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The Saverio Raimondo Experience

Se la stand up è la trap della comicità, Saverio Raimondo ne è il suo Achille Lauro: una rockstar, una rockstar con la stanza armadio, ma pur sempre una rockstar

Esce lo speciale Netflix di Saverio Raimondo, Il Satiro Parlante, dal palco della Santeria di Milano. Ci incontriamo nel cortile di un bar verso le cinque, ordiniamo io un Bloody Mary lui una cosa ridicola da cui spunta della salvia (più tardi io un secondo Bloody Mary e lui un Martini).

Ometto dalla sbobinatura i [Ride] perché Raimondo ride sempre, generosamente, sembra privo di ego e preferisce fare gli assist che segnare. Accanto a noi quattro ragazzini fashion minorenni bevono caffè e stanno al cellulare; se ne andranno più tardi in macchina con le madri.

La redazione mi ha chiesto di fare una chiacchierata con te per una copertina “come quella di Achille Lauro”. L’hai vista? Donne nude, rifare la foto di Electric Ladyland (tra l’altro ho conosciuto Achille Lauro ieri: brava persona), allora stavo pensando questa cosa: il comico, e tu come comico, cerchiamo di capire in che senso sei una rockstar.
Io rockstar, è già una parodia…

Saverio Raimondo fotografato da Eduardo Festa per Rolling Stone

Achille Lauro fotografato da Fabio Leidi per Rolling Stone

Ho pensato che tu sei l’Achille Lauro dei comici. Secondo me dobbiamo riabilitare il tuo personaggio in questo senso: andiamo a vedere gli elementi – e poi ti dico come questo fatto impatta la maniera in cui hai registrato lo speciale: non voglio arrivare a parlare dello speciale a cazzo di cane, ci voglio arrivare con una tesi…
Va bene…

Con una tesi dietrologica…
Dietrologica ma ufficiale, come piace a te.

Tu sei glam rock come Achille Lauro. Ti vesti di sartoria, ti cerchi le cose, oggi hai una borsa da paura, hai l’armadio, probabilmente hai…
…La stanza armadio.

Ce l’hai?
Certo, certo.

Era ovvio, per me. Quindi: un uomo con la stanza armadio. C’è un disco di Achille Lauro con un titolo incredibile, Ragazzi Madre, che sembra il titolo di uno speciale di stand up. Di un disco di Elio, tipo Studentessi.
Assolutamente.

Lui sta dicendo che la sensibilità femminile è una cosa stupenda. E anche tu. Hai la cabina armadio. E poi hai una compagna che… dimmi se posso dirlo…
Sì.

…Che sta diventando bartender, ha prodotto mutandine sexy, stava nel giro del burlesque…
Confermo.

Cazzo, sei una rockstar. Allora qual è il punto? È un problema di soldi se non sembri una rockstar?
Beh, è sempre un problema di soldi, oggi come oggi. Forse da sempre, ma insomma. Sì, è un problema di soldi. È ovviamente un problema di soldi, però forse anche di physique du role. Senti, mi hai quasi convinto, però non ho il fisico per fare la rockstar.

E qui entra in gioco il tuo speciale. Ho notato che nel tuo speciale hai usato in modo nuovo il corpo. Nonostante si chiami Il Satiro Parlante, fai un utilizzo un po’ più cool del corpo, e di conseguenza delle pause. Ci sono dei momenti in cui lasci molto respirare la cosa. È molto interessante, perché questo speciale è per lo più una collezione di pezzi che avevo già sentito, ma con dei tocchi in più e dei vuoti molto interessanti…
Sì, che non saturo più.

Il saturo parlante.
Il saturo è silente.

Era una cosa voluta?
È voluta nella misura in cui l’ho capito quando ci sono arrivato. Ho capito che la volevo. O meglio, ho capito di aver acquisito quella cosa e quindi ho voluto mostrarla in qualche modo e metterla in pratica. Quello special sancisce un punto di arrivo e ripartenza. È stato anche un mollare certi standard del mio repertorio. Io non ho mai problemi a rifare i miei standard, ma qui è stata l’occasione per lasciar andare per esempio il mio pezzo sulla paura di volare, che è un mio grande classico: adesso io l’ho immortalato lì dentro, in qualche modo. È stato un lasciar andare tutta l’aneddotica legata al dopofestival del 2015, per esempio…

Cioè “lo squirting”… (tema di una battuta per cui fu fatto fuori rapidamente dal Dopofestival, ndr).
Esatto. È una summa del lavoro svolto. E infatti da quello special è nato del nuovo materiale, parliamo di almeno un’ora e trequarti di materiale nuovo. Diverso. Sto finalmente imparando ad acquisire una scrittura sempre più mista fra la scrittura alla scrivania e la scrittura sul palco: l’improvvisazione su determinati temi, scrivere davanti al pubblico e in base alla risposta riscrivere e rielaborare.

Che è il vero funzionamento della stand up. Quindi stai diventando più comico di stand up.
Sì.

