‘Street Fighter’, round 3: Ryu, Ken e Chun-Li tornano a menare. E bene | Rolling Stone Italia
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‘Street Fighter’, round 3: Ryu, Ken e Chun-Li tornano a menare. E bene

Dopo Van Damme e 'La leggenda', il picchiaduro Capcom torna al cinema con Kitao Sakurai e riparte dal 1993. Ne abbiamo parlato con i protagonisti Callina Liang, Andrew Koji, Noah Centineo e Roman Reigns

Illustrazioni: Stefano Porcu

Questa storia parte da molto lontano. Perché vedete, cari lettori, io quel giorno c’ero. Ero lì. Quel pomeriggio di novembre, faceva freddo, pioveva. E in un lurido container spacciato per sala giochi del Villaggio Olimpico, a Roma, si accese, probabilmente da solo, quel maledetto gioco. Avevo sedici anni. E oggi, senza Street Fighter, sarei più ricco di Elon Musk. Eh già, perché a sedici anni a Roma non è che si avessero molte alternative. Smontavi motorini (degli altri, nottetempo, perché ti servivano i pezzi per il tuo), ti facevi le canne (e pure tante), provavi timidamente le prime esperienze erotiche (con pochissimo successo). Oppure ti intrippavi con i videogiochi, che per una generazione cresciuta con Pong, due barrette e una pallina, erano l’equivalente di Avatar.

E dato che l’ultima attività ricreativa era quella di, prima o poi, pestarsi nel corso della giornata, perché il testosterone era tanto e le ragazze poche, Street Fighter era la cosa più vicina a una seduta di terapia che si potesse sperimentare. E avrebbe anche funzionato, se non fosse stato per le millemila incazzature che ci faceva prendere quel gioco, che abbiamo tirato più cazzotti noi al vetro che Ryu in quarant’anni di onorata carriera. Perché tanti sono, con otto versioni ufficiali, alcuni crossover e anche una vita cinematografica, non fortunatissima, per usare un eufemismo.

Ryu. Illustrazioni: Stefano Porcu

Il primo è del 1994, uno dei tanti film degli anni Novanta talmente brutto che fa il giro e finisci con l’innamorartene. Solo che questo fa anche mezzo giro in più. In questa follia, diretta da Steven De Souza, lo sceneggiatore di Commando e Die Hard – Duri a morire, mica pizza e fichi, troviamo Jean-Claude Van Damme a capo di un reparto speciale che deve stanare e catturare il General Bison, che per chi non è esperto del videogioco, è l’ultimo supercattivo da sconfiggere. Bison sta creando un esercito di supercombattenti, ma ha fatto i conti senza l’uomo dalla spaccata sexy e i suoi compagni, tra cui troviamo anche Kylie Minogue che, diciamolo, ci sta comunque sempre bene. Bison lo interpreta Raul Julia, attore portoricano meraviglioso, qui alla sua ultima performance, già devastato dal cancro che lo uccise poco dopo la fine delle riprese. Ci sono poche cose più camp di questo film, dal fascino quasi perverso, niente a che vedere con The Legend of Chun-Li, rinominato in Italia Street Fighter – La leggenda, titolo azzeccato, dato che lo hanno visto probabilmente in venti, e solo per la presenza di Kristin Kreuk, che dopo essere stata la fidanzata di Superman in Smallville ha pensato bene di mettersi in proprio. Viene da più parti considerato uno dei film più brutti del mondo. E per una volta il popolo della Rete e i laureati all’università della strada hanno quasi ragione (mai dargliene completamente, figurati come si monterebbero la testa).

E arriviamo a oggi, a chiederci perché fare un film tratto da Street Fighter, visti i precedenti. La risposta è fatta di due lettere: IP. Che stanno per Intellectual Property, ovvero un oggetto che può generare denaro all’infinito, basta tenerlo vivo in qualche modo. E quale modo migliore del cinema, quell’industria in cui un prodotto non muore mai, passando dal grande schermo alla piattaforma alla tv generalista. Un film è per sempre, che è poi in qualche modo anche il concetto del videogioco, che ti regala una vita se sei bravo o ti permette di resuscitare grazie a una nuova monetina.

C’è anche da dire che i film tratti dalle saghe videoludiche stanno avendo fortune ben migliori rispetto ad alcuni anni fa. Assassin’s Creed ha quasi stroncato la carriera a Michael Fassbender, Mortal Kombat ha fatto resuscitare Karl Urban e ha portato a casa 130 dignitosissimi milioni di dollari. Di Super Mario neanche ne parliamo, e se mai dovessero fare un film tratto da Grand Theft Auto, be’, apriti cielo. E di successi squisitamente commerciali l’industria ha bisogno per andare avanti, quindi ben venga Kitao Sakurai con tutti i figli suoi, inteso come cast di Street Fighter. Sakurai non è esattamente Kurosawa, ma il suo mestiere lo sa fare, in questo caso riportare le botte al centro dell’arena. E, cosa più gustosa, di ambientare il tutto nel 1993, per ricominciare da capo, un anno Before JC (che sta per Jean-Claude, naturalmente).

Chun-Li. Illustrazioni: Stefano Porcu

Il motore della storia è Chun-Li, che costringe Ryu e Ken, lasciatisi male anni prima, a partecipare al World Warrior Tournament, dove si danno battaglia i migliori picchiatori del pianeta. Obiettivo: vincere il torneo per potere mettere le mani (addosso, naturalmente) a Bison, malvagio criminale a capo di un’organizzazione che punta al controllo del mondo intero. Riusciranno i nostri eroi? Lo scopriremo dal 16 ottobre al cinema, fermo restando che il buon Kitao ha fatto sapere che è già in cantiere un seguito, segno che il franchise scorre forte nelle vene di questa IP.

