È tecnicamente una leggenda, Tony Leung. Non può non esserlo l’attore che ha dato corpo a uno dei personaggi più belli della storia del cinema, Chow Wo-man, il protagonista di In the Mood for Love di Wong Kwar-wai. Sex symbol del cinema asiatico, interprete eccezionale, oggi Leung ha sessantaquattro anni, ma è in forma perfetta e ha mantenuto intatto il suo fascino misterioso. Perfetto per interpretare il ruolo di un neuroscienziato che entra in contatto con un albero che racconta le storie e le emozioni che ha vissuto attorno a lui e di cui conserva la memoria. È il Silent Friend del film, bellissimo, della cineasta ungherese Ildikó Enyedi. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia 2025, dove avrebbe meritato molto più del Premio Mastroianni per la giovane Luna Wedler, Silent Friend è arrivato nelle sale italiane il 3 settembre, grazie a quella miniera di bel cinema che è la Movies Inspired, distribuzione di altissima qualità. E che ci ha permesso di incontrare Tony Leung per parlare del film e della carriera di questo eccezionale attore.
Ildikó Enyedi mi ha detto che ha scritto il tuo personaggio avendo te in mente. Qual è stata la tua prima reazione quando hai letto la sceneggiatura?
È una storia speciale. Non avevo mai avuto un’esperienza simile prima d’ora, un film incentrato sulla natura e sull’umanità. Ero curioso di cimentarmi in questo ruolo, un professore, un neuroscienziato. Penso fosse il momento giusto per me, non credo ci sarei riuscito dieci anni fa. Ma ora, a questa età, ho pensato di poter raccogliere la sfida. Ho imparato tante cose.
Questo è uno dei pochi film che hai girato fuori da Hong Kong o dalla Cina. Ed è incredibile che il cinema europeo e americano non si sia interessato di più a te. Oppure è stata una tua scelta?
Ho ricevuto delle offerte, ma mai quella giusta. Per me, la sceneggiatura o la storia non sono importanti. La cosa più importante è il regista, la persona. Registi diversi hanno interpretazioni diverse dello stesso argomento o delle stesse storie. Il motivo per cui ho accettato questo progetto è stata principalmente Ildikó. Ammiro il suo lavoro. Ho visto i suoi film precedenti e mi piace come persona. Dopo il nostro primo incontro su Zoom ho avuto un’ottima impressione e ho pensato di potermi fidare di lei.
Come hai dato forma a un personaggio che è protagonista principale solo di una parte del film, ma è collegato idealmente anche agli altri due?
Mi sono concentrato esclusivamente sulla mia parte. Ho dedicato sei mesi alla preparazione perché dovevo studiare molto materiale. Ildikó mi aveva inviato alcuni video di neuroscienziati e specialisti in botanica. Inoltre, il mio campo di studi è lo sviluppo cognitivo precoce dei neonati, quindi dovevo studiare anche quella parte. Cercando nel mondo accademico di Hong Kong ho contattato un neuroscienziato con cui fare ricerca e che mi aiutasse a convincermi di potere essere un professore. Mi dedico molto al personaggio, sempre. Ho studiato ogni giorno, anche con un coach britannico, perché volevo avere un leggero accento. Giorno dopo giorno ripasso le stesse cose e questo mi porta gradualmente a calarmi nel personaggio in modo inconscio; è un processo lungo. E mentre mi addentravo nel personaggio studiavo le piante, che mi ha aiutato a rafforzare la fiducia in me stesso. Poco prima delle riprese ho chiamato Ildikó e le ho chiesto cos’altro dovessi fare, e lei mi ha risposto: «Ho solo bisogno che tu sia lì».
Qual è il tuo rapporto con la natura?
Adoro gli sport che interagiscono con la natura. Il surf, lo snowboard, soprattutto la vela, per cui devi conoscere vento, correnti, studiare il meteo. Se riesci a essere in armonia con la natura, la tua barca navigherà. Se cerchi di combatterla, ti capovolgi. Di fronte al pericolo, bisogna ascoltare ed essere consapevoli dei cambiamenti, di quello che hai intorno, di tutti gli esseri viventi. Tutto fa parte di questo pianeta.
Stai diventando sempre più selettivo nelle tue scelte. Perché?
Perché non sono quel tipo di attore che riesce a fare tre film all’anno. Posso concentrarmi solo su uno e godermi appieno l’intero processo. Dopo aver promesso a Ildikó di dedicarmi a questo progetto, ne ho rifiutato molti altri. Non riesco a concentrarmi su due film contemporaneamente.
Un piccolo tuffo nel passato. La prima volta che ti ho visto al cinema è stato per Happy Together. Era il 1997. Quanto è cambiato il cinema in questi 30 anni e quanto sei cambiato tu?
Negli ultimi anni l’industria cinematografica sta attraversando un periodo di declino, dovuto al fatto che il pubblico sta cambiando le proprie abitudini, dalla sala sta passando alle piattaforme streaming. Le nuove generazioni non hanno la pazienza di guardare un film al cinema. Perché è una questione di pazienza, prima di tutto. Ed è generazionale. Noi eravamo abituati, ci era stato insegnato a guardare i film al cinema, ora è completamente diverso, lo so. Peccato, ma continuo a credere che le sale cinematografiche siano ancora la fonte principale di questa bellissima arte e che ritroveranno il loro potere nei prossimi anni.
Come hai detto, il regista è per te la parte più importante all’inizio di un progetto. Cosa trovasti in Wong Kar-wai che ti colpì così tanto?
