Timothy Olyphant sta alla grandissima, ora deve solo stare attento a non rovinare nulla | Rolling Stone Italia
The Last Word

Timothy Olyphant sta alla grandissima, ora deve solo stare attento a non rovinare nulla

Con due nuove serie in uscita questo mese, l'attore di 'Deadwood' e 'Justified' parla di fama e longevità a Hollywood, di cowboy e cattivi, e della verità sulle osservazioni della maggior parte dei registi

Illustrazione: Celina Pereira; Foto: Maarten De Boer/Getty Images; Apple TV

Non lo nega nemmeno lui: Timothy Olyphant se la sta passando maledettamente bene. A 58 anni l’attore vanta più di un ruolo memorabile nel suo curriculum. Ha interpretato il burrascoso sceriffo Seth Bullock nella serie western HBO Deadwood e il tiratore scelto Marshal Raylan Givens in Justified, l’inquietante scienziato androide Kirsh in Alien – Pianeta Terra e Pete, l’isterico ostaggio di un rapimento, in Sul tuo cadavere.

Ma forse, cosa ancora più importante, Olyphant è riuscito in un’impresa a cui molti attori dedicano (o per cui rovinano) intere carriere: è famoso quanto basta. Il percorso hollywoodiano di Olyphant, lungo tre decenni, lo ha visto inserirsi perfettamente in progetti enormi come la saga Disney-Lucasfilm The Mandalorian, in titoli musicali come Daisy Jones & the Six, e nella breve ma amatissima comedy Netflix Santa Clarita Diet, mantenendo però un’aura di mistero e anonimato che gli permette di camminare per strada senza il rischio di essere assalito dai fan.

«Non faccio che pensare alle cose che spero la gente non sappia di me», racconta Olyphant a Rolling Stone in una telefonata mattutina dalla California del Sud. «Mi piace che tu mi stia dando l’occasione di sabotare quella mentalità, che è: “Come posso continuare a essere interessante senza raccontargli altro di me?”».

Olyphant non ha paura di dare risposte brevi e taglienti, facendo molto affidamento sull’ironia e su un umorismo deadpan. Sembra l’incarnazione umana di un occhiolino, una combinazione seducente di fascino scolpito e autoironia. E con progetti in arrivo come la commedia romantica Peacock The Five-Star Weekend, in uscita negli USA il 9 luglio, la serie thriller Apple TV Lucky, in arrivo il 15 luglio, più il sequel di C’era una volta a… Hollywood, The Adventures of Cliff Booth, previsto per fine anno, Olyphant ha chiaramente il talento di restare al centro della conversazione.

Lucky — Official Trailer | Apple TV

Quanto al segreto del suo successo, l’unica cosa che a Olyphant sembra piacere più di recitare è tenersi quel mistero tutto per sé. «Non fraintendetemi, farò finta che recitare sia una specie di fardello», dice. «Ma il fatto è che è una figata pazzesca».

Sei cresciuto a Modesto, in California. Che ricordi hai di quegli anni?
Hai visto American Graffiti? I miei anni del liceo erano proprio così, solo con macchine più brutte. Mi ricordo la gente che faceva feste fuori, nei frutteti. Robe del tipo: “Portati la birra da solo”. E io pensavo: “Ma allora come fai a dire che la festa è tua? Mica è il tuo campo. Non capisco”. Ma ci siamo divertiti tutti.

Come sei passato da quell’educazione alla decisione che recitare fosse la carriera giusta per te?
Ho avuto una sorta di intuizione. È successo dopo il college. C’erano un po’ di cose che avevo sempre pensato di fare. Era un piano a lungo termine per evitare una crisi di mezza età. Ho pensato che avrei dovuto togliermi qualche sfizio dalla lista, così da non svegliarmi a cinquant’anni pensando: “Ho sempre voluto farlo e rimpiango gli ultimi vent’anni”. Quindi ci ho provato.

Hai frequentato la University of Southern California, dove hai conosciuto tua moglie, Alexis. Come vi siete incontrati?
Come la maggior parte delle persone, ci siamo conosciuti a oceanografia. Funziona spesso così. Era il terzo anno di college. A luglio saranno 35 anni.

Un bel traguardo. Qual è secondo te il segreto di un matrimonio duraturo?
Immagino che il segreto sia lei. Non posso davvero dare consigli a nessun altro, perché sembra essere questo il trucco.

Pensi che il fatto che lei non lavori nel mondo dello spettacolo aiuti?
Potrebbe essere parte del segreto. Aiuta avere un solo ragazzino nella relazione. Alexis mi ama, e io sono un grande fan di questa cosa. È una delle mie cose preferite di lei.

