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Tutte le prime volte di Barbara Chichiarelli

‘Suburra’, la prima serie originale italiana Netflix, ma anche ‘Favolacce’ che ha innescato un’esplosione (pardon) nel nostro cinema. E ora ‘The Good Mothers’, che racconta la ‘ndrangheta dal punto di vista delle donne. Chiacchierata-fiume con l'attrice: di teatro, di birra e di profumi
Barbara Chichiarelli

Stylist: Cosmo Muccino Amatulli; Look: completo Revise, scarpe Fendi, gioielli Federica Tosi

Barbara Chichiarelli è un po’ l’attrice delle prime volte, una sorta di pioniera nel suo adoratissimo (poi capirete) mestiere. Pensateci: Suburra – La serie, dove interpreta Livia Adami, la sorella dell’Aureliano di Alessandro Borghi, era la prima serie originale italiana distribuita da Netflix, un banco di prova della temuta piattaforma nell’industry di casa nostra (ci torneremo). E Favolacce, in cui Chichiarelli impersona una madre inetta a fianco di Elio Germano (un ruolo che le è valso la nomination ai David di Donatello), ha innescato un’esplosione (pardon) nel cinema italiano: «Gli stessi Fabio e Damiano (i Fratelli D’Innocenzo, nda) definivano il film “una seconda opera prima”», ricorda Barbara. «È stato emozionante vederli lavorare e scoprire che ogni dettaglio era stato pensato, studiato, disegnato da loro. Durante le riprese c’erano un silenzio, un rigore, una professionalità che ho visto solo in teatro: me lo ricordo come un set religioso. Si capiva che quello che stavamo facendo avrebbe cambiato un certo tipo di narrazione».

E anche The Good Mothers (dal 5 aprile su Disney+) è in qualche modo una prima volta, di quelle necessarie, o meglio, «dovute», come dirà lei: la ’ndrangheta non era mai stata raccontata dal punto di vista delle donne in maniera così approfondita e corale. Certo, per fortuna qualche precedente c’è stato: «Poco tempo fa sono usciti Una femmina, che in parte riprende anche la stessa storia di Maria Concetta Cacciola, Ti mangio il cuore e poi ovviamente, nel 2015, il film di Marco Tullio Giordana su Lea Garofalo (Lea, 2015, con Vanessa Scalera e Linda Caridi, nda). Ma è un tema che è stato appena scalfito», precisa l’attrice. «Faccio sempre il parallelismo con la mafia: ne parliamo da tanto tempo, abbiamo una filmografia intera di varia natura, mentre la ’ndrangheta è ancora qualcosa di poco conosciuto». Concordiamo che sicuramente è la prima volta per una serie. E anche la prima volta che c’è un punto di vista femminile su entrambi i versanti: quello delle madri, mogli e sorelle dei boss e quello della legge.

«Il progetto mi ha affascinato perché partiva da storie vere, da un dato di realtà. Come mai non si è parlato di queste vicende? Hanno toccato tangenzialmente la cronaca, ma anche lo stesso maxi processo che c’è stato nel 2017 da quando è arrivato Gratteri… quasi nessuno ne ha scritto. Lo trovo abbastanza sconvolgente: queste storie devono essere raccontate». Barbara interpreta Anna Colace, la pm che, appena arrivata in Calabria, ha un’intuizione: per poter abbattere i clan della ’ndrangheta, è necessario puntare alle donne: «C’è stato uno studio, abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con i registi (Julian Jarrold e Elisa Amoruso, nda), leggere sia parte del libro da cui è stata tratta la sceneggiatura sia fare incontri con testimoni di giustizia e avvocati per capire veramente di che cosa si parlava».

Come ulteriore grado di difficoltà, «la sceneggiatura inizialmente era in inglese, poi è stata tradotta in italiano e ogni volta che c’erano degli aggiustamenti: dovevano passare per una revisione inglese e per una nuova traduzione in italiano. Un po’ Lost in Translation», ride. «Soprattutto per il mio personaggio, che nei suoi monologhi e nel suo modo di parlare adotta anche degli espedienti retorici, perché avvocati, pm e sostituti procuratori fanno leva pure su queste abilità dialettiche… a volte è stato un pochino più difficile trovare la formula giusta».

Barbara Chichiarelli è Anna Colace in ‘The Good Mothers’. Foto: Claudio Iannone/Wildside/Disney+

Le accenno che nel materiale promozionale Anna Colace viene definita “una coraggiosa magistrata”, lei dice che, semplicemente, «è un sostituto procuratore». Sottolineo che ha usato un termine “neutro”: «Per quanto la lingua sia importante, non credo che l’affermazione dei nostri diritti passi attraverso quest’unica battaglia», replica. Anna Colace, dicevamo. «Da bambina aveva un sogno, voleva seguire le orme di uomini dello Stato come Falcone e Borsellino, non ha una connotazione dialettale perché abbiamo deciso di non confondere troppo le acque visto che si parlava già il calabrese, però viene da questi territori. Lo Stato l’ha un po’ delusa e propone una sua idea: a differenza della mafia, la ’ndrangheta è una società a delinquere chiusa in sé stessa, con delle regole molto più rigide e che non si apre, difficilmente si trovano crepe. Lei si distacca dalle linee guida del passato, capisce che deve usare altri strumenti, non ultimi quelli della solidarietà femminile e dell’empatia, perché si rende conto che queste donne non sono tutelate da nessuno, Stato compreso. E, con tutti i limiti e i protocolli del caso, cerca di farsi garante per queste donne e, attraverso di loro, di trovare dei varchi».