È una persona speciale. Quando abbiamo girato il nostro primo film insieme, Days of Being Wild, andai alla prima con mia moglie, e quando vidi l’ultima scena di quel film rimasi impressionato, perché non immaginavo di poter recitare in quel modo. In quel momento capii di avere trovato un regista che sapeva come guidarmi in un personaggio e come riprendermi. Adoro Days of Being Wild ed è un film molto importante anche per Wong Kar-wai. Il suo primo piccolo film d’autore. Al pubblico non piacque uscito per la prima volta a Hong Kong, non lo accettò perché Wong veniva da un grande successo commerciale. Ma io lo adoro, e adoro lui e il modo in cui racconta le storie.
Ricordo quando a Cannes vidi per la prima volta In the Mood for Love. Penso sia ancora uno dei più grandi film di sempre. Ed è fantastico poter tramandare questa eredità alle generazioni future, perché ha insegnato ai nuovi registi un certo tipo di cinema ed è una storia d’amore eterna. Cosa provi nel farne parte?
Mi sento molto orgoglioso e molto felice che il nostro film possa ancora ispirare le nuove generazioni. Fu davvero difficile riunire quella squadra di persone, senza le quali non sarebbe stato possibile realizzare realizzare quel bellissimo film. Penso a William Chang, che ideò i costumi e la direzione artistica, e a Christopher Doyle, naturalmente…
Ho incontrato Chris tre o quattro volte. Uno degli uomini più incredibili che abbia mai conosciuto.
È molto sensibile. Sa muovere la sua macchina da presa in un modo per cui ti fonde con l’immagine, non so come. A volte, quando la mia mano si muoveva, anche senza che me ne rendessi conto, lui spostava in anticipo che la macchina da presa sulle mie mani e su quelle di Maggie Chan. Sì, siamo molto orgogliosi di avere realizzato quel film.
Torniamo a Silent Friend. È anche un film sul piacere della solitudine. È stato difficile affrontare quel lato del personaggio?
Non ho avuto alcuna difficoltà. Mi piace abbastanza stare da solo. Il resto è nel personaggio.
Ecco, parliamo di metodo. Preferisci interpretare o essere i tuoi personaggi?
Preferisco essere, trasformarmi, entrarci il più possibile. Cerco di cambiare le mie abitudini e di rendermi diverso, convincendomi con un lavaggio del cervello. Diventerò quel personaggio e rimarrà con me a lungo.
Nel corso della tua carriera hai affrontato generi molto diversi. Hai fatto film d’azione, commedie, film romantici, drammi. Qual è il tuo preferito?
Adoro i drammi. Ma ogni tanto viene voglia di fare qualcosa di diverso. Penso che sia un modo per prendersi una pausa e cercare un po’ di equilibrio. Recitare in drammi intensi è stancante. Se voglio fare qualcosa di diverso scelgo la commedia o, a volte, l’azione, o meglio ancora dei film commerciali, come Shang Chi, che è stata una scelta molto calcolata.
Hai menzionato la commedia. Sei un ottimo attore comico, possiedi anche quel linguaggio del corpo necessario per farla al meglio. Personalmente trovo che sia il genere più difficile per un attore, perché non c’è niente di più difficile del far ridere la gente. Qual è il tuo rapporto con la commedia?
Cerco di divertirmi. Mi piace davvero fare qualcosa che mi renda felice. Anche se non sono Steven Chow. Lui è bravissimo a rendere felici gli altri. L’ho conosciuto quando avevamo 19 anni, non eravamo ancora nel mondo dello spettacolo. Era già davvero divertente nella vita reale, cosa che non sono io, ma mi piace divertirmi con la commedia, pensando a come affrontare ogni scena con un po’ di senso dell’umorismo. E a volte non riesco nemmeno a smettere di ridere sul set. Ricordo quando giravamo Ashes of Time… la sai la storia della versione comica?
No, veramente no. Racconta.
Allora, saremmo dovuti uscire in occasione del Capodanno cinese. Ma purtroppo non saremmo riusciti a finirlo in tempo, quindi decidiamo di fermarci e girare un altro film alla velocità della luce, perché la produzione aveva bisogno di qualcosa da far uscire a capodanno. E di fatto è la versione comica di Ashes of Time. Stesso cast, stessa troupe, solo che è una commedia folle, diretta da Blackie Shou-Liang Ko, specializzato nella commedie e un ottimo amico di Wong. In due settimane lo finiamo, anche con l’aiuto di Sammo Hong, con tre troupe che lavorano contemporaneamente. Si chiama Hero Beyond the Boundary of Time, se lo vuoi vedere.
Assolutamente. Ho un’ultima domanda, più una curiosità. Dove vivi adesso?
Viaggio molto ogni anno. Trascorro un terzo del mio tempo a Hong Kong, un terzo a Tokyo e un terzo a Hokkaido perché amo la campagna e faccio snowboard, e mi piace perché d’inverno posso sciare e d’estate perché non c’è nessuno e la temperatura oscilla tra i 10 e i 20 gradi, quindi faccio escursioni a piedi e in mountain bike e posso passare un po’ di tempo lì semplicemente per stare da solo, leggere un libro, stare nella natura. E se voglio tornare in città vado a Tokyo, dove trovo cinema, musei, ottimi ristoranti, una vita cittadina cosmopolita, proprio come a Hong Kong, dove vive la mia famiglia. Hong Kong è una città molto piccola, puoi fare dieci cose in un solo giorno. Spesso mi manca: penso che il litorale di Hong Kong sia la costa più bella di tutta l’Asia.










