‘The Match’ è molto più di un documentario sul calcio | Rolling Stone Italia
è stata la storia

‘The Match’ è molto più di un documentario sul calcio

A Cannes Juan Cabral e Santiago Franco ci riportano a quel 22 giugno 1986 e a quell’Argentina-Inghilterra diventati mitologia dello sport. E a quei due gol di Diego che nessuno ha più dimenticato. Li abbiamo incontrati

‘The Match’ è molto più di un documentario sul calcio

Un’immagine di Inghilterra-Argentina dell’86 usata in ‘The Match’

Foto: Buena Vista International

The Match ha avuto un’accoglienza straordinaria a Cannes. Miracoli del calcio, di Diego Armando Maradona, di quella partita che continua a dividere e far discutere. Mai si era chiesto ai protagonisti di quella giornata di rivedersi e rivedere assieme quei momenti, farci capire cosa significò farne parte. Aleggiava su tutto e tutti la Guerra delle Falkland, ma non era la prima volta che la rivalità tra i due Paesi esplodeva su un campo di calcio. Juan Cabral e Santiago Franco ci hanno raccontato com’è cominciato questo viaggio, perché dopo tanto tempo Argentina-Inghilterra è ancora diversa da ogni altro incontro, perché in sala a Cannes (dove il loro film è stato presentato nella sezione Cannes Première) qualcuno ha addirittura pianto.

Cosa volevate creare con The Match?
Juan Cabral: Per noi era importante creare qualcosa di coinvolgente, spettacolare, far comprendere la tragedia della Guerra delle Falkland a un pubblico che non sapesse nulla della partita. Immaginavamo una donna degli Stati Uniti e ci siamo chiesti: come facciamo a farle capire perché è stata la partita più iconica di sempre? Volevamo spiegare tutto fin dall’inizio. Volevamo portare il pubblico dentro l’occhio del ciclone, mostrare questi 22 uomini che entrarono in campo ignari di cosa sarebbe successo, del fardello che si sarebbe posato sulle loro spalle.

Come è nato questo progetto?
JC: The Match inizia con una battuta: “Quando inizia una partita? Quando finisce?”. E penso che si possa fare la stessa domanda anche qui: “Quando inizia un film? Quando finisce?”. Credo di avere molteplici risposte a riguardo.
Santiago Franco: Per me è nato tutto da un regalo di Juan per il mio compleanno, tre anni fa: una copia del libro intitolato El partido di Andrés Burgo. Ho iniziato subito a leggerlo e poi, quando ci siamo rivisti, insieme abbiamo capito che volevamo farne un documentario. Quello, per me, è stato il calcio d’inizio. Quando abbiamo iniziato a pensare al 40esimo anniversario della partita che si avvicinava, abbiamo capito che dovevamo fare in fretta. È stato intenso, un anno e mezzo di lavoro incredibile.

Foto: Buena Vista International

The Match sembra spesso più un film drammatico che il classico documentario. Quanto è stato difficile creare tutto questo?
JC: Potrei parlarne per ore, ma c’è una certa bellezza nel mestiere che facciamo. Ci siamo detti: questo documentario deve essere elegante come lo fu il secondo gol di Maradona. Avevamo un team di quattro archivisti e quattro montatori, e poi c’era Flora Fernández Marengo, la nostra produttrice. Abbiamo recuperato le foto di tutti i giocatori da giovani, dell’arbitro, abbiamo ottenuto anche i diritti dai Queen, cosa considerata impossibile per un documentario. Loro erano stati in Argentina, Maradona era salito sul palco con loro. Era necessario.

Non deve essere stato facile convincere i giocatori inglesi a rivivere quel momento traumatico.
JC: Ricordo che abbiamo fatto una videochiamata su Zoom con Peter Shilton, all’epoca il portiere dell’Inghilterra, all’inizio pensava fosse uno scherzo. Ha acconsentito, ma a patto che fosse fatto con rispetto. Per noi era importante far comprendere entrambi i punti di vista, le due versioni di questa storia.