Facciamo un gioco abbastanza comune nelle interviste con gli attori: trovare un fil rouge nei loro lavori. Se il ruolo della consacrazione è stato quello di una donna che fa parte di una famiglia criminale in Suburra, in The Good Mothers invece è, appunto, una pm: è passata dall’altra parte della barricata, ma prima è stata anche una poliziotta nelle ottime Bang Bang Baby e Corpo libero. «Insomma, una fulgida carriera nel corpo della Polizia di Stato», commenta. Ridiamo. Sono anche tutti progetti fortemente femminili. Forse il segreto della sua carriera, oltre alla preparazione, è l’aver fatto scelte molto precise, oculate, fondamentalmente non ha mai sbagliato un titolo: «Credo che questi personaggi abbiano in comune una forza, una tenacia e un coraggio che spesso sono legati pure al tema del potere. Anche se ci tengo sempre a dire che non sono solo questo, è un aspetto che forse i più vedono come preponderante, ma non lo è affatto. E poi, be’, c’è la fortuna, che nel nostro lavoro fa la differenza».

Barbara Chiachiarelli in ‘Favolacce’. Foto: Vision Distribution

Nel cinema d’autore, in Favolacce e Calcinculo, ma anche nella serialità “larga” della Compagnia del Cigno e nella commedia Tre di troppo, ha interpretato spessissimo delle madri. «C’è un approfondimento su quella figura, su una genitorialità in qualche modo disfunzionale. Anche nella Compagnia, che è un progetto mainstream, abbiamo una mamma single in difficoltà, un’ex tossicodipendente».

L’altro denominatore comune dei suoi ruoli è un’intensità abbagliante, che mette in luce una bellezza mai patinata o finta né troppo rassicurante, una bellezza “da attrice”. Proviamo a razionalizzare questa suggestione. «A parte un discorso proprio matematico, per cui sono consapevole che sul mio volto come nel mio corpo non ci sono canoni a dettare le mie linee, per cui c’è un’imprecisione che crea un volto particolare, penso che questa peculiarità dipenda dal fatto che mi faccio attraversare da emozioni, sensazioni e parole senza giudicare i cambiamenti sulla mia faccia. Per dire, non ho ancora capito quale sia il mio profilo migliore», ride. E la cosa più bella è che non gliele frega nulla: «Il mio corpo si mette a disposizione di un sentimento, il mio volto si deforma in relazione all’emozione senza paura di risultare “brutto” o asimmetrico. È un’inconsapevolezza che forse mi porto dietro dal mio passato, dal teatro, dove chiaramente non c’era la necessità di guardarsi perché non c’è mai uno zoom. Recito come lo facevo lì, semplicemente ho abbassato il cursore, ma il principio che muove quel gesto per me è lo stesso, cioè calarmi e immedesimarmi senza pensare a bellezze, bruttezze, storture».

Foto: Giole Vettraino. Stylist: Cosmo Muccino Amatulli; Look: completo Revise, scarpe Fendi, gioielli Federica Tosi

Facciamo un passo indietro: nata a Roma, zona Aurelia, a Chichiarelli mancavano tre esami per laurearsi e ha mollato l’università per frequentare prima un’altra accademia e poi la Silvio D’Amico: «È stata una prova, non ero minimamente convinta di entrare e invece ci sono riuscita al primo turno. Mi sono detta: “Allora si fa sul serio”. Ricordo uno dei colloqui finali con Paolo Terni, grandissimo professore dell’Accademia nonché collaboratore della Rai e compositore, che è venuto a mancare un po’ di anni fa. Mi chiese quanti anni avevo. Risposi che ne avevo 25. “Uscirai dall’Accademia verso i 27-28 e inizierai a lavorare sui 32 anni, per te va bene?”, mi disse». Ed effettivamente è andata così: quando ha fatto Suburra, Barbara di anni ne aveva 32. «Avevo già iniziato a lavorare in teatro, però in effetti i suoi conti sono tornati. Ricordo che pensai: “Ma sì, perché no, non mi spaventa quest’attesa”». Avere pazienza, aspettare il momento giusto, il ruolo giusto, altro tratto per nulla scontato nel suo campo: «È parte del carattere di ciascuno, io sono un diesel, non ci lotto più contro questo aspetto di me, l’ho accettato ed è diventato una forza, un tratto distintivo per cui mi sono detta: “Continuiamo, prima o poi ce la farò”. E poi, qualora non dovessi farcela, cambierò idea, percorso. Ho un piano A, un piano B e un piano C. Per ora il piano A continua», sorride.

