Rolling Stone Italia

Valerio Lundini: «I giornali dicono che la Rai ha cancellato ‘Una pezza di Lundini’, ma non è andata così»

La chiusura (?) del programma cult, il tour con I Vazzanikki, il rilancio di Topo Gigio, la professionalità di Max Pezzali. E poi Roberto Benigni, Amadeus, Sanremo. Il futuro del comico romano in questa intervista

Foto: Pietro Baroni

Se vi manca lo show cult di Rai 2 Una pezza di Lundini, potete andare in giro per l’Italia e seguire Il primo tour dopo il drammatico scioglimento, lo spettacolo musicale di Valerio Lundini & I Vazzanikki, storica band del conduttore che spazia dallo swing al surf fino al rockabilly. Un’estate intensa per l’autore e comico, che arriva dopo i positivissimi riscontri teatrali di Il mansplaining spiegato a mia figlia. Con lui facciamo un po’ il punto per capire se davvero il programma che lo ha consacrato è chiuso e cosa dobbiamo aspettarci per il futuro.

Sei in tour, come una vera star.
Per motivi non suggeriti dalla megalomania il mio nome è scritto più in grande rispetto a quello dei Vazzanikki. È un problema perché la cosa bella della band era il fatto che fossi deresponsabilizzato al massimo: l’eventuale figuraccia era divisa per sei.

Come possiamo definire questo live?
Una versione sistemata dei concerti del passato. Abbiamo suonato a eventi privati e feste, improvvisando la scaletta e le canzoni sul momento, forti del fatto che ci fosse solo voglia di divertirsi e non un progetto musicale. È uno spettacolo con canzoni, cazzate, improvvisazione e qualche sketch.

A proposito di brani, voi siete nati come gruppo rockabilly: sentiremo anche pezzi simili?
Siamo nati come band rock’n’roll anni ’50 e abbiamo canzoni inedite che ricalcano quelle sonorità. Poi per conto nostro abbiamo messo brani che ci divertivano per temi o contenuti, adattando il genere musicale che più si confaceva a quei discorsi.

Valerio Lundini con I Vazzanikki. Foto press

Ci saranno cover?
Un paio, probabilmente verso la fine. E poi un brano di Jerry Lee Lewis. Il resto sono inediti.

Quindi ci sono anche Le donne e I figli degli altri?
Sì, sì, sì. I figli degli altri l’ho scritta i primi anni dell’università, quando, essendo una band che faceva pochissime prove, inventavamo sul palco se ci trovavamo in luoghi con gente poco attenta che magari mangiava mentre suonavamo. Adesso alcuni brani li abbiamo provati in vista di Una pezza di Lundini: riempivo minutaggio tv invece di scrivere sketch.

Iniziamo dai Figli degli altri.
Parla di un figlio che si lamenta dei paragoni che i genitori fanno con i figli di amici e conoscenti dal punto di vista della carriera, della condotta e del successo. Ignorando totalmente i figli di quegli amici che invece fanno una vita di merda.

È un pezzo autobiografico?
Nasce da mia madre che diceva: “Guarda che ci sta il tuo compagno di classe delle medie che adesso sta facendo un master non so dove”.

E tu…?
Io dico: “Sì, ok, ma c’è il figlio di Simonetta che spaccia”. Ci sarebbe gente che pagherebbe oro per avere un figlio come me, che non ho un master, ma nemmeno bevo l’acqua gassata perché mi stranirebbe troppo.

Passiamo a Le donne
Con questa melodia che sembra un brano dei Righeira con velleità da canzone di Alan Sorrenti ho preso spunto dai pezzi che venivano dedicati alle donne come fossero un’entità generale, senza contare che ce ne sono di simpatiche, di antipatiche, di buone, di cattive… così ho scritto la canzone qualunquista che le descrive come fossero dei tulipani.

Ma la gente capisce la tua ironia?
Non ho mai smaniato per essere capito da tutti, ma ci tengo a non essere offensivo e fare cose per mera provocazione. Penso sempre che le persone buone lo capiscano. Se poi c’è quello che vuol vederci il male, lo metto in conto. Per ora sono immeritatamente fortunato, anzi, a volte ci sono persone che danno doppi significati a delle cose quando non era così, ma magari erano solo gaffe. Questo momento finirà e spero di accorgermene prima che succeda.