Non solo Shilton, nel documentario ci sono tanti altri protagonisti di quella giornata.
SF: Oltre a Shilton, abbiamo scelto come narratori principali Gary Lineker per la parte inglese e Jorge Valdano per quella argentina. Sanno usare le parole in un modo incredibile. Lineker è una superstar della Tv e dei podcast, Valdano un autore di grandi libri sul calcio. È stata una coincidenza incredibile che due uomini con queste capacità abbiano giocato proprio in quella partita. Volevamo che fosse esteticamente fantastico, ma soprattutto obiettivo.

In The Match si fa riferimento alla finale tra Inghilterra e Germania del 1966, al gol fantasma. Gli inglesi non meritavano forse di vincere quella finale, e vent’anni dopo forse non meritavano di perdere la partita nel modo in cui l’hanno persa.
JC: Nel calcio ci sono le regole, che tutti noi dobbiamo rispettare… ma c’è sempre quella zona grigia. La domanda è: come ci confrontiamo con quella zona grigia? Quando inizia una partita? Quando finisce? Potresti anche chiederti: quando inizia una guerra? Quando finisce? Questa è la situazione del mondo oggi. A volte non capiamo nemmeno da dove nasca il conflitto. The Match ci dice che non c’è giustizia nel calcio, così come non c’è giustizia nella vita. Come affronti queste cose? Con l’umanità, con l’umorismo. Ovviamente non abbiamo la pretesa di risolvere la pace nel mondo, ma di dare qualcosa su cui riflettere.

Messico ’86 è stato l’ultimo Mondiale davvero popolare, perché da Italia ’90 in poi è diventato tutto più televisivo e capitalistico.
SF: Sono abbastanza d’accordo sul fatto che il Mondiale dell’86 sia stato unico. Inizialmente quel Mondiale non doveva svolgersi in Messico, ci fu anche il terremoto l’anno prima, ma alla fine si fece lo stesso. Forse l’emblema di tutto questo sono le magliette che l’allenatore argentino, Bilardo, fece fare la sera prima del match da delle sarte, perché l’altra maglia era troppo pesante per il caldo allo Stadio Azteca. L’intera storia è semplicemente incredibile.

Foto: Buena Vista International

Quanto sarebbe stato diverso The Match se Maradona fosse ancora vivo?
SF: Ci abbiamo pensato molto. Lui è sempre nei nostri pensieri, nei pensieri degli argentini. Sui social media ogni giorno vedo una nuova foto di Diego. In un certo senso è eterno. Sento che ci ha lasciati, non l’ho ancora accettato, ed è molto difficile. Per noi è una tale leggenda, un supereroe, e in un certo senso sento che in qualche modo lui è il film.
JC: Vidi il Mondiale con mia nonna, avevo sette anni. Lei mi parlava di questo Maradona, mi diceva che era il migliore di tutti. Quando l’ho visto in quella partita, pensai fosse Superman. Tutti i giocatori nel film hanno parlato di Maradona al presente, come se fosse lì ancora con loro. Il telecronista argentino sul secondo gol lo definì “aquilone cosmico”, pura poesia.

In quella singola partita di calcio sono condensati 200 anni di Storia. Si parla anche della guarigione di una nazione ferita.
SF: La Guerra delle Falkland è stata una ferita profondissima in Argentina. Jorge Burruchaga, che era in campo quel giorno, raccontò di aver rischiato di finire al fronte e che aveva molti amici della sua stessa età che non avevano avuto la sua stessa fortuna. Volevamo capire cosa volesse dire portare quel peso. Gli argentini riversano nel calcio una passione unica, l’avete visto nell’ultimo Mondiale quando abbiamo vinto: c’erano 8 milioni di persone per le strade di Buenos Aires, una città in preda a un orgasmo. Come la guerra, ma senza gli spari.

Chi vincerà il prossimo Mondiale?
JC: Non ne ho idea, spero solo di godermelo. Noi speriamo sempre che tocchi a noi. Fa parte della bellezza del calcio.

C’è quell’ultima scena in cui vediamo i giocatori inglesi e argentini abbracciarsi, 40 anni dopo quel match: è stata spontanea?
SF: Sì, ed è stato il momento più bello, più incredibile.

Foto: Buena Vista International