Tommaso Landucci, amare i propri protagonisti | Rolling Stone Italia
BUONA LA (OPERA) PRIMA

Tommaso Landucci, amare i propri protagonisti

'I figli della scimmia', nel concorso di Orizzonti a Venezia 83, è il suo debutto nella finzione, starring Riccardo Scamarcio. Il doc su cui si è ritrovato, Guadagnino, James Ivory e la strada che l'ha portato fino a qui

Tommaso Landucci, amare i propri protagonisti

Riccardo Scamarcio, Tommaso Landucci e Andrea Aggio sul set dei 'Figli della scimmia'

Foto: Francesco Segrè

«Volere è veramente potere», dice Tommaso Landucci, e lo fa pensando a quello che ha imparato da Luca Guadagnino, di cui è stato assistente personale, ma quelle parole potrebbe applicarle a sé stesso senza cambiare una virgola. Cinque anni per realizzare il suo documentario, Caveman – Il gigante nascosto. Altri cinque, dal 2021 al 2026, al lavoro su I figli della scimmia, la sua prima opera di finzione, in concorso a Venezia 83, sezione Orizzonti: «Era la cosa migliore che ci potesse capitare, siamo molto contenti», sorride. Dopo il Lido, il film arriverà in sala il 17 settembre, distribuito da Medusa.

Il titolo è ispirato a una favola di Esopo, quella della scimmia che ha due cuccioli ma ne ama e nutre soltanto uno. La scimmia, qui, è Dario (Riccardo Scamarcio): un padre che dedica ogni cura al figlio disabile ma che nel nipote adolescente comincia, senza volerlo, a ritrovare il figlio che aveva immaginato di avere. Il film si apre con la scena di un bagnetto: il genitore che lava il bambino, il bambino che apre e chiude l’acqua con il piede in una specie di gioco tra loro due. Quel momento Landucci l’aveva scritto «abbastanza generico»; poi, nelle settimane passate a casa del suo giovane interprete per conoscerlo prima di girare, è stato il ragazzino stesso a mostrargli quel gesto con il suo papà («ha proprio voluto farmelo vedere lui») e il regista l’ha messo nel film così come l’aveva visto.

È un metodo che viene dritto da Caveman, il doc su Filippo Dobrilla, lo scultore che ha lavorato per trent’anni a un colosso di marmo in una grotta delle Alpi Apuane, a 650 metri di profondità. «Io ho studiato regia di finzione. Sul documentario mi ci sono un po’ trovato», premette Tommaso. «Ma non immaginavo quanto la realtà potesse superare la scrittura. Le parti che mi emozionano di più sono quelle che non pensavo di filmare, non avevo proprio idea che sarebbero accadute», come il fatto che Dobrilla gli abbia permesso di seguirlo nel suo ultimo viaggio, quello della malattia che ne ha causato la scomparsa.

I figli della scimmia | Trailer Ufficiale | Dal 17 settembre al cinema

«Nel documentario, la cosa fondamentale è stata il tempo passato con Filippo. Lo stesso tempo, la stessa fiducia, li ho dovuti creare su questo film con Andrea Aggio». Che però, ci tiene a precisare Landucci, non si è mai limitato a farsi riprendere, anzi, per lui è diventato una vera e propria guida: «Andrea è stato molto attivo. Per la paralisi cerebrale infantile avuta alla nascita non comunica con le parole, ma ha un grado di interazione davvero alto. È stato una fortuna averlo con noi, perché la sua condizione fisica corrispondeva perfettamente al film e, in più, a livello cognitivo è ad alto funzionamento. Recitava: nella scena in cui il suo personaggio sta male, fingeva; finito il ciak si rimetteva a sorridere come qualsiasi attore. Ci suggeriva pure delle cose basandosi sulla sua esperienza». Era ciò che il regista cercava al casting: «Volevo una persona consapevole di dov’era e di cosa stesse facendo, non un mero soggetto da filmare».

A scovare Aggio, peraltro, è stata un’amica di Landucci, Carlotta Marrucci, editor poi arruolata come assistente alla regia. «L’ha trovato lei, è stata molto brava». Anche perché la disabilità è un tema che il regista non ha mai attraversato in prima persona. «Non avendo familiarità, ho pensato che dirigendo qualcuno che l’avrebbe simulata sì che mi sarei messo in pericolo, avrei rischiato la superficialità. E quindi ho accettato la sfida di cercare: una volta che individui la persona giusta è quasi tutto risolto, perché è stato Andrea a darmi le soluzioni. Come quella del bagnetto, appunto».

