle classifiche, Arnett riconosce che, come il comico dilettante del film, sta vivendo una vera e propria seconda giovinezza. «Essendo vulnerabile in questo modo, mi sono liberato di una certa dose del mio cinismo su molte cose», dice Arnett. «Mi ha riconnesso con la sensazione che provavo quando mi sono trasferito a New York 35 anni fa. Mi ha fatto sentire di nuovo un ragazzino».
È l’ultima battuta? racconta la storia di un uomo che sta attraversando una crisi di mezza età. Una sera entra per caso in un bar e finisce per improvvisare un monologo comico. Cosa ti ha attratto della storia di John Bishop?
John stava divorziando e non voleva neanche pagare l’ingresso in un bar dove si teneva una serata open mic. Alla fine è salito sul palco e, per la prima volta, ha in un certo senso detto la sua verità su dove si trovava e cosa stava passando. L’ho trovato davvero toccante. E ciò che mi ha colpito di più è stato che la settimana successiva è tornato e l’ha fatto di nuovo. Non l’ha detto a nessuno. Dopo qualche mese, ha iniziato a migliorare, a trovare la sua voce. La gente gli diceva: “Cos’è cambiato in te? Sembri migliore, più leggero, più a tuo agio”.

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Il potere dei “dieci punti”.
Esatto, questo è il potere dei dieci punti. E tutte le parti incredibili della storia [che si vedono nel film] sono vere. Ad esempio, sua moglie arriva nel locale con delle amiche del lavoro e sente: “Diamo il benvenuto sul palco a John Bishop”. Lei fa: “Cosa?”. Lui inizia a raccontare barzellette e la sente ridere. Dopo, si incontrano al bar. Lei dice: “È l’uomo che ho sposato”. E poi, a lui: “E sei molto più felice”. E ricominciano a parlare. Questo mi ha davvero colpito.
Questo film rappresenta una vera svolta per te: è praticamente un ruolo interamente drammatico. Cercavi una storia che ti mettesse alla prova o ti portasse fuori dalla tua comfort zone?
In nessun momento della mia vita ho cercato una sfida (ride). Non c’era una parte di me che pensasse: “Voglio fare qualcosa di diverso. Voglio mostrare al mondo un nuovo lato di me”. Ma quando ho sentito questa storia, ho pensato: “Perché non farla io?”
Quando hai portato la sceneggiatura a Bradley, c’era qualcosa, oltre al fatto che eravate amici da vent’anni, che ti ha fatto pensare che proprio lui dovesse leggerla?
Oltre alla fiducia che provo nei suoi confronti e al mio affetto per lui, è un regista formidabile e bravissimo a capire le persone e le relazioni. Ho pensato: “Non è una cattiva idea ricevere consigli gratuiti da un regista del suo calibro”. Non sapevo cosa mi avrebbe detto quando mi avrebbe richiamato dopo averla letta. Invece mi disse: “Se per voi va bene, mi piacerebbe dirigerlo e riscriverlo con voi”. E io pensai: “Dici sul serio?”. Bradley continuò: “Per me dobbiamo concentrarci sul matrimonio e su cosa sta succedendo a queste persone, sul motivo per cui si stanno allontanando”. È stato lui a coinvolgere Laura Dern. Da lì tutto è cambiato, è sbocciato.
Non avevi mai fatto stand-up comedy prima di prepararti per questo film?
Mai. Nemmeno una volta. Per questo film, l’ho fatto tutte le sere per circa sei settimane, tre volte a sera al Comedy Cellar [a New York]. Abitavo lì vicino e io e Bradley ci mandavamo messaggi: “Va bene, ci vediamo lì”. Provavo i vari sketch che abbiamo nel film, sketch più lunghi di quelli che usiamo effettivamente, ma con materiale diverso. Non pensavo di prepararmi realmente per il film. Stavo solo cercando di capire cosa prova nel salire su un palco qualcuno che non ha alcun legame con il mondo dello spettacolo.
Hai fatto questi sketch usando il nome del tuo personaggio, Alex Novak. Ma la gente ti riconosceva?