Hai fatto parte di tre grandi serie western: Justified, Deadwood e, per essere tecnici, anche The Mandalorian. Ti è rimasto addosso qualche tic da cowboy?
Sono colpevole di aver provato a farmi scivolare addosso, nella vita reale, un po’ di quello swag, ma non credo che ammonti a molto più di un guardaroba gratis. E poi sono cresciuto a Modesto. Modesto è una città da zoticoni.

Timothy Olyphant in ‘The Mandalorian 2’. Foto: Disney+

Di solito, prima che partano le riprese, cosa fai per prepararti a un ruolo?
Prendila con le pinze, ma a questo punto della mia carriera sono uno che impara le battute, si presenta sul set e fa il suo lavoro, punto.

Avevi un approccio diverso all’inizio? È cambiato qualcosa?
Ho provato un sacco di metodi e li ho trovati confusi. Mi intralciavano soltanto.

Hai anche interpretato cattivi notevoli in Scream 2 e, più di recente, in Alien – Pianeta Terra. Hai mai paura di essere bollato come “il cattivo”?
Morivo dalla voglia di avere un buon ruolo da cattivo quando ho cominciato. Allora mi sentivo spensierato, sempre allegro. Ero ben consapevole che alcuni dei miei attori preferiti di sempre avevano interpretato, se non proprio dei cattivi, di sicuro personaggi oscuri e taglienti. Non sono una cima, ma ho pensato che la cosa intelligente da fare fosse copiarli.

Chi erano questi attori che volevi emulare?
I soliti sospetti. De Niro e Pacino. Ero un grande fan di Nic Cage, Gary Oldman. La signora Streep, come sempre. La solita lista di gente straordinaria.

Deadwood è stata scritta dal leggendario David Milch. Quali sono i ricordi più forti che hai delle riprese?
Un’esperienza pazzesca e ricchissima. Milch ha creato una meraviglia. Ogni giorno arrivavano quelle pagine e ti cadeva la mascella. Non credo di aver più avuto un’esperienza del genere da allora. Tutti pensavamo: “Non so se la gente guarderà questa serie, ma facciamo parte di qualcosa di davvero speciale”.

Hai mai avuto paura di non essere all’altezza del potenziale della sceneggiatura?
Oddio, ho avuto quella sensazione per almeno un anno e mezzo. All’inizio, ogni volta che Milch mi raccontava un’idea, il mio primo istinto era pensare che stesse scherzando. Il secondo era: “Oh, non scherza, sta per rovinare la scena”. E poi alla fine capivo quanto fosse geniale. Mi ci è voluto un po’ per superare quei primi due passaggi e arrivare dritto al terzo.

The Five Star Weekend | Official Trailer | Peacock Original

Nel drama The Five-Star Weekend ritrovi Jennifer Garner, tua co-protagonista nella commedia romantica del 2006 Tutte le cose che non sai di lui. Cosa ti ha entusiasmato di questo ruolo?
Jennifer è un’attrice meravigliosa ed è meravigliosa in questo ruolo. Quindi quello faceva già parte dei pro. Mi piace il suo modo di lavorare. È il tipo di professionista che io stesso cerco di essere. È stato un sì facilissimo.

Quand’è stata l’ultima volta che hai rivisto il primo film girato insieme?
[Ride] La prima?

Non l’hai mai più riguardato?
È una domanda terribile, dovresti vergognarti a farla. Ogni tanto mi piacerebbe indossare il costume da Trump e parlare ai giornalisti così: “Come osi farmi questa domanda?” [ride]. Non l’ho più rivisto, ma scommetto che regge ancora bene. Magari lo riguardo e poi ti faccio sapere.

Ci sono lezioni che hai imparato ora e che avresti voluto conoscere prima, all’inizio della tua carriera?
Non so se ne ero consapevole già allora, ma è tutto un gioco divertente. Non so se si tratta di lezioni, ma un po’ di prospettiva fa sempre bene. Non puoi avere una prospettiva senza aver mai fatto questo lavoro. Il mestiere è molto più divertente di quanto lo ricordassi. Mi stavo già divertendo quando ho iniziato, intendiamoci. Mi piaceva tutto, ma c’era pressione. È bello non sentire più quella pressione adesso.

Sei lontanamente imparentato con i Vanderbilt. Ha influenzato il tuo modo di pensare ai soldi?
Ne sono consapevole fin da quando ero piccolo. La casa d’infanzia di mia nonna oggi è l’ambasciata russa a New York, mentre la mia casa da bambino è su Norwegian Avenue, a Modesto. Quindi, da qualche parte, qualcuno è responsabile di aver mandato a puttane qualcosa. Sono cresciuto pensando: “Ok, se mi dici che sono un Vanderbilt, ti credo”. Ma non vedo né sento nessuna prova reale di quello che quel nome dovrebbe implicare.