Prima di tutto questo ci sono stati gli anni da assistente personale di Claudio Giovannesi e di Guadagnino. «Con Luca ero veramente il tuttofare. Ma stare sempre con lui, sentirlo parlare con un direttore della fotografia o guardare un film insieme, a me è servito tantissimo». È in quegli anni, sul set di A Bigger Splash e poi a Crema, dove si scriveva Chiamami col tuo nome, che Landucci conosce James Ivory, oggi executive producer dei Figli della scimmia: «Siamo rimasti molto amici». Ed è stato lui a tenerlo in piedi nel momento più duro di Caveman, quando a Dobrilla è stato diagnosticato un tumore. «Non sapevo se avrei finito il documentario. E James mi ha detto: “I tuoi protagonisti li puoi solo amare. Stai lì, aspetta, sarà lui a chiamarti”. È andata esattamente così». Di Ivory, Landucci racconta un aneddoto che è di nuovo un invito a stare nel luogo, nel momento: «Lavoravamo sulla sceneggiatura, quando squilla il telefono: era Alexander Payne. Lo faccio notare a James: “Guarda, ti sta chiamando Payne”. E lui: “Sì, ma tu e io stiamo parlando, lo richiamerò”. Noi invece viviamo sempre un po’ altrove, per un messaggio, per una mail».

La sceneggiatura dei Figli della scimmia, scritta con Damiano Femfert, ha raccolto diversi riconoscimenti, dal Premio Solinas nel 2021 al Grand Prize al Jerusalem Sam Spiegel Film Lab 2025: un iter certamente lungo che però per Landucci ha avuto molti pro. «Lo ritengo importante per il confronto internazionale sulla storia. E c’è anche una ragione pratica: le deadline aiutano a rimanere fedeli al progetto. Se passano anni senza conferme, il morale si abbassa. Se invece qualcuno ha selezionato le tue cose, l’entusiasmo rimane alto e alleghi un po’ questi riconoscimenti come medagliette al merito quando fai domanda per un bando». Perché il debutto in Italia ha tempi obbligati: «Non fai un film del genere con i soldi che ti dà esclusivamente il Ministero o una regione. Sono step consequenziali, è facile che si allunghi tutto. Ma è fatto così il sistema, quantomeno sull’opera prima. Anche se, nel nostro caso, la Rai è entrata abbastanza presto: si erano innamorati del progetto quando era ancora al MIA (Mercato Internazionale Audiovisivo, nda), in una fase se vuoi meno solida. Ci hanno creduto da subito».

Foto: Francesco Segrè

Scamarcio, che il film lo ha anche coprodotto con la sua Lebowski (insieme a Lungta Film e Mosaicon Film), è arrivato «quasi dall’inizio come protagonista». Una chicca? «Il suo secondo nome è proprio Dario», racconta Tommaso. «Volevo un personaggio con un certo carisma, non doveva essere un padre di famiglia perdente. Credo che Riccardo l’abbia portato anche più di quello che immaginavo». Le scelte tecniche e di formato erano già state rodate sul corto Tutti i giorni di pioggia: «L’abbiamo realizzato l’anno prima di girare il lungometraggio, con la stessa troupe. A livello stilistico, l’utilizzo del 16 mm e della camera fissa lo abbiamo provato lì». Un’impostazione che per l’attore e produttore si è rivelata un grande stimolo. «Girare in pellicola con un film così piccolo costringe ad avere idee chiare in fase di ripresa, non ti puoi mettere al sicuro. Riccardo è un ribelle, uno che rischia: gli piaceva che un’inquadratura bastasse a tutta la scena».

Il rischio più grande, però, Landucci l’aveva già corso in scrittura, e su una soglia personale precisa: la paternità. «Me ne sono accorto dopo, come credo capiti a chi scrive di cose personali. Con mia moglie avevamo cominciato a fantasticare sul mettere su famiglia, e ho proiettato in quel testo la mia ansia di diventare padre. Vengo da genitori molto presenti, che hanno fatto tanti sacrifici per me e mio fratello, e mi sentivo un po’ in debito: sono sempre stato molto figlio. Mi chiedevo: riuscirò a fare quel salto per cui non sei più protagonista, ma fai un passo indietro per il tuo, di figlio? Spero che il film parli non solo a chi ha un ragazzo in una condizione particolare, ma a tutti i padri e le madri che hanno un problema col figlio perché non è aderente alle proprie aspettative».

E se potesse tornare indietro, al Tommaso che faceva l’assistente di Guadagnino o studiava al Centro Sperimentale, cosa direbbe la sera prima della première veneziana? «Impara meglio l’inglese almeno, e magari il francese», ride Landucci. «Io lo conosco, ma lo parlo in maniera elementare. Il francese l’ho cominciato a studiare solo adesso». Poco male: certe cose, come gli ha insegnato Ivory, si imparano stando lì, con il tempo che ci vuole.