Spesso il pubblico sapeva chi fossi. Salivo sul palco e ridevano, poi si confondevano. Ma dovevo semplicemente andare avanti e continuare con lo spettacolo.
Sei una persona famosa che è stata sposata con un’altra persona famosa, e poi ha divorziato sotto gli occhi di tutti. Improvvisamente, ti ritrovi sul palco con un altro nome a parlare di un divorzio doloroso. Ti sei mai chiesto se la gente pensasse: “Sta facendo una specie di sketch alla Andy Kaufman?”. O, nel peggiore dei casi: “Quindi, Will Arnett sta parlando della fine del suo matrimonio, e ha un esaurimento nervoso sul palco alle 22:30 di martedì al Comedy Cellar…”
Non solo, ma anche: “Se pensa di divorziare, è in ritardo di almeno 14 anni. Se ne rende conto solo ora?” (ride). Oppure mi cercavano su Google in tempo reale, per vedere se mi fossi risposato. Ricordo una sera in cui ero fuori dal Cellar, dopo essere salito sul palco; una donna si è avvicinata e mi ha chiesto: “Allora, voi due vi sentite ancora?”. Questo dopo che avevo raccontato la storia di Alex e di quanto gli mancasse sua moglie. Ho pensato: “È fantastico. Se mi credono, significa che ho raggiunto un obiettivo”. Ma sì, sotto molti punti di vista è stato molto strano.
Il tuo istinto da artista è quello di salire sul palco e strappare una risata, invece dovevi rimanere seduto di fronte a quei silenzi imbarazzanti perché Alex non sapeva cosa fare. Che sensazione è stata?
Bradley sapeva che, lasciato a me stesso, probabilmente avrei cercato un modo per tirarmi fuori dai guai, magari con una battuta o cercando di essere divertente in qualche modo banale. Avevo fatto due set ad Austin al Mothership, poi siamo tornati [a New York] e ho iniziato ad esibirmi tutte le sere al Cellar. E quella prima sera di ritorno a New York mi ha fermato, mi ha messo una mano sulla spalla mentre stavo per salire sul palco e mi ha detto: “Faremo qualcosa di diverso”.
Diverso da?
Da quello che pensi di dover fare in un comedy club. “Non preoccuparti di cercare di farli ridere, non preoccuparti di salire sul palco ed essere te stesso e cercare di assecondare quello che pensi che pensino di te, o che tu debba essere un tipo divertente. Siamo qui proprio per lavorare su questo. Stiamo facendo qualcosa di diverso”. Questo è tutto quello che mi ha detto, e in quel momento ho capito perfettamente. Mi ha dato la licenza di non preoccuparmi di tutte quelle stronzate e di non dover salire sul palco ed essere divertente a tutti i costi. Era come dire: sali sul palco, assorbi il silenzio, accetta l’imbarazzo e sappi che va bene così. Perché è spaventoso salire sul palco ed essere apatico e dire: “Non ho battute. Credo che divorzierò”. La gente non sa come reagire.
Ci sei solo tu, il pubblico e quel microfono.
Già. Ho fatto un paio di volte delle figuracce. Una sera in modo clamoroso.
Cos’è successo?
Ogni tanto, ci capitava di fare delle cose che avevamo scritto e che non erano finite nel film. C’eravamo io, Bradley e il nostro amico Bob, un ex stand-up comedian: scrive per molti comici ed è un autore di commedie esilaranti. Quindi io e Bob stavamo scrivendo un mucchio di battute solo per me, da provare. Un sabato sera vado nella sala principale al piano di sotto e spacco tutto. Penso: “Dopo questo, farò uno speciale di stand-up. Sarà fantastico. Scriveremo altro materiale. Faremo faville”. Cinque minuti dopo andiamo in un altro bar dietro l’angolo. Lo stesso materiale. Silenzio assoluto. Le uniche risate che sento in fondo alla sala sono quelle di Bradley e del mio amico. Sono gli unici che si sbellicano dalle risate.

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Perché sanno che stai facendo una figuraccia.