Una cosa che si augura in fondo anche il cast, a partire da Callina Liang, la nuova Chun-Li dalle gambe di granito. Una bella trasformazione per l’eterea ragazza scelta da Steven Soderbergh come protagonista del bellissimo Presence. Come sia avvenuta l’ho chiesto direttamente a lei, che ovviamente considera il ruolo «un sogno diventato realtà, interpretare il primo personaggio femminile mai realizzato per un videogioco, cinese come me. È stata dura diventare Chun-Li dal punto di vista fisico, ma mi è piaciuto tanto. Ho iniziato ad allenarmi tre mesi prima dell’inizio delle riprese, a Toronto, prima ancora che partissi per l’Australia, dove poi abbiamo girato. Ho fatto molta Muay Thai, Taekwondo, Wushu e soprattutto ho tirato calci, la sua specialità. Due ore al giorno di calci. E pesi, ogni giorno era il giorno delle gambe. E dovevo mangiare tantissimo. Ho messo su 10 chili di massa muscolare. Mi alleno ancora, ormai è parte della mia vita». E anche del sequel. Callina mi ha anche confessato di avere saggiamente evitato di vedere i due film precedenti, a dimostrazione che Soderbergh sceglie sempre attori intelligenti».

Nei panni di Ryu troviamo Andrew Koji, attore nippo-britannico che gli appassionati di Gangs of London hanno potuto apprezzare nella terza stagione. «E abbiamo da poco finito di girare la quarta» mi ha detto quando ci siamo sentiti per Street Fighter, notizia che mi ha riempito il cuore di gioia. Chissà se si sono divertiti sul set quanto su quello di Street Fighter. «Di gran lunga il più rumoroso su cui abbia mai lavorato, anche se, a causa del mio personaggio, ho girato spesso separato dal resto del cast principale. Ryu è un solitario e il suo arco narrativo si riconnette agli altri solo a un certo punto della storia. Quando poi interagisce con Ken, penso e spero che io e Noah siamo riusciti nell’intento di restituire lo spirito originale dei personaggi originali del videogioco. Sono nato nel 1987, esattamente quando uscì la prima versione, e da bambino ci ho giocato tantissimo, arrabbiandomi, perché non ero molto bravo. Ma era l’unico personaggio orientale in un videogioco, mi ci identificavo molto, è stato molto importante per me».

Ken. Illustrazioni: Stefano Porcu

Noah di cognome fa Centineo, che i più attenti avranno visto in Warfare – Tempo di guerra di Alex Garland e che presto sarà il nuovo John Rambo, nel film che racconta le origini del personaggio. Uno quindi che di anni Ottanta se ne intende. «Nella taverna di casa dei miei genitori c’è ancora il cabinet di Street Fighter 2. Da bambino ci giocavo per ore, quindi essere in questo film per me è un privilegio, una celebrazione del gioco e di un’epoca diversa. L’intenzione di tutti i creativi che hanno partecipato a questa produzione, a partire dal nostro regista, era di realizzare qualcosa di fresco, nuovo, vibrante, ma che allo stesso tempo avesse rispetto del materiale originale da cui è tratto». La domanda che è necessario porsi, e che infatti gli ho fatto, è: in un mondo in cui il videogioco è diventato qualcosa di completamente diverso, e gli spettatori sono bombardati di contenuti, soprattutto sulle piattaforme, portare Street Fighter nuovamente sul grande schermo ha un senso? «Non sai mai se vale la pena o se il momento è quello giusto, è sempre una scommessa. Ma lo diventa se fai bene il tuo lavoro, e speriamo che sia così per noi. Il pubblico giovane sta tornando al cinema, finalmente, quindi portare nelle sale un film ricco d’azione, divertente, tratto da un videogioco che ha fatto la storia sulla carta è una buona idea. Il resto lo vedremo».

Guile. Illustrazioni: Stefano Porcu

Va sempre così, d’altronde. Magari la presenza nel cast di 50 Cent e Jason Momoa aiuterà, per non parlare di una star del wrestling come Roman Reigns, che interpreta l’altro iconico cattivo del videogioco, Akuma. Vista la sua carriera sul ring, Reigns sa cosa vuol dire il giusto momento. «Quando sei lì sopra, davanti a migliaia di persone, non puoi sbagliare, ogni mossa dev’essere quella giusta, perché stai raccontando una storia. È la ragione per cui molti wrestler hanno fatto carriera nel cinema, perché è semplice, se una scena non viene bene la puoi rifare, e senza che ti succeda niente. Sul ring ho visto colleghi, amici, continuare a combattere con entrambe le ginocchia rotte, perché la cosa più importante è non deludere la gente che ti è venuta a vedere e che ti fa sentire amato. Il cinema è un altro campo da gioco, ma se riesci a trasferire quella passione sul set, allora verrà fuori qualcosa di buono. E spero di esserci riuscito».

Sembra di sentir parlare Randy “The Ram” Robinson, ma se questo è lo spirito che si è respirato sul set di Street Fighter, allora Noah Centineo può stare tranquillo: è il momento giusto.

Dhalsim. Illustrazioni: Stefano Porcu