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Vincenzo Crea, avere vent’anni

Se non lo conoscete già, segnatevi il suo nome, perché è tra i talenti del nostro cinema da tenere d'occhio. E chiude un 2019 già pienissimo con il botto: il suo primo film Netflix, 'The App'

Foto: Netflix

Quest’anno Vincenzo Crea di cose ne ha fatte parecchie: è stato nel cast del kolossal italiano Il primo re, ha portato al cinema la commedia Nessuno come noi, ha interpretato Niccolò Machiavelli in una serie internazionale, ha girato l’adattamento degli Indifferenti di Moravia al fianco di Valeria Bruni Tedeschi. E, per chiudere con il botto questo 2019, è uscito anche il suo primo film Netflix, a metà tra The Neon Demon e Her – Lei, per ispirazione e temi: The App, diretto da Elisa Fuksas e disponibile sulla piattaforma dal 26 dicembre. Vincenzo interpreta il rampollo di una famiglia potentissima, un futuro divo del cinema che la fidanzata convince a iscriversi a un’app per incontri online, dove lui inizia a chattare con quella che sembra la sua donna ideale.

Niente male, soprattutto considerando il fatto che Vincenzo ha 20 anni. Ma non gli dite che è maturo per la sua età, perché è un ritornello che sente da sempre e, giustamente, un po’ si incazza. Che è anche normale per uno che ha esordito a soli 11 anni in Distretto di Polizia e recita praticamente da metà della sua vita. Dal primo film, Appartamento ad Atene, in poi, tanti altri personaggi, sempre diversi. Quello in The App è il suo secondo ruolo da protagonista assoluto dopo I figli della notte di Andrea De Sica, con cui nel 2017 si è guadagnato una menzione speciale al premio Biraghi (il Nastro d’argento degli emergenti). «Sembra una vita fa! Ho fatto tante cose, ci sono stati momenti in cui ho lavorato, altri in cui ho studiato, spesso mi sembrava di stare indietro, pensavo di essere in ritardo. E invece adesso mi sento davvero nel posto giusto», mi racconta al telefono. Vive a Londra, dove segue dei corsi di recitazione («non in un’accademia però, perché sono troppo restrittive e io voglio stare sul set nel frattempo»), ma è tornato a casa, a Roma, per le feste e per il lancio del film.

Come definiresti questo 2019?
Decisamente variegato, basta guardare l’excursus dei miei capelli durante l’anno: sono passato dal portarli ricci sulle spalle a super lisci ad abbastanza corti per Gli indifferenti, e poi una mezza lunghezza per The App. Ora sono biondo platino.

Per lavoro?
No, no (ride), perché ho vent’anni. E mi voglio divertire.

A proposito di The App, domanda obbligatoria: che rapporto hai con il cellulare?
Faccio parte di una generazione che è nata con il telefonino in mano, ma sono sincero: non so ancora come gestire questa condivisione. A volte, se faccio un passo in più, penso che sia bello condividere quel momento con chi ti segue, altre mi sembra troppo perché mi accorgo che è una realtà complessa. Non ho un rapporto compulsivo e non riesco a postare molto del vero me. Diciamo che uso i social con un’ironia del tutto personale.

Tipo The Distrutto Series sul tuo profilo Instagram, in cui fai vedere cosa succede dopo ore di set o sveglie improbabili?
Sì, esatto (ride). Chi mi conosce sa che per me il set è sacro, il mio lavoro è sacro. Però penso che Instagram non sia il posto dove documentare quanto ti fai il culo per entrare in un ruolo. Meglio riderci su.



Tu hai questa faccia da secolo scorso e nello stesso tempo un look da modello (hai anche sfilato per Gucci) che incarna quella fluidità un po’ propria della Generazione Z…
L’aspetto che mi piace di più di questo discorso è quello del non definirsi, e cioè esattamente il motivo per cui faccio l’attore. In Italia si tende sempre a categorizzare, a chiudersi in una bolla: che interprete sei, che persona sei, che ragazzo sei, che studente sei. Perché non posso essere questo, ma anche quest’altro e pure quello? La diversità che è parte di una sola persona a volte spaventa. Continuiamo a sentirci bloccati in definizioni – e non solo di genere, ma di ogni tipo – che non ci servono più, forse. E invece la nostra generazione è molto aperta. E ha fiducia nel futuro.

Cosa speri che ti porterà il 2020?
Ci sono due tipi di ruoli che mi piacerebbe interpretare: un film biografico, perché lavorare su qualcosa di così specifico dev’essere bellissimo, e un personaggio legato al mondo dello sport, che abbia una fisicità molto chiara. E poi spero di interpretare sempre parti opposte a quelle con cui mi sono già misurato.

Come sei cambiato da quando a 16 anni hai girato I figli della notte?
Penso di essere riuscito a fare i conti con l’entusiasmo. Finora ho lavorato a progetti importanti, ma non conosco ancora bene il pubblico e il pubblico non conosce me, perché ho girato dei film indipendenti. Non dico che inizi a spaventarti, ma a chiederti che cosa ti fa andare avanti. Ed è l’entusiasmo di andare sul set ogni mattina e di confrontarmi con qualcosa che è sempre più grande di me. Tipo in The App, quando dovevo parlare con un telefono e pensare che dall’altra parte c’era una persona che amavo, senza poterla né vedere né sentire. Sai che non riuscirai mai a essere perfetto, però che tu faccia quello sforzo è entusiasmante e anche un po’ commovente.

L’ha fatto Joaquin Phoenix in Her – Lei, per capirci sul livello di difficoltà…
Esatto! Ero in scena da solo, nessuno mi dava le battute. È complicatissimo provare questo trasporto per qualcuno con cui parli solo attraverso un apparecchio. Anche perché io non sentivo la splendida voce di Maya Sansa durante le riprese. Poi sul set si crea sempre una sorta di magia, ma è stato difficile trovare quella profondità.

Vincenzo sul set di ‘The App’ con Jessica Cressy e la regista Elisa Fuksas. Foto: Netflix

È vero che hai deciso di fare l’attore a 8 anni e in qualche modo c’entra anche Tom Hanks?
(ride) Sì, passavo in motorino con mio padre vicino a Castel Sant’Angelo mentre giravano Angeli e Demoni: un set gigantesco, gli elicotteri, le luci… Ricordo che avevamo deciso di fare uno scherzo a mia madre, di dire che mi avevano chiesto fare la comparsa. E soltanto il pensiero di essere coinvolto in qualcosa di tanto grande e professionale, il provare a immaginarmi dentro quel mondo… Ho pensato: è lì che voglio stare.

C’è stato un film che ti ispirato a fare l’attore?
È difficile individuare il momento, ma recentemente ho riguardato Il Padrino e mi sono ricordato della prima volta che l’avevo visto: c’era una solennità quando parlava Marlon Brando… mi ero sentito immobile, volevo essere quella persona e nello stesso tempo restare bloccato in quello stato di pura eccitazione.

E i tuoi che hanno detto quando hai deciso?
Sai all’inizio, quando tuo figlio bambino ti dice: “Voglio diventare un attore”, pensi: “Domani vorrà fare il pompiere”. E invece io sono sempre stato deciso e molto pragmatico. Un ragazzo che conoscevo aveva un agente. A 9 anni ho detto: “Voglio andare in quest’agenzia, mi potete accompagnare”? Dopo un po’ di no, ci sono riuscito. E da lì i miei mi hanno sempre supportato.

Idoli, a parte Marlon Brando?
Adam Driver.

Bella risposta, non lo dicono in tanti.

È un tipo estremamente normale, è questo insieme di non Hollywood e nello stesso tempo Hollywood ai massimi livelli che lo rende super.

E poi il 2019 è stato il suo anno…
Meno male! A me aveva già conquistato nel film di Saverio Costanzo, Hungry Hearts.

Hai visto Storia di un matrimonio?
Certo, a Londra! Ho assistito pure al Q&A con il regista. Mamma mia, che film… brividi.



Un consiglio che ti ha dato un attore o un regista che ami?
Adoro Valeria Bruni Tedeschi, è un genio. Recitare con lei è sempre stato uno dei miei sogni. Uno di quelli plausibili, come quando a 8 anni dicevo che volevo fare l’attore e non mi sembrava assurdo. Poi mi sono trovato a girare Gli indifferenti con lei.

E che ti ha detto?
Che sul set va sempre un po’ oltre, senza paura, perché puoi anche sbagliare, ma quel passo in più, quell’idea che hai seguito in quel momento ti può sempre dare qualcosa. Quindi cercare l’errore, provare a sbagliare.

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