È spaventoso. Voglio dire, non sono mai stato bravo in certe cose. Conosco il fallimento. Ma in quel caso ho provato una sensazione di solitudine assoluta. Non puoi nasconderti dietro l’asta del microfono. Non è abbastanza larga da nascondere il tuo corpo. C’è stato un momento in cui ho pensato: “Metto il microfono sull’asta e me ne vado”, ma non potevo farlo. Pensavo: “Ok, provo con un’altra battuta. Niente? Ok, fantastico…”. Il rovescio della medaglia è che, una volta superato quel momento, è assurdamente divertente: per te, non per loro. Penseresti che dopo una cosa del genere tornerai a casa sentendoti un po’ uno schifo. Invece mi sentivo piuttosto bene.
Davvero?
Sì, perché a quel punto mi sentivo immune alle critiche. C’erano 50 persone che non ridevano a tutto quello che dicevo, e l’obiettivo era farle ridere. E non ho cercato di strappare nemmeno una risatina. Vai avanti. Di’ pure le battute peggiori. Va bene.
Parliamo di SmartLess. Inizialmente doveva chiamarsi The Journey, giusto?
Credo che il primo titolo fosse ancora più ambizioso. Doveva essere profondo. Volevo fare qualcosa che entrasse davvero in contatto con le persone, e poi ho fatto questo podcast in cui parliamo del nulla. Siamo solo io e i miei amici che scherziamo, il che è molto meglio. È molto più divertente.
È diventato il fulcro di quello che sembra essere un impero di podcast per voi tre, in questo momento.
Per qualche ragione, ha avuto successo, il che è fantastico, ovviamente. Non si può fare tutto nel vuoto. È gratificante vedere quante persone l’hanno apprezzato, a volte mi stupisco ancora che piaccia alla gente. Ma mi diverto un sacco. Ne ho registrato uno oggi pomeriggio a casa mia, proprio prima di venire qui per questa intervista. Non c’è niente di pianificato in anticipo. Appena ci colleghiamo, iniziamo a registrare e poi improvvisiamo. Tipo, Sean si collega, sta mangiando un biscotto. Non è uno sketch. Sta facendo il suo spuntino pre-pranzo. “Ho un pranzo, ma è più tardi”. “A che ora?”. “Alle 14”. “Be’, ora sono le 11:30”. “Sì, quindi ho appena mangiato un wrap di pollo e un biscotto”. E poi Jason inizia a prenderlo in giro. Non è poi così divertente, ma per noi è fantastico perché ce l’abbiamo con lui.
Il podcast ha cambiato in qualche modo la vostra amicizia? Perché in origine è nato da un’idea semplice: dato che eravamo in periodo di pandemia, non potevate vedervi spesso e volevate passare del tempo insieme. Poi si è trasformato in un progetto da un milione di dollari.
Ha cambiato la nostra amicizia? No. Anzi, siamo più uniti che mai. La gente me lo chiede spesso, anche rispetto a Bradley e al lavoro insieme sul film. Siamo più uniti perché stiamo facendo qualcosa che amiamo e che ci diverte davvero. È divertente a diversi livelli e per diverse ragioni, se lavori con le persone che ami. In genere, questo ti avvicina. Se io e te lavorassimo insieme, David, ci uniremmo ancora di più.
Dici?
Diventeremmo molto uniti.
Mi piace il tuo ottimismo al riguardo.
Sono ottimista su tutto. Non è un atteggiamento da “bicchiere mezzo pieno”, ma da “bicchiere pieno”. Completamente colmo.
Cosa pensi che renda i podcast così interessanti per le persone?
Non lo so. Prima ero un po’ scettico sui podcast, pensavo: “Mi piacevano anche prima, quando si chiamavano radio”. La gente ha ascoltato la radio per molto tempo, ma i podcast sono molto più spontanei. La radio sembrava solo riempire gli spazi tra una canzone e l’altra o tra un notiziario e l’altro. Era sempre scandita da orari precisi. I podcast, invece, sono come dire: “Ehi, qui non ci sono restrizioni. Siamo qui solo per fare questo”. Credo che quando le persone ascoltano il nostro podcast nello specifico, mantengano comunque un rapporto intimo, perché non abbiamo i video. Siamo uno dei pochi [podcast] a non averli. Penso che le persone siano più propense ad ascoltarlo davvero. Una volta aggiunto il video… ora lo dico, e quando uscirà questa intervista avremo già firmato un contratto per realizzare video o qualcosa del genere…
Succederà?