Tu e tua moglie avete cresciuto tre figli, e ora il nido è vuoto. Come avete gestito il cambiamento?
Viviamo in un nido vuoto, sì. Ecco perché la mia pagina IMDb sta raddoppiando in poco tempo. Per chi ha figli piccoli, un avvertimento: se ne andranno. E se dovessi rifarlo, non mi legherei così tanto. Quando hanno lasciato casa, prima ho versato un sacco di lacrime, poi ho realizzato: “Aspetta un attimo, è davvero divertente!”. Ho scoperto che è bellissimo. Il comico Tom Papa si è inventato una battuta: quando i tuoi figli se ne vanno, nessuno ti prepara a quanto sarà difficile fingere di essere triste.

Tua figlia Vivian ha seguito le tue orme, apparendo persino come la figlia di Raylan, Willa, in Justified. Eri favorevole al suo desiderio di fare l’attrice?
Abbiamo capito che Vivian probabilmente sarebbe diventata un’attrice fin da piccolissima. Non l’abbiamo lasciata recitare da bambina quando ha espresso interesse. Andava agli show scolastici, ma non vedevamo grandi vantaggi nel lasciarla recitare professionalmente in così giovane età. È andata al Berklee College of Music per studiare songwriting, e una cosa ha portato all’altra. Io stavo girando Justified, lei cercava un lavoro estivo. Si è scoperto che c’era una parte libera. Ha fatto il provino, ha ottenuto il ruolo e ha detto: “Ok, mollo il college”. Ora è a New York e fa quello che fanno i giovani attori. È là fuori che cerca di farcela. Ed è davvero una cosa bellissima da poter condividere con lei.

Hai anche recitato in Daisy Jones & the Six, la serie liberamente ispirata alla vita di Stevie Nicks. Quali sono gli album più significativi che ti sono rimasti addosso nel corso della vita?
Credo che il primo sia stato Breakfast in America dei Supertramp. Ricordo ancora di essere rimasto a fissare quella copertina e le note di copertina all’infinito. Ero a Modesto con i miei amici e c’era un sacco di musica di cui forse dovrei vergognarmi. Un po’ di April Wine, un po’ di Priest, un po’ di Van Halen. Il primo concerto che ho visto in vita mia sono state le Joan Jett & the Blackhearts a Stockton. Mi ha fatto una gran bella impressione.

Timothy Olyphant in ‘Daisy Jones & the Six’. Foto: Prime Video

Di quali ruoli della tua carriera sei più orgoglioso?
Ho avuto un paio di anni davvero belli. Quando ho iniziato, ricordo Paul Newman che parlava di arrivare a un punto in cui non si vede più il lavoro. A rischio di blaterare come fanno gli attori – cerchiamo di evitarlo… –, dirò che sono molto orgoglioso di quello che ho avuto l’opportunità di fare ultimamente. Questa serie, Lucky, mi ha dato un materiale straordinario, pieno di contraddizioni, complessità, umorismo e anche cuore spezzato. È stata una gioia vivere quelle scene. Ho appena finito la seconda stagione di Stick. Tono completamente diverso, ma divertente e commovente, con un livello di vulnerabilità e verità commovente.

Quali sono i lati migliori e peggiori del successo?
Be’, di questi tempi non vedo molti lati negativi. Non voglio sembrare presuntuoso, ma in un certo senso sto vivendo il mio sogno. È un modo molto divertente di guadagnarsi da vivere. È solo tra un lavoro e l’altro che diventa difficile.

Come descriveresti il tuo livello di fama, e ne sei felice o vorresti cambiare qualcosa?
Oh, no, è un tasto che mi piace toccare. Ho avuto esperienze da entrambe le parti della barricata e non mi lamento di dove sto. Intendiamoci, sono ancora dentro per i soldi. È sempre stata la mia parte preferita del recitare. Ti pagano per farlo. Ho la sensazione di lavorare molto, quindi forse mi sto rovinando da solo dicendolo, ma se a questo punto della vita divento più famoso, non potrei comunque essere più con i piedi per terra di così. Quindi credo di essere a posto, ma vedremo.

Qual è la peggiore osservazione che hai mai ricevuto da un regista?
A rischio di offendere qualche regista che sta leggendo, la maggior parte sono praticamente inutilizzabili. Qualunque cosa dicano, di solito significa solo “rifallo”. Quando qualcuno sente che c’è qualcosa che non funziona in una scena, nove volte su dieci ha ragione. E quando qualcuno offre una soluzione su come sistemare quella scena, nove volte su dieci ha torto. Ho appena fatto The Adventures of Cliff Booth con David Fincher. Non abbiamo mai fatto meno di 20 ciak per scena. Non puoi considerare nessuno di quei ciak privo di significato, altrimenti diventa un processo molto, molto triste. Stavamo solo cercando di vedere cos’altro riuscivamo a tirare fuori. È quello che facciamo: cerchiamo quel momento in cui un errore si trasforma in magia.

Da Rolling Stone US