E gli altri piani quali sono? «In realtà mi piacerebbe approfondire il mio lavoro da diversi punti di vista: la scrittura, la regia… prima della tv e del cinema, avevo iniziato a dirigere a teatro». Pane per una riflessione sul ruolo del regista: «Per me non è un despota, ma la persona che è in grado di mettere insieme una serie di elementi, di persone, di creare delle sinergie, un’immagine. È un leader, e questa è una qualità che mi riconosco: a teatro le persone mi hanno seguita nonostante spesso le mie idee fossero folli». Segue aneddoto che vi dirà moltissimo dell’attrice e della persona: «Anni fa andai a una manifestazione in Belgio, KinoKabaret, una sorta di reunion autogestita di filmmaker, cameramen, attori, montatori, registi. Qui vengono messe gratuitamente al servizio di chi si iscrive – e paga una quota irrisoria – delle attrezzature professionali. Ci si trova tutti lì, è una specie di mercante in fiera. Io mi proposi come attrice italiana e alla fine realizzai un piccolo cortometraggio con un regista canadese. Non paga di questo, c’era la possibilità di creare anche degli short movie di 30 secondi. Decisi di farne uno e ne uscì una cosa completamente surreale. Vinsi due casse di Chouffe, sai, la birra belga con lo gnomo. E non sapevo più a chi regalarla, andavo in giro tutto il giorno distribuendo bottiglie. Ecco, in quell’occasione mi sono resa conto della capacità e dell’entusiasmo che ci vuole per coinvolgere gli altri».

Se le chiedi “cinema o serie”, la risposta è immediata: «Anche se le faccio, devo dire che con le serie faccio un po’ fatica. Credo che il film abbia e pretenda uno stato di grazia tale da parte degli attori, degli scrittori, dei registi, perché all’interno di un lungometraggio è necessaria una sintesi. Ed è proprio in quella sintesi che sta la mano dell’autore».

Foto: Giole Vettraino. Stylist: Cosmo Muccino Amatulli; Look: completo Revise, scarpe Fendi, gioielli Federica Tosi

Torniamo a Suburra. Quando cammina per Roma c’è ancora chi la identifica come Livia, la sorella di Aureliano. «Mi è capitato pure l’altro giorno che ero in provincia di Padova, un’altra volta a Parigi….». Potere di Netflix. E poi il primo amore non si scorda mai: «È la prima cosa che ho fatto fuori dal palcoscenico, non conoscevo il mezzo, ero così agitata che non facevo mai domande e cercavo sempre di dare il massimo su ogni scena, non capendo che a volte erano dei tagli, magari dei pick up sulle mani. Anche nei controcampi io ero sempre al 100%», ride. «Di quell’esperienza mi è rimasta una grande attenzione: appena sento che mi sto rilassando perché ho capito più o meno i confini o il linguaggio, ripenso sempre a quella tensione. Credo che risparmiarsi sia l’inizio della fine».

E poi, proprio alla fine, Barbara mi dà un’altra chiave fondamentale per interpretarne la sensibilità: chiacchierando viene fuori che, oltre ai costumi («cambio completamente nel momento in cui indosso fisicamente i panni del personaggio, anche questo è un retaggio del teatro»), per preparare e comprendere al meglio i suoi personaggi sceglie un profumo per ognuno di loro. Ho sentito di attori che fanno delle playlist, altri che puntano sui capelli, sul look, ma il profumo mai. Un’altra prima volta. «L’olfatto è uno dei sensi che ho più sviluppato, sono molto attenta agli odori e quindi ogni personaggio ha un profumo specifico per me, lo identifico e mi dà delle suggestioni». Per Anna Colace aveva scelto una colonia: «Forse era un’Acqua di Parma, mi ricordo che sapeva di pulito, di bucato, e anche di questo rigore che c’è nella sua vita, perché è una donna che vive in caserma, non ha figli, non ha marito, c’è un po’ questa dimensione monacale». Praticamente l’opposto di Livia Adami: «Era una bottiglietta verde di cui non ricordo il nome, però era un profumo molto dolce, dozzinale, marcatamente da donna».

Barbara Chichiarelli nei panni di Livia Adami in ‘Suburra – La serie’. Foto: Emanuela Scarpa/Netflix

In questo periodo Chiachiarelli è sul set di un progetto internazionale attesissimo, di cui però non può ancora parlare. Ma i suoi piani per il futuro continuano a essere molteplici: «Mi piacerebbe fare un film da protagonista, avere la possibilità di approfondire un personaggio. Mi viene in mente Tre manifesti a Ebbing, Missouri: ecco, quello sarebbe il mio sogno da attrice». Come avrete capito, però, è tutto molto più complesso e ricco di così: «Ho un altro sogno, questa volta da persona affascinata dal mondo delle arti visive, dal teatro e della letteratura. Con alcune amiche stiamo mettendo su una compagnia teatrale, l’idea è di creare un collettivo artistico in cui ognuno metta le proprie competenze al servizio di un progetto più ampio, per fare politica attraverso il nostro lavoro. Per contribuire alla narrazione del nostro contemporaneo e, perché no, provare a cambiarla».

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