Non sto dicendo che accadrà a breve. Sto solo scherzando. Ma c’è qualcosa di speciale nell’esperienza di ascoltare solo delle parole con le cuffie. Molte persone che mi parlano di SmartLess mi raccontano di come lo ascoltano in macchina mentre guidano, o in palestra, o durante una passeggiata, ovunque, e sentono quella connessione intima. Una volta che iniziate a guardare un video, vi limitate a osservare. Non ne fate più parte. Diventa tutto molto più formale. Il nostro podcast non è formale in quel senso.

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Chi ha avuto l’idea di invitare un ospite senza dire agli altri due chi sarebbe stato?
Be’, è una cosa controversa. L’ho avuta io. Ed è controversa perché [Jason e Sean] dicono: “Be’, non sappiamo chi abbia avuto l’idea”. E io rispondo: “Dobbiamo fidarci di uno con una buona memoria o no? Questa è l’unico caso in cui non vi fidate della mia memoria. La mia memoria è infallibile”. Quindi sì, confermo che l’idea è stata mia.
L’idea ti è venuta senza sapere che alla fine avrebbero invitato la tua ex moglie, ed è ancora uno dei miei episodi preferiti. È stato davvero bello sentire l’atmosfera così dolce tra voi due.
Sì, è stato un episodio fantastico. Amy ha mandato un messaggio a me e a Sean stamattina dicendo: “Siamo stati tutti nominati ai Golden Globe, festeggiamo!”. E poi ha aggiunto: “Non ho il numero di Bateman, probabilmente è meglio così”. Questo era il messaggio (ride).
Quell’episodio probabilmente ha chiarito molti dubbi sulla vostra relazione.
La gente pensa di sapere tutto. Nel corso degli anni, ho letto tantissime opinioni a riguardo. È davvero esilarante quanta roba venga inventata senza che nessuno ne abbia la minima idea. Certo, fa parte della cultura delle celebrità a cui partecipiamo tutti. E comunque, [la celebrità] mi ha portato fortuna. Quindi non voglio certo sminuirla. Ma una delle cose più allarmanti della sua partecipazione al nostro podcast è stata che i miei figli mi hanno mentito. È questo che mi ha turbato.
Be’, hanno tenuto un segreto. È diverso dal mentire.
Hanno omesso la verità. Mio figlio di 15 anni mi ha detto: “Papà, mi dispiace tanto. Lo sapevo e non volevo…”. E io: “Va bene, amico”.
Che rapporto hai con la fama oggi?
Faccio ancora fatica. Ma bisogna stare attenti. L’universo ti dirà: “Bene, non la vuoi? Te la portiamo via”. La fama è una cosa strana. E non sono certo la persona più famosa del mondo. Quindi, per la maggior parte del tempo, alla gente non importa poi molto di quello che succede nella mia vita. Ma non si è mai trattato di essere famoso: io volevo venire a New York e fare l’attore, era questa la mia intenzione quando sono atterrato qui nell’agosto del 1990. Sono venuto qui per fare l’attore, non il comico. Avrei studiato alla Strasberg. La gente mi avrebbe preso sul serio, e io volevo fare cose serie e profonde. A un certo punto ho iniziato a fare provini per le sitcom, anche se inizialmente non volevo perché pensavo che fossero al di sotto delle mie capacità.
E poi, dopo essere rimasto senza lavoro per un po’…
Ero disperato all’idea di dover recitare in una sitcom. Dopo due settimane, ho pensato: “Oddio, farei un provino per qualsiasi cosa”. Da giovane parti con grandi ambizioni, e poi pensi: “Cavolo, devo pagare l’affitto”. È così che ho iniziato a farmi strada nella commedia, facendo provini per le sitcom. Non ho avuto il lusso di frequentare il Second City, di fare sketch comici, improvvisazione o stand-up comedy. Ho imparato tutto al contrario.
Alla fine avete realizzato una sitcom di successo.