Ma riguardo alle canzoni, nessuno ha mai pensato che potessero essere brani che non avevano l’intento di essere ironici?
Le canzoni sono al limite del parodistico, se la senti in radio potrebbero sembrare vere. Non la ascolti e dici: “Ah ok, questa è una canzone parodistica!”. Non credo sia più parodistica di un brano vero che potrebbe esistere. Il contesto aiuta molto il contrasto: in un programma come il mio potrebbe capirsi, messa al Festivalbar farebbe un po’ strano.

Ma non è che, con questi pezzi, poi ti vediamo sul palco di Sanremo?
Non è previsto, forse sarebbe un po’ sbagliato nei confronti di chi canta.

Addirittura! 
Io mi definisco autore di cose. La musica è un hobby: sono pianista e canto alcuni brani. Non voglio che la gente mi veda e dica: “Ma che vo’ questo? Canta pure?”. Però se c’è l’idea sarebbe divertente farlo: non per vincere, ma per inventarmi qualcosa di spassoso.

Però in passato il Festival ha avuto comici che, in qualche modo, hanno lasciato il segno con un pezzo in gara.
Quelli che sono rimasti maggiormente sono Elio e le Storie Tese, che hanno creato momenti di straniamento molto divertente.

Dimmi la verità, ma Amadeus si è fatto vivo?
No, ma non lo biasimo, non era tenuto a farlo.

Arriviamo a Una pezza di Lundini. È davvero arrivato alla sua fine fisiologica e non tornerà più?
Non lo so, mentre scrivevo la terza stagione avevo paura non fosse così divertente e originale. Ce n’erano tante di cose divertenti, ma alcune mi sembrava avessero bisogno di più tempo rispetto alle prime due stagioni, quando le idee le avevo da tempo e le ho sviluppate bene.

In questa ultima stagione non è stato così?
Un po’ per la fretta e visto che venivo da un periodo in cui ho scritto tante altre cose, temevo di farla con la mano sinistra. È andata bene, ci sono cose di cui sono molto molto contento. Ma avevo paura che la nuova stagione avesse svelato certi meccanismi.

Cioè?
Non volevo un programma ordinario, non volevo fare come I Simpson che se perdi una puntata ne vedi una la volta dopo, desideravo fosse una piccola serie. E dopo 52 puntate non volevo cantanti che venissero a promuovere un disco. Nulla di male, ma il format non è adatto a questa apertura.

Quindi a cosa è dovuto lo stop?
Ci sono tante idee, si potrebbero fare altre puntate, ma non andava né a me né a Giovanni Benincasa (il capoprogetto, nda) né a Emanuela Fanelli. Non è che non lo faremo mai più. La nuova stagione non è prevista adesso. Si fosse trattato di un talk, di un podcast, sarei andato avanti.

Come mai?
Perché in quei programmi, anche se non ci stanno idee, basta la simpatia del conduttore che chiacchiera con gli ospiti. Ma in Una pezza di Lundini c’è sempre una piccola trama e, con ogni ospite, mi sono inventato delle trovate. Non volevo forzature solo per essere originali. Questa cosa, per la stampa, è diventata “La Rai ha cancellato Una pezza di Lundini”, ma non è così.

Una pezza di Lundini ha creato una nuova grammatica della tv?
Non mi permetto di dire di sì, quindi non lo so. Non ho mai pensato di fare una cosa troppo innovativa, però dopo, col tempo, mi hanno detto che alcune cose, prima, non c’erano. Sono contento se fosse davvero così, ma lo sapremo fra dieci anni. Non voglio dire una cosa poco umile, del tipo “voleva essere umile”.

Il programma è cult, ma i detrattori dicono che gli ascolti latitano.
Il problema dei detrattori non sono gli ascolti, ma che non gli piace il programma. Se usano gli ascolti per dire che è brutto, non sono d’accordo con loro: lo share non è indicativo della qualità di un programma che andava in onda a orari proibitivi. E poi mi hanno spiegato che, se una trasmissione dura meno di un’ora, non fa nemmeno in tempo a intercettare la curva. Ma non mi voglio giustificare, è vero che il programma non se lo vedeva nessuno, se lo recuperavano tutti su RaiPlay dove era sempre tra le prime posizioni. I detrattori sono nati, probabilmente, perché leggevano commenti entusiasti. E quando parlano troppo bene di qualcosa poi succede che c’è chi dice: “Vabbè, ve piace ’sto cojone di Lundini, ma fa lo 0,1%”. Resta che molti erano contro la fanbase che gridava al genio per ogni cosa.