E registri gli spettacoli per mettere a punto la routine?
No, io ricordo, e ricordo soprattutto dove ride la gente. Adesso sto montando lo spettacolo, CCN, per Comedy Central (comincia il 24 maggio, canale 128 di SKY, ndr), nella nuova stagione abbiamo registrato anche più del solito le reazioni del pubblico live. Proprio oggi – vengo ora dal montaggio – ho detto “qui devi alzare il pubblico perché io mi ricordo una risata con applauso che qui non si sente”.

Netflix ha cominciato questi suoi speciali stand up italiani (non conto quello di Beppe Grillo di qualche tempo fa, non fa testo) con i tre che hanno fondato la scena più recente della stand up: Ferrario, De Carlo e Te.
Siamo molto contenti. Pensiamo di non essere i soli ad avere uno special in canna, speriamo davvero che sia l’inizio. In passato in Italia c’era solo il capocomico, che identificava solo se stesso. Prendi i Guzzanti: sono sempre stati solo i Guzzanti, non una scena. Luttazzi era solo Luttazzi. Oggi invece abbiamo una scena, che è la stand up comedy italiana, all’interno della quale ognuno costruisce i suoi gusti. Io posso essere molto amato, ma per qualcuno non significo niente. Qualcuno può amare Luca Ravenna e non conoscere me.

Saverio Raimondo

Voi avete dovuto insegnare nei locali, alla gente, come si faceva stand up. Ti ricordi quel pezzo che avevo fatto su Repubblica per spiegare la stand up, che venne tenuto in canna per un anno prima di uscire?
Tanto era esotica la cosa…

Nelle serate fiorite ovunque in questi anni l’MC spiegava sempre cos’era la stand up e come doveva partecipare il pubblico. Lo trovo bellissimo.
Adesso sale una persona e si mette a parlare… Ma poi nella tradizione comica italiana, fare una cosa così fu un punto di rottura: eravamo arrivati a un punto di tale standardizzazione del comico che qualunque minima trasgressione sarebbe sembrata aliena, immaginati una trasgressione così “alta”.

Il primo comico che ho conosciuto di persona è stato Edoardo Ferrario intorno al 2010, mi pare, e lui sperava di fare il comico, ma pensava che avrebbe fatto l’avvocato, e mi raccontava che fondamentalmente non c’era spazio per le vostre cose. Era l’epoca di Zelig e Colorado e non c’era alternativa. Nessuno concepiva la possibilità che ci fosse un’alternativa. Tu però sei quello che ha fatto l’operazione di controspionaggio per cui usavi dei modi da comico italiano ma volevi la scena della stand up. Sembravi un fratellino di Luttazzi, satiro arrapato pazzo che scarta di lato e non si capisce dove va a parare.
Sì, i riferimenti erano gli stessi.

E poi hai avuto bisogno di partecipare a questa scena nuova. Tu avevi la sensazione che saresti riuscito a farlo per lavoro? O pensavi come Ferrario che per te non esisteva il contesto?
Beh, lo penso ed è ancora così. Se non era per Netflix, qual era l’editore per me? Mi considero fortunato ad aver trovato sulla mia strada prima Comedy Central – che voleva organizzare un late night satirico a quei livelli – e poi Netflix… Se si aspettava quel che era l’editore mediatico italiano non succedeva niente di tutto questo. Però io avendo cominciato a diciotto anni, e come autore comico, ho sempre pensato di fare questo. Ho iniziato per Serena Dandini, scrivevo battute.

La facevi già nel nome di Woody Allen, pensando che Allen ha iniziato scrivendo battute in televisione.
Peraltro io ho iniziato a diciott’anni lui a diciassette, ho sempre un anno di ritardo su di lui.

Be’ diciott’anni in Italia sono otto in America…
In effetti sì. Avevo cominciato con battute sia per spettacoli dal vivo sia per un programma che si chiamava BRA, Braccia Rubate all’Agricoltura. Io facevo anche battute per un servizio della Wind che si chiamava Faccia da Comico, battute che venivano mandate per sms ai clienti Wind.

Che trash incredibile.
Ci ero arrivato tramite audizione all’Ambra Iovinelli, dove Serena faceva questo censimento per giovani comici. Una volta l’anno compariva l’annuncio sul giornale. Io non avevo mai fatto nulla ma avevo passato l’adolescenza a scrivere cose sperando che potessero essere buffe, mi sono presentato col mio materiale. Mi chiamarono dopo una settimana dicendo: “Guarda sei molto giovane, però hai delle idee interessanti”.

Quindi lo fai da un botto di tempo.
Eh sì.

Ma allora sei uno sfigato. Non mi sembra una storia di successo.
Ma infatti non è una storia di successo. È una storia di lavoro.

Per questo non sei una rockstar.
Per questo non sono una rockstar.

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Crediti
Fotografo: Eduardo Festa
Trucco e parrucco:: Amaranta Taddia, Eugenia Spaltiato

Hanno posato
Licia Fertz, Stefania Gubivelli, Francesca Belli, Fernanda Appolloni, Angela Infante, Giancarla Barberio, Pitorri Elena, Filiberta Troia

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