Dire che Arrested Development ha cambiato tutto nella mia vita è un eufemismo. Ma ricordo quando la stavamo girando non avevamo idea di cosa sarebbe diventata. Abbiamo iniziato a girare nell’agosto del 2003 e non credo che sia andata in onda prima del novembre dello stesso anno. Le sceneggiature erano bizzarre e le scene erano folli. Pensavamo: “Forse stiamo facendo la cosa peggiore di tutti i tempi”. Ma ci divertivamo tutti un sacco. C’era una sala di montaggio vicino ai set dove giravamo. Un giorno ho incontrato uno dei montatori, che mi ha detto: “Cavolo, sto montando queste puntate… sono davvero buone”. E io ho pensato: “Ah, davvero?”. Non avevo idea di cosa significasse fare qualcosa di veramente buono. Ricordo David Cross, che adoro: aveva lavorato a Mr. Show, quindi aveva una certa reputazione nel mondo della comicità, e un giorno si avvicinò e disse: “La gente ama davvero la serie. Apprezza quello che fai”. Anche Bob Odenkirk, che ha partecipato alla serie per un breve periodo nella prima stagione, disse la stessa cosa. Darei qualsiasi cosa ora per poter fare qualcosa di simile e avere un successo del genere.
Quando la serie era al suo apice, la gente ti fermava tutto il giorno cantando The Final Countdown degli Europe?
Oh, la gente faceva di tutto. Mi facevano il ballo del pollo. Mi urlavano “Michael!” da un capo all’altro della strada. Ma per tornare alla tua domanda sulla fama: non si è mai trattato di diventare famosi, l’idea era fare qualcosa come Arrested Development. Quello era l’obiettivo.
Come ti è stato presentato BoJack Horseman? Perché capisco che tu abbia potuto pensare: “Credo di sapere di cosa si tratta”. La storia era incentrata su un attore che vuole essere preso sul serio, che lotta contro la dipendenza… cose che anche tu hai vissuto in passato.
Raphael Bob-Waksberg, il creatore e sceneggiatore di BoJack, un tipo geniale, mi ha detto: “Ho intenzione di creare questa serie. Ti piacerebbe far parte di un progetto in cui, per il resto della tua vita, le persone cercheranno di rimodellare la tua esistenza per farti sembrare BoJack Horseman?”
Hai appena risposto alle mie prossime sette domande.
Adoro BoJack. Mi è piaciuto tantissimo lavorarci. Raph è uno sceneggiatore incredibile. Prima abbiamo girato un cortometraggio di 13 minuti con un gruppo di persone, tra cui Aaron Paul e Amy Sedaris. Il cast del pilot era già pazzesco. Tutti a Hollywood l’hanno rifiutato. Ogni canale. Tutti tranne [il capo di Netflix] Ted Sarandos. Erano gli ultimi rimasti. Lui mi ha chiamato e mi ha detto: “Penso che farò questo BoJack“. E sembrava una cosa controversa da dire, ma ha detto: “Lo farò perché è davvero divertente”. Nel mio settore, non è sempre questo il motivo per cui scelgono un progetto.

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Di solito dicono: “Ci piace molto. È fantastico. È davvero intelligente. Non vediamo l’ora di guardarlo, ma non lo produrremmo mai”.
Esatto. [Ted] voleva farlo perché lo trovava divertente. Non perché fosse commerciale, non perché “pensiamo che abbia un grande appeal e che attirerà spettatori”. Semplicemente perché era divertente. Voglio molto bene a Ted, abbiamo un rapporto di lunga data. Quando stavamo lavorando ad Arrested Development: The Re-Up su Netflix, eravamo una delle loro prime serie in streaming. Questo accadeva prima che diventassero la Netflix che conosciamo oggi, l’azienda che ha appena acquistato il governo degli Stati Uniti. Non leggo Bloomberg, ma credo che sia andata così.
È incredibile come in BoJack, sotto la copertura di questa meravigliosa commedia dell’assurdo, si nascondano così tanto dolore, depressione e roba davvero oscura in cui vi immergete. È una di quelle cose in cui non c’è un aut aut: è come un cucchiaino di zucchero in cui qualcuno mette dei pesanti antidepressivi.
Ci sono stati tanti momenti in cui maneggiavamo della roba davvero pesante e difficile, poi finivamo la ripresa e Raphael diceva [con voce euforica]: “Ce l’abbiamo fatta!”. E io pensavo: “Raph, non è divertente. È una vera seccatura, amico”. Mi ha rovinato un sacco di mercoledì. Registravo dalle 10 alle 11 o 11:30, e poi dovevo passare il resto della giornata a cercare di scrollarmi di dosso BoJack. Ma sì, è stato davvero d’impatto e super, super divertente. C’erano gag e battute esilaranti. Ed era anche una sorta di saggio sulla salute mentale, la depressione e tutto quel genere di cose.
Quando senti dire: “Will Arnett è bravissimo a interpretare gli stronzi”, di solito rispondi con qualcosa tipo: “Non sono stronzi, sono solo arroganti e incompetenti in egual misura”.
Mi piaceva molto interpretare quel tipo di personaggi, sì. Arroganti e incompetenti: un elisir potente.
Era il tuo punto di forza. Ma se guardi BoJack e la serie che hai fatto subito dopo, Flaked, sembra che tu sia attratto anche da personaggi che cercano di tirarsi fuori da un guaio in cui si sono cacciati e di trovare, se non la pace interiore, almeno un punto di stabilità. C’è un filo conduttore tra quei personaggi e il tizio di È l’ultima battuta?, secondo te?
Tutti abbiamo dei difetti. Queste sono versioni esasperate delle persone che incontriamo nella vita reale, ma sono persone che hanno sbagliato, in modi diversi. Ma qual è l’alternativa? Interpreterei personaggi che fanno cosa? Immagino che potrei fare film in cui mia figlia viene rapita da dei terroristi o… (fa una pausa) be’, mi piacerebbe molto fare un film del genere! Ma amo la semplicità di queste persone che cercano solo di migliorare. Il protagonista di È l’ultima battuta?, che incontriamo quando ha toccato il punto più basso, è molto simile a qualcuno che tutti potremmo conoscere. E poi: è ispirato a una storia vera. Quindi non è che mi sia detto: “Ehi, devo capire come affrontare i problemi della mia vita”. Non è stata questa la motivazione. Adoro la storia di queste due persone che trovano un modo per riavvicinarsi. Adoro quella parte della storia. Ma in realtà sono solo io che interpreto un personaggio e cerco di capirlo. Lui non vivrebbe la mia vita, né io la sua.
Qualcuno ha recentemente detto che questo è stato un anno pazzesco per te, e tu hai risposto: “È stato uno degli anni più intensi e trasformativi della mia vita, non solo come attore. È stato trasformativo per me come persona, punto e basta”.
Già.
In che senso?
In ogni senso. Ho imparato molto, facendo qualcosa di impegnativo come artista e recitando in questo film costringendomi a essere vulnerabile come non lo ero mai stato prima. Si potrebbe dire che Flaked sia stato un precursore in questo senso, ma questo mi ha aiutato ad aprirmi come interprete. Volevo offrire un’interpretazione naturalistica e autentica, e cercare davvero di capire cosa stesse succedendo a questo personaggio. E il processo mi ha aiutato a liberarmi di molte cose che mi portavo dentro da anni. Quello che Alex ha passato facendo stand-up comedy e come questo lo abbia aperto, be’, mi sono reso conto a un certo punto che stavo vivendo un’esperienza simile come attore. Sono tornato al mio appartamento e ho pensato: “Cazzo, sono su un binario parallelo”. Mi ha fatto ritrovare le sensazioni che provavo quando mi sono trasferito qui 35 anni fa. Mi ha fatto sentire di nuovo un ragazzo. L’ho fatto per pura passione. Di certo non per i soldi. Non ne ho guadagnati. Era un film a basso budget, abbiamo girato in 33 giorni, ed è stata un’esperienza incredibile sotto ogni punto di vista. Ho iniziato con l’intenzione di realizzarlo, e poi ho avuto la possibilità di farlo con due dei miei amici più cari. Tutto il resto è solo rumore di fondo. Il processo creativo mi ha completamente rigenerato. È stato davvero fantastico.