Gli ospiti che ti hanno sorpreso di più per essersi messi in gioco?
La maggior parte. Max Pezzali, oltre ad aver imparato a memoria il copione di una gag, ha studiato la canzone che avevo scritto per far credere che fosse La dura legge del gol. E pur di interpretare un pezzo non bello come i suoi, ma realistico, è venuto in trasmissione. È una persona carinissima.

L’ospite che si è messo meno in gioco?
Non faccio nomi, ma alcuni li avrei potuti gestire meglio. E questa cosa ha coinciso col periodo in cui ho pensato non funzionasse più il programma. Per alcuni personaggi avrei potuto costruire qualcosa di più figo, ma non è avvenuto perché andavo di fretta e non volevo ripetere cose già fatte. Alla fine, però, era abbastanza accettabile in tv.

Un ospite che avresti voluto, ma non ce l’hai fatta?
In realtà non sapevamo più chi chiamare. Sono venuti quasi tutti. A un certo punto ho pensato: “Chi possono essere gli ospiti?”. Non è facile invitare tutti, perché con ospiti amici poi si creerebbe l’effetto circoletto. Preferisco gente come Carlo Cottarelli o Roberto Saviano, con cui non c’è un rapporto d’amicizia.

Hai rilanciato Topo Gigio.
È quotatissimo e mi manda i cesti per Natale… no, scherzo, perché Natale ancora deve arrivare. Quando ho fatto lo sketch credevo fosse una cazzata, e invece…

Che tipo è Gigio?
Un professionista, puntualissimo, ha socializzato subito con la troupe, ha imparato il brano e ha pure dato contributi autoriali. Un grande.

E Roberto Benigni?
L’avevo conosciuto una sera e ho scoperto essere grande fan del programma. Mi imbarazzo sempre quando accadono certe cose, perché sono io che avrei voluto fargli i complimenti. A un certo punto, per il finale, non mi andava di fare quello che “già che ci siamo ti va di venire al programma?”. Più avanti glielo abbiamo chiesto, a lui è piaciuta l’idea. E lo abbiamo inserito nello show senza annunciarlo come fanno a Sanremo. Abbiamo avuto Benigni e lo abbiamo “sprecato” così. Non è stato impossibile, ha fatto piacere anche a lui.

Quindi è voluto il fatto di non avere comunicati stampa e annunci.
Eravamo contrari, nemmeno in studio sapevano di Benigni. Nessuno della troupe lo sapeva, e abbiamo chiesto loro di non fare foto. L’ospitata finiva subito. Ed è stato bello vederlo così, all’ultimo.

Che mi dici del tuo nuovo programma Conferenza stampa su RaiPlay?
Non è un programma dove io appaio. Giovanni Benincasa mi ha chiesto una mano autoralmente, se gli suggerisco qualche idea. Non è una trasmissione mia o con me. Vive di vita propria. Lavoriamo su come strutturarla, ma è ancora in fase embrionale. È un po’ una delusione ’sta risposta. Anche se ho visto che lo hanno annunciato come “il nuovo programma di Valerio Lundini”.

E del cinema che mi dici?
Ho la percezione che i film non li veda più nessuno se non distrattamente, mentre smanetta sul cellulare. E poi ci vuole un sacco per girarli e spesso sono brutti. Non vedi un film bello da secoli. Quelli che mi piacciono sono su pellicola e raramente sono italiani. E poi, se dovessi fare cinema, avendo la mania del controllo, dovrei fare la regia, ma non sono regista. Più avanti probabilmente accetterò dei ruoli per fare l’esperienza.

Qualcosa bolle in pentola?
Mi hanno fatto proposte, ma nulla di firmato.

E in tv cosa proporrai di nuovo?
Non saprei. Non amo il formato del late show, ho tante idee, ma non ancora collocate in un format. Scriverò uno spettacolo teatrale per il prossimo anno, ma fatto a modino.

Perché proprio il teatro e non la tv?
È uno degli ultimi tipi di fruizione in cui il pubblico è costretto a stare lì, perché ha pagato il biglietto.

